www.fernandapivano.it

La sindrome del buio


[ Home ]

Inviato da: Mauro Daltin il August 21, 2002 at 23:25:31:

ăDormi, dormi bambina mia, dormi. Riposati, non
ti muovere, adesso non ti stancheraiˇDormi,
piccola mia, vedrai che fra poco riuscirai a
guarire e non sentirai pi maleˇNon preoccupartiˇ
I tuoi occhietti non si apriranno per un poâ e
non ti darˆ pi fastidio la luceä.
Era l“ da cinque minuti.
Recitava queste parole con voce bassa, tono
dolce, per non disturbare il sonno della sua
figlioletta.
Accarezzava i capelli della bambina con la sua
mano enorme, in maniera ritmata, senza premere
pi del dovuto, quasi sfiorando il biondo dei
capelli.
La luce del giorno iniziava ad entrare dalle
fessure delle tapparelle e illuminava la fronte
della piccola. Lâuomo si alz˜, si avvicin˜ alla
finestra e, come arrabbiato, abbass˜ le persiane
con un gesto brusco e deciso.
ăScusa angelo se la luce ti ha fatto male, ma
adesso riposa tranquillaä disse tornando a
sedersi sul letto a fianco della bambina.
Dopo pochi istanti si inginocchi˜ ai piedi del
letto e appoggi˜ la testa sulla pancia della
figlia. Sent“ che era fredda e che il corpo era
rigido e immobile.
ăOh, piccola mia, hai freddoˇä e con un rapido
gesto la copr“ con il lenzuolo, ammucchiato ai
piedi del letto.
Adesso la stanza era buia.
Nera.
Il respiro dellâuomo era lâunico rumore che si
sentisse: a tratti affannoso e profondo, a tratti
regolare e calmo.
Si distese sul letto vicino a quello della
figlia; i due corpi, cos“ affiancati, non avevano
nulla in comune. Uno enorme, in quel piccolo
letto, lâaltro arrivava a mala pena a occuparne i
due terzi. Lâuomo, con il viso rivolto alla
figlia, gli occhi spalancati verso di lei, la
bambina supina, con gli occhi sigillati, il corpo
immobile, duro, come un tronco dâalbero.
Ogni tanto la mano del padre andava a toccarle il
viso, si soffermava a giocare con il naso,
risaliva verso la fronte bianca e liscia per poi
tornare gi, verso le labbra sottili e sempre pi
gelate.
Quelle stesse mani che, dieci minuti prima,
avevano stretto la gola della figlia talmente
forte e a lungo da ammazzarla. E, anche se giˆ
morta, quelle mani avevano continuato ancora a
premere, sempre pi forte, in un crescendo che
sembrava non dovesse mai terminare.
FinchŽ le mani avvolgevano la piccola gola, erano
legate al magro collo della figlia. Alla fine
lasciarono la presa di scatto e tornarono calme e
rilassate, come in questo momento. Appoggiarono
delicatamente il corpo della bambina sul letto,
le chiusero le palpebre e le misero a posto il
cuscino sotto la testa.
ăDormi, angelo mio, dormi tranquilla quanto vuoi.
Adesso torno dalla mamma che mi sta aspettandoˇ
Non facciamola preoccupareˇä
Si alz˜ da letto, baci˜ la bambina sulla fronte
mentre, con un gesto preciso, copriva con il
lenzuolo tutto il corpo fino alla gola lasciando
fuori solamente la testa.
Usc“ dalla stanza, cercando di fare meno rumore
possibile, e torn˜ nella sua stanza da letto.
Camminava lentamente al buio con le mani protese
in avanti per cercare qualche appiglio conosciuto
e orientarsi nella grande stanza.
Per giungere alla parte del letto dove dormiva,
vicino alla porta del bagno, pensava alla
disposizione dei mobili e degli oggetti. Armadio,
porta del bagno, comodino, letto. Sfior˜ con le
mani tutte queste cose e si distese sul letto.
Allung˜ il braccio verso la moglie e le sue dita
si posarono involontariamente sul seno. Ora sul
ventre piatto e muscoloso e il mignolo si mise a
stuzzicare lâombelico.
ăCiao amore mio, sono tornatoˇIl nostro angelo
sta dormendo tranquillaˇä
Percep“ sul corpo della donna lo stesso freddo
della figlia.
ăOh, cara, ma anche tu stai soffrendo per il
freddoä disse e si premur˜ di coprire anche la
moglie.
ăAdesso, amore, dormo un poâ perchŽ mi sento
veramente stancoˇRiposa anche tu, mi raccomandoˇ
Buonanotteä.
Gir˜ il pesante corpo molto lentamente fino ad
arrivare allâestremitˆ sinistra del letto e, con
la schiena rivolta alla moglie, dopo pochi
istanti, prese sonno.
In meno di mezzâora aveva strangolato la moglie e
la figlia, ma il suo dormire era pesante come
ogni notte e, in breve, il suo respiro regolare
si trasform˜ in un russare fastidioso.
Erano le otto e mezza di mattina.
Dorm“ profondamente per due ore di seguito quando
fu svegliato in modo brusco dallâinsistente suono
del telefono. Apr“ gli occhi, ma non and˜ a
rispondere e lo squillo costante andava via via
scemando nella sua mente, ricaduta immediatamente
nel torpore del dormiveglia.
Dopo una decina di minuti, il telefono riprese.
Si volt˜ verso la moglie: ăAmore, forse  per teˇ
Io non aspetto nessuna telefonataˇä disse,
scuotendo dolcemente il corpo, privo di vita,
della donna.
Si alz˜ contrariato dal letto e, senza accendere
nessuna luce, inizi˜ il percorso attraverso la
stanza per raggiungere il corridoio dove il
telefono non dava alcun segno di resa.
ăProntoä disse con tono seccato lâuomo.
Dallâaltra parte del ricevitore câera il capo
dellâufficio dove, da qualche mese, lavorava sua
moglie.

ăMi scusi, lei  il marito di Alice?ä
ăS“, sono ioä.
ăVolevo sapere se Alice sta male, perchŽ oggi non
si  presentata in ufficio e ieri non mi aveva
avvisto di una sua eventuale assenzaä.
ăS“, Alice  stata male stanotte e penso che non
potrˆ venire al lavoro per qualche giornoä.
ăAh, va bene, non ci sono problemi, le dica di
guarire presto e la saluti da parte miaä disse
gentilmente.
ăRiferir˜, arrivederciˇä
Ripose la cornetta e ritorn˜ dalla moglie.
Sempre al buio si distese sul letto: ăCara, era
il tuo capo-ufficio. Gli ho detto che stai male e
che non andrai al lavoro per qualche giorno. Non
preoccuparti, riposatiˇä e mentre parlava le
accarezzava le guance, sempre pi fredde.
ăAdesso vado a trovare il nostro angelo. Stai
tranquilla, ritorno tra poco. Ti amo, amore mioˇä
Si diresse verso la camera della figlia e si
sedette accanto ai suoi piccoli piedi.
ăAngelo mio, come stai? Non hai pi freddo?
Vedrai che la luce non ti farˆ pi male e
dormirai tranquillaˇä ripetŽ con voce bassa.

And˜ avanti e indietro per la casa per due giorni
di seguito. Ormai il buio non rappresentava pi
un problema e riusciva ad orientarsi facilmente,
entrando e uscendo dalle camere come se la casa
fosse illuminata dal sole. Continu˜ a parlare con
la moglie e la figlia e non rispose pi al
telefono, che squillava regolarmente tre o
quattro volte al giorno. Quelle tapparelle
abbassate, quel silenzio irreale, proveniente da
una casa di solito rumorosa, quel telefono che i
vicini sentivano suonare a vuoto, insospettirono
qualcuno.
Due giorni dopo.
Il citofono di casa dest˜ lâuomo, che era immerso
nella cura della moglie. Lo lasci˜ suonare, come
aveva fatto tutte le altre volte, ma dopo pochi
secondi, sent“ delle voci che ordinavano di
aprire immediatamente la porta.
Era la polizia.
Si alz˜ dal letto matrimoniale e inizi˜ a
camminare nel buio verso lâingresso della casa.
Sentiva le voci di due uomini, che stavano
confabulando sul da farsi. Si divert“ ad
ascoltare il loro dialogo e, a qualche loro
battuta, le sue labbra disegnarono addirittura un
sorriso. Uno dei due ripetŽ, con tono ancora pi
deciso, lâordine di aprire, minacciando di
sfondare la porta di l“ a poco.
Lâuomo, senza la minima indecisione, tolse la
catena, gir˜ la chiave e fece spuntare la testa
fuori.
ăSiiˇBuongiorno. Posso esservi dâaiuto?ä disse
tranquillo mentre i suoi occhi si soffermarono
pi sulle divise che sulle loro facce. La luce,
proveniente dalle scale del condominio, lo stava
disturbando e aveva una gran voglia di tornarsene
al buio.
ăSenta, possiamo entrare un attimo? Ci hanno
chiamato parecchie persone preoccupateˇä
ăCertoˇPrego. Non fate caso al disordine, ma mia
moglie e mia figlia sono ammalate da qualche
giorno e la casa non viene pulita da un poâˇä
disse sollecito lâuomo interrompendo la
spiegazione del poliziotto.
Appena varcarono la soglia, i due agenti vennero
avvolti da una puzza fortissima, che li fece
vacillare per un istante.
La porta dâingresso rimase aperta permettendo ad
un poâ di luce di entrare, cos“ che i due
poliziotti riuscirono ad orientarsi.
ăScusi, ma dove sono sua moglie e sua figlia?ä
chiese uno dei due iniziando a percepire qualcosa
di strano.
ăSono di lˆ, nelle stanze da letto, a riposareˇ
Sono state male due notti fa, ma adesso si stanno
riprendendoˇä
ăDa dove viene questo odore? Eâ veramente forteä
disse un agente allâuomo.
ăMa, saˇ da un poâ che non apriamo le finestre.
A mia moglie e a mia figlia dˆ fastidio la luceˇE
poi devono riposareä.
Mentre uno dei poliziotti stava parlando con
lâuomo, lâaltro si avvi˜ per il corridoio,
immerso nel nero, da dove la puzza sembrava
provenire.
Accese le luci delle camere.
Unâora dopo lâuomo era davanti al commissario di
polizia della centrale.
Erano l“ da circa dieci minuti, uno di fronte
allâaltro, con solo una piccola scrivania a
dividerli. La luce stentava ad entrare nella
stanza dallâunica finestra e veniva tagliata dal
fumo, che usciva dalla pipa del commissario.
Non faceva penzolare la pipa da uno dei lati
della bocca, ma la sosteneva con gli incisivi,
riuscendola a mantenere orizzontale, parallela al
naso. Poteva sembrare un prolungamento naturale
del suo viso, se solo quellâarnese non fosse
stato pieno di tabacco. Ogni tanto, con un gesto
preciso, metteva in ordine il camino della pipa
estraendo la cenere che veniva man mano a
formarsi e calcando il tabacco ancora buono con
un piccolo aggeggio in alluminio che, ogni volta,
estraeva da un astuccio.
Per il resto del tempo, le sue mani rimanevano
appoggiate sulla scrivania, intrecciate fra loro.
ăSa, il tabacco lo paragono alle persone. Câ
quello nero, che diventa cenere e non si pu˜ pi
fumare e va buttato via; e poi c⏠quello buono,
chiaro. Io, in questa stanza, vedo passare quasi
tutta la cenere della cittˆˇquella che va buttata
via perchŽ non serve piä disse il commissario
con tono cadenzato e lento, guardando fisso negli
occhi lâuomo davanti a lui, in segno di sfida.
ăMolte volte mi sbaglio. Credo sia cenere ed
invece  tabacco buono, forse solo sfiorato dal
neroä continu˜.
Era un tipo scontroso, che non amava le faccende
complicate da sbrogliare; avrebbe voluto
risolvere questo caso velocemente perchŽ, da l“
ad unâora, iniziava la sua pausa pranzo.
ăRicominciamo da capo ancora una volta, con
calma. Sappiamo tutti e due che sua moglie e sua
figlia sono state strangolate da lei, ma io
voglio sapere il motivo. Le prove sono
sufficienti per mandarla in galera per i prossimi
trentâanni, ma, prima, vorrei capire perchŽ 
arrivato a compiere lâomicidioä chiar“ con voce
decisa.
ăCommissario, si erano ammalate. Io le ho
semplicemente curate. Le ho fatte riposare
tranquilleˇLe avesse viste mentre dormivano, con
quelle loro facce serene, libere da qualsiasi
preoccupazioneä disse con le lacrime agli occhi
lâuomo, che sembrava disperato. Non riusciva a
comprendere, nella sua testa malata, perchŽ il
poliziotto stesse continuando da un quarto dâora
a fare domande; non capiva perchŽ gli avevano
tolto dalle mani le due donne che amava pi do
ogni altra cosa; non afferrava il senso delle
accuse che gli venivano rivolte.
ăCapisce la gravitˆ di quello che ha fatto due
giorni fa, o no? Ha ammazzato la sua famiglia! Ha
ucciso sua moglie e sua figlia! Lo riesce a
capire? Ha ucciso due persone, non le ha curate.
Le ha uccise. Comprende almeno la differenza tra
uccidere e curare?ä grid˜ il commissario
alzandosi dalla sedia della scrivania.
Lâuomo non rispose. Teneva la testa bassa, senza
alzare gli occhi verso il poliziotto che stava
camminando ora nella stanza e che di tanto in
tanto si fermava davanti alla finestra, immerso
nei suoi pensieri. Andarono avanti con
lâinterrogatorio per unâaltra mezzâora
abbondante, ma il commissario non ne ricav˜ nulla
di nuovo.
ăVa bene, va bene, qua non si va avantiä disse
esausto.

Non lo misero in carcere, ma lo rinchiusero in un
centro di salute mentale. Dopo poco pi di due
mesi, lâequipe di psichiatri, che seguiva il caso
dellâuomo, arriv˜ a diagnosticare la malattia di
cui era affetto. Era la cos“ detta sindrome del
buio.
Una rarissima disfunzione del cervello che
colpisce un centinaio di persone in tutto il
mondo. Le cause, gli effetti e lo sviluppo della
malattia sono ancora sconosciute alla scienza
medica.
La malattia si manifestava o durante la notte o,
in ogni caso, in luoghi totalmente privi di luce.
Era come se anche la mente venisse avvolta
dallâoscuritˆ e il buio circostante vi
penetrasse. Compivano le azioni pi assurde. Il
soggetto non riusciva pi a distinguere tra bene
e male, tra sofferenza e piacere e questo poteva
far compiere azioni al limite dellâomicidio.
Il fatto singolare era che i soggetti non si
ricordavano nulla di quello che avevano compiuto,
con una perenne perdita della memoria di quanto
successo. Alla comparsa della malattia non
avevano pi una percezione normale della realtˆ.
Come per tutte le altre persone afflitte dalla
sindrome del buio, anche nel nostro uomo la
malattia non si era pi manifestata.
Dopo circa un anno di permanenza nel centro di
salute mentale, una notte lâuomo si alz˜ dal suo
letto e si sedette sulla poltrona che riusc“ a
spostare, non senza fatica, al centro esatto
della stanza.
Tir˜ fuori dalla tasca un coltello, rubato dalla
mensa durante il pranzo, e si tagli˜ le vene.
Lâunica cosa sicura  che la luce era accesa. I
medici assicurarono che la malattia lo aveva
colpito una seconda volta.
Forse, invece, la luce era penetrata nella mente
dellâuomo. Come una lampadina che si accende di
colpo e che fa vedere di nuovo, chiaramente.
Forse allâuomo aveva fatto semplicemente
ricordare.





Messaggi correlati:



Invia un commento

Nome:

E-Mail:

Oggetto:

Commento:


Questo e' la bacheca di Fernanda Pivano potrete pubblicare i vostri racconti
www.fernandapivano.it