www.fernandapivano.it

Assaggi di un romanzo:"il pendolo circolare"


[ Home ]

Inviato da: Mario Mussati il October 16, 2002 at 16:31:26:

Prologo


Le luci di una cittą addormentata mi
accompagnano su questo treno, in questo viaggio.
Una cittą sonnacchiosa, le immagini di
sconosciute vite quotidiane rubate ai rettangoli
illuminati delle finestre in un rincorrersi di
diapositive sfocate: le schiena di un uomo che si
rade in bagno, una ragazza in pigiama blu che
spazza il pianerottolo fuori dalla porta di casa
nell‚ ora fredda prima dell‚ alba. Di un‚ alba
qualsiasi, di un giorno qualsiasi di un tempo
qualsiasi, di un mondo qualsiasi.
Rettangoli di luce, lampioni che
proiettano ombre gialle, i fari delle rare auto
che fuggono all‚ indietro nel rumore sordo dette
ruote metalliche del treno.
Foto istantanee di una cittą deserta, una cittą
sconosciuta che solo fino a pochi giorni fa era
relegata nelle immagini mentali che ne
confermavano l‚ esistenza.
Davanti a me i simboli di un viaggiatore:
un libro, il biglietto di un treno, un cellulare,
una tazza vuota di un cappuccino che sapeva di
latte freddo, la carta di una brioche da
stazione, la foto di una donna, un orsetto di
peluches. Sarą lui il mio compagno di viaggio e
lo stringo forte accarezzandogli il pelo corto
sentendo sulle dita la sensazione dei capelli di
lei fra la nuca e la base del collo con i quali
ho giocato fino a questa notte. Mi guarda
silenzioso ed Ź il mio unico contatto umano in
questo viaggio di ritorno che mi porta lontano.
Sento gli occhi lucidi e vorrei urlare la
mia disperazione, il mio senso di distacco, di
incompletezza, di assenza e il freddo che sento
nello stomaco. Il respiro si accorcia, si fa
rapido e indeciso, incompleto, mentre la luce dei
lampioni mi scivola sulla retina.
Vorrei piangere e qualche lacrima sfugge
non vista dal mondo, da questi volti pallidi di
ignoti viaggiatori, a bagnarmi la coscienza, apro
la tasca dello zaino e scorgo le chiavi di casa,
di una casa che non Ź piĚ mia, di un mondo che
non Ź piĚ mio, di una vita che non Ź piĚ mia,
dalla quale sono fuggito solo tre giorni fa, solo
tre giorni.
E‚ la sensazione dell‚ infinito e del
remoto che mi precipita addosso, alla quale sto
andando incontro al termine di questa lunga fuga,
eppure non mi sento figlio di questi ultimi tre
giorni. Non ho piĚ la sensazione del tempo, dello
spazio, dei luoghi, non ho piĚ la sensazione
della mia vita, prigioniero dei miei sogni, delle
mie illusioni......
....Abbiamo atteso in silenzio, ascoltando il
rumore dei nostri respiri e dell' acqua e della
nebbia e del vapore e della luce, l' ho sentita
aprire gli occhi, alzarsi senza chiedermi altro,
ha lasciato scivolare i vestiti con quella
naturalezza tranquilla della ragazze del nord del
mondo, entrava in acqua, lasciandosi accogliere
da quell' elemento primordiale, in armonia con
esso e col mondo e con me, io scattavo foto,
ricaricando rapido, studiavo l' inquadratura, la
sentivo, fotografavo particolari: le sue mani che
scivolavano sulla superficie liquida, il delta
del suo inguine attraverso la trasparenza, le
gocce di acqua che scivolavano lucide di luce sui
capelli, sulla pelle, i suoi occhi blu intenso,
blu cobalto, spalancati all' armonia che ci aveva
colti, inquadrature piĚ ampie o ristrette sul suo
riflesso sull' acqua, scattavo, ricaricavo,
scattavo, ricaricavo, cambiavo macchina, cambiavo
rullini, e obiettivi e inquadrature e riflessi e
filtri e bianco e nero e colore. Andrea giocava,
entrava usciva, apriva gli occhi, li chiudeva,
sussurrava parole sottovoce, lasciava l‚ acqua
libera di giocare con lei, con i suoi capelli,
coi suoi occhi, col suo corpo in un ritorno ad
ancestrali armonie. ......
....... La sua mano si Ź posata leggera e
inconsistente sulla mia spalla, " Io torno un po‚
a letto" mi ha detto, voltandosi, l' ho guardata
tornare in casa, non si Ź mai girata a vedere se
la seguivo, la mia ombra si allungava verso di
lei ed io rimanevo fermo appoggiato alla
ringhiera nella luce bassa dell' alba. Ho
respirato profondo, inalando gli odori della
cittą in risveglio, i lampioni nella strada sotto
di me si sono spenti lasciando le strade
finalmente sole nell' ombra dei palazzi. Un gatto
miagolava disperato, grattando la finestra, su un
balcone di un palazzo vicino nella speranza di
poter entrare in casa, io grattavo disperato alla
finestra dei miei pensieri nella speranza di
rientrare nella mia vita. Una ragazza in pigiama
Ź uscita, ha preso in braccio il gatto colmando
la sua disperazione di coccole e carezze, si Ź
accorta della mia presenza, alzando lo sguardo al
cielo interrotto dal mio balcone, l ' ho salutata
con una mano alzata a metą, lei mi ha risposto
con un sorriso un po‚ dubbioso ma rassicurata
dalla distanza d' aria che ci separava mentre
continuava le coccole al gatto, avrei voluto
sostituirmi a lui, godere del tepore e della
vicinanza e delle carezze e degli strofinamenti
sotto al muso o dietro alle orecchie e mi sentivo
fare le fusa al pensiero di quel piacere semplice
e completo. La ragazza con il gatto Ź rientrata
lasciando aperta la finestra, mi sono immaginato
di seguirla in casa, di lasciarmi portare sul suo
letto in braccio a lei e di giocare con le sue
dita, coi suoi capelli, attento a non graffiarla
con le mie unghie ricurve ancora nascoste nel
loro fodero morbido, di organizzare agguati e
salti e corse a nascondermi sotto al letto e
farmi di nuovo accarezzare rigirandomi sulla
schiena, permettendo alla sua mano di
intrufolarsi nuovamente sotto al collo e
stordirla di fusa e di colpi con la testa sul suo
viso, sulle sue mani a definire il mio possesso
su di lei.......



Messaggi correlati:



Invia un commento

Nome:

E-Mail:

Oggetto:

Commento:


Questo e' la bacheca di Fernanda Pivano potrete pubblicare i vostri racconti
www.fernandapivano.it