www.fernandapivano.it

Il viaggio lungo


[ Home ]

Inviato da: Fiodor Passeo il August 26, 2002 at 20:38:36:

Non me lo perdevo mai. Ogniqualvolta il traghetto
imbarcava il treno proveniente dal sud della
Sicilia non mi perdevo mai il mare, la vista del
mare immerso nella notte. Il traghetto
attraversava lo stretto intorno alle undici di
sera. Sempre lo stesso percorso, ogni sera. Tutta
quella gente che usciva fuori da quell'isola con
tante cose nel cuore. La marcia iniziava lenta, e
a poco a poco cominciava ad accelerare fino a
diventare una corsa. Era come se quella terra
cercasse di trattenere la sua gente e a poco a
poco vi rinunciasse. Io guardavo il mare, sempre
il mare, quasi in estasi e il cielo che mi
sembrava un altro, e la luna. Rimanevo lô, vicino
alla prua, mentre il vento mi spostava i capelli.
Era come se mi dicesse mille cose, tutte in una
volta, come un'onda che mi travolgeva. Nella
brezza e nel vento impetuoso di dicembre. Dal
centro della Sicilia alla capitale d'Italia, un
viaggio attraverso paesaggi diversi che mi
riempivano gli occhi e il cuore. Sembrava pure a
volte un viaggio nel tempo. All'inizio un pś mi
dispiaceva che il treno fosse un espresso del
dopoguerra e che impiegasse dodici ore e piŁ per
arrivare a Roma, ma poi capii che era una grande
fortuna. Potevo sentire voci di gente incorrotta
dal malessere dei tempi nuovi e come sconvolta
dai cambiamenti in corso nei loro piccoli paesi.
Il loro modo di dire e di parlare era tuttuno con
il loro modo di essere: sinceri ed espressivi,
infelici ma comici, ai miei occhi almeno. Anzi
alle mie orecchie; ascoltavo ogni cosa, ma tenevo
tutto il tempo gli occhi bassi sui miei libri,
universitari e non, fino a quando si spegnevano
le luci dello scompartimento. L'orgoglio di
quelle persone somigliava tanto al mio, a quello
di mio papł, di mia mamma. Mio papł! Mi ero
dimenticato la chiave della macchina nella tasca
della giacca una volta. Lo avevo lasciato alla
stazione senza chiave della macchina e me ne sono
accorto solo quando il treno era partito. Mi sono
sentito tremendamente in colpa. Avevo telefonato
a mia sorella, e lei aveva telefonato ai miei
genitori. Poi ho saputo da lei che papł aveva
preso il taxi per andare a recuperare a casa la
copia della chiave che teneva mia mamma. Aveva
voluto diecimila lire, andata e ritorno. Mi
aggiustavo la gola mentre scrivevo sul treno in
attesa di sbarcare dal traghetto a Villa San
Guovanni, e il suono della mia gola somigliava a
quello della gola di mio nonno all'ospedale, la
sera prima e quel pomeriggio stesso. Ero tornato
per un giorno e mezzo(un pś di piŁ), facendo
dodici ore di viaggio all'andata e al ritorno,
perchÄ mio nonno era all'ospedale. L'ictus. Di
nuovo. Questa volta era peggio, era stato quasi
in coma. Aveva le labbra secche, e nella lingua
delle croste, non riusciva a ingoiare, parlava
solo facendo minimi gesti e con gli occhi, che
apriva di tanto in tanto e stringemdoti la mano
tra il suo pollice e indice. Stava soffrendo
terribilmente. Ogni tanto piangeva, come un
bimbo. A me si frantumava il cuore continuamente.
Ho cercato di curarlo, di accudirlo...e mi sono
sentito impotente. Sono arrivato il giorno dopo
l'Immacolata, era un sabato e una bella giornata
di sole, il giorno dopo, domenica, pure, un sole
primaverile. Sul traghetto a quello squarcio di
mare immerso nell'oscuritł chiedevo che mio nonno
guarisse al piŁ presto,...non sapevo se sarebbe
servito a qualcosa, nĆ se sarebbe stato meglio
per lui sopravvivere oppure no. Chiedevo soccorso
al mare e alla luna. Il mio cuore era con lui. Mi
sentivo impotente. Quando cercavo di fargli bere
un pś di latte freddo col cucchiaino usciva
cattivo odore dalla sua bocca ma si confondeva
subito con il profumo del mio amore per lui. -
Apri la bocca nonno!- -Bravo, cosô- -Ingoia,
piano piano, ingoia- -Hai ingoiato?- gli chiedevo
non appena appoggiavo la sua mandibola al labbro
superiore per aiutarlo a ingoiare sebbene cadesse
qualche goccia ai lati della bocca. Mi piangeva
il cuore ma non avevo tempo per ascoltarlo. Lui
stava con gli occhi chiusi. Ogni tanto rispondeva
alle nostre domande con un lieve cenno della
testa, alzava le palpebre mostrando degli occhi
da cui trapelava una sofferenza infinita. La
mattina dopo ero a Roma, per l'universitł; mia
mamma mi telefonś, era all'ospedale, davanti al
letto di nonno. Il filo del telefono trasmetteva
un dolore senza suoni, ma che non era nemmeno
silenzio. Ho smesso di scrivere questo racconto
due anni fa, forse perchÄ non me la sono sentita
piŁ di continuare. Fatto sta che mi ci sarebbe
voluto per finirlo, perchÄ qualche mese dopo mio
nonno se n'Ć andato, forse verso quel mare e
quella luna a cui io avevo chiesto aiuto una
notte. Adesso non lo so dire se non Ć servito a
niente, o se era sordo quel mare, e quella luna e
non mi potevano sentire, ma a me piace pensare
che loro mi avevano sentito solo che non potevano
fare niente, quasi che mi avessero risposto in un
certo qual modo. Io non l'ho saputo subito che
mio nonno se n'era andato, perchĆ avevo un esame
all'universitł, e i miei genitori non mi hanno
detto niente fino al giorno dell'esame, perchĆ
volevano che studiassi senza pensieri, ma se loro
me l'avessero detto forse avrei studiato di piŁ,
forse c'avrei messo tutta la rabbia che c'avevo
dentro, c'avrei messo tutta la mia forza, e
l'avrei dedicato a lui quell'esame. Comunque
quando sono tornato non c'ho avuto il coraggio di
guardarlo il mare, e poi forse non era lo stesso
mare di quella sera, perchÄ al ritorno era
mattina quando il traghetto saliva sul
traghetto, e c'era un sole forte, cattivo. Nonno
l'avevano messo sotto una specie di portico, dove
il sole non poteva entrare e sopra la sua foto
c'era una frase che c'aveva fatto mettere mio
papł, suo figlio che piŁ o meno diceva cosô: Tu
che prima scavavi gallerie di pietra sotto la
terra adesso scavi gallerie di luce in paradiso.
Io sono stato un pś a guardare senza guardare,
perchÄ le lacrime mi avevano appannato la vista,
come ora, e mi veniva voglia di strapparla con le
unghia quella lapide, per abbracciarlo l'ultima
volta mio nonno, ma non l'ho fatto perchÄ il
cemento Ć piŁ forte dell'uomo, come la notte Ć
piŁ forte della luce, perchÄ la luce prima o poi
si spegne mentre il buio non per forza prima o
poi si accende.


Messaggi correlati:



Invia un commento

Nome:

E-Mail:

Oggetto:

Commento:


Questo e' la bacheca di Fernanda Pivano potrete pubblicare i vostri racconti
www.fernandapivano.it