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COME LENZUOLA BIANCHE AL SOLE E AL VENTO


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Inviato da: VITTORIO PISAPIA il October 20, 2002 at 17:50:43:

Sentii la corrente passarmi sul collo e sul
volto. Le persiane erano ancora abbassate, ma,
attraverso le stecche, si intravedeva che fuori
il tempo doveva essere bello. Afferrai la
cinghia, prima con la mano destra e poi con la
sinistra, e tirai su lâavvolgibile: la camera fu
invasa dalla luce del mattino, e provai un
improvviso dolore agli occhi, accecati dal
bagliore. E in quellâistante di cecitˆ mi apparve
lâimmagine di un terrazzo, lungo, ed esposto al
sole, davanti ad una distesa di messi, che si
muovevano piano nel vento, e di monti. Sul
terrazzo, appese lungo una corda di nylon, delle
lenzuola bianche, pesanti e umide al tatto.
Quello era il terrazzo della nostra casa di
montagna. Dal terrazzo la vista volava sopra gli
alberi del frutteto, che avevano la mia etˆ
perchŽ li aveva piantati mio padre quando nacqui.
Da basso, invece, quegli alberi ö meli in
prevalenza e peri, cui si erano aggiunti negli
anni alcuni abeti e pini ö quegli alberi
impedivano del tutto la visuale. E lâunico modo
per vedere se arrivava qualcuno era diventato
quello di ascoltare i suoni, in particolare lo
scricchiolio dei pneumatici sulla ghiaia, e il
silenzio che seguiva questo rumore e precedeva
quello del motore dellâauto che si muoveva piano
verso la discesa sterrata del vallone per poi
risalire. Di macchine allâepoca ne passavano
poche, ed era spesso gente della zona: qualche
villeggiante o contadini. E cos“ avevo imparato a
distinguere i vari suoni, e, a seconda di come il
pietrisco scricchiolava, o in base al rumore del
motore, sapevo chi stava arrivando o passando.
***
Lâimmagine del terrazzo si dissolse in un attimo
e, al suo posto, comparvero nella mia memoria le
cose che ho appena finito di scrivere. Tirata su
la persiana, vidi che fuori la giornata era
effettivamente splendida, anche se freddissima. E
ripensando a quanto avevo appena ricordato,
sentii un sottile senso di angoscia: non tutte le
cose erano rimaste tali e quali a ricordarmi
quanto ero cambiato. Spesso  anche il
cambiamento delle cose stesse a sconvolgerci e a
farci prendere coscienza del nostro di mutamento.
Le cose che abbiamo dimenticato del tutto ci
appaiono, rivedendole per caso, identiche
rispetto a un tempo. Ma quelle che ricordavamo,
che avevamo ricostruito nella nostra mente,
spesso, rivedendole, ci si mostrano diverse, e
portano esse stesse i segni del loro e del nostro
cambiamento. E cos“ nellâistante in cui le
rivediamo ci rendiamo conto di noi stessi: una
vecchia cascina colonica che non c⏠pi, o una
costruzione che un tempo non câera, ed  sorta
proprio lˆ dove la nostra vita si era svolta in
sua assenza, degli alberi che prima costeggiavano
tutto un tratto dâorizzonte, e che la sera appena
si intravedevano nella foschia, non ci sono pi.
Cos“ ricordai che due anni prima, sul finire
dellâestate, dopo tanto tempo ero tornato laggi.
Câero arrivato in macchina, sulla via del
ritorno, e avevo sentito la curiositˆ di
fermarmi, di rivedere quei luoghi della mia
infanzia, che avevo ben chiari nella mia mente.
Aveva piovuto tutta la mattina, ma poi, lungo i
bordi dellâautostrada, le pozzanghere avevano
finito col riflettere la luce del sole. Avevo
ripercorso la vecchia strada che si inerpicava su
per una serie di tornanti. Era la strada che
avevo fatto mille volte con i miei genitori per
tornare a casa dal mare, dâestate. A un certo
punto, oltrepassata la galleria ö dove si diceva,
nel periodo del brigantaggio, avessero impiccato
tre briganti, e che perci˜ veniva detta ăGalleria
Tre Testeä - lâaria diventava allâimprovviso pi
fresca e pungente per la differenza dâaltitudine.
Quella galleria, con la storia che la riguardava,
mi aveva sempre impressionato e mi era sempre
apparsa immensa. Sbucati fuori, la galleria
metteva su una strada alberata: eravamo ormai
arrivati a casa. Di sera, la strada era quasi
completamente buia perchŽ non câerano lampioni, e
le poche luci erano quelle delle case, o della
luna quando câera. Dopo circa due chilometri, si
prendeva, sulla sinistra, una strada sterrata,
che metteva nellâinterno della valle. Lâauto
rallentava e poi svoltava nella stradina, e ogni
volta sapevo, un istante prima, che avrei sentito
il rumore della ghiaia sotto le gomme e che la
macchina avrebbe rallentato un poâ e mio padre
avrebbe acceso gli abbaglianti per vederci
meglio, e dopo avrei sentito i cani delle
abitazioni dei contadini correrci dietro e
abbaiare fino a sgolarsi.
***
E cos“, dopo tanti anni, avevo rifatto in auto
quello stesso percorso, guidando io questa volta.
Ed ero arrivato proprio nel punto in cui
occorreva svoltare a sinistra. Scalai, dunque, la
marcia, mi fermai nel mezzo della carreggiata e
mi preparai ad ascoltare di nuovo quei rumori. Ma
non câera pi nessuna strada sterrata, nŽ ghiaia
o pietrisco. La strada era asfaltata e il rumore
dei pneumatici era quello morbido che sentivo
quando, con la bicicletta, sbucavo sulla
nazionale, ed era pi facile pedalare. Dovetti
poi rallentare e accostarmi sulla destra per fare
passare alcune macchine che venivano in senso
contrario. Attraverso le foglie trasparenti di un
faggio lungo la strada, sotto il quale mi ero
fermato, e che vibravano al vento, incrociai la
luce del sole. Innestai di nuovo la marcia e dopo
pochi metri, tra gli alberi del frutteto, vidi il
camino della casa, e poi il terrazzo con le
lenzuola stese al sole, che sventolavano piano.




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