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Ritorno a Lilliput (parte)


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Inviato da: Vecchi Giuseppe il October 21, 2002 at 12:13:04:

RITORNO A LILLIPUT



Quanto io scrivo ha,
principalmente, lo scopo
di aiutare il mondo, in cui tutto
e il contrario di tutto pu˜ essere detto,
a capire qualcosa di s
e, nel contempo, sorridere
del fatto che, nonostante
i nostri sforzi, si finisca sempre
per non comprenderne nulla.

Chiedo scusa al lupo se, per esigenze narrative,
sono stato costretto ad affidargli una parte che,
sebbene in sintonia con la tradizione che lo
riguarda, non si addice alla sua vera natura,
essendo egli in realtˆ, come ben ci insegna un
santo vissuto alcuni secoli or sono nel cuore
dellâItalia, uno degli animali pi timidi ed
ingenui. Spero voglia perdonarmi, e conto, in un
futuro prossimo, di riparare al malfatto,
assegnandoli un ruolo ben diverso in una nuova
storia.

Stupore immenso si versa nei bambini
quando negli occhi sâimmaginano il mondo
e soli stanno nudi sullo scoglio
cui lustrali premono le acque
e il sogno vago dâun tempo senza tempo.

Un orologio amico batte, poi divide
lâombra dal sangue lor che ride.

Ma basta un grido, uno sguardo di paura,
perchŽ crollino le fragili colonne
sullâessere che  solo nel suo nido
e il cuore si fa piccolo e sâaggrappa
al sogno di un rifugio che  smarrito.

Un orologio amico batte, ma non sente
in fondo al cuore smarrirsi anche la
mente.

RITORNO A LILLIPUT

Cap. I

INTRODUZIONE


La storia che sto per raccontarvi si svolge
interamente dentro il calice di un fiore. Un
fiore insignificante, bianco come il cielo
invernale degli altopiani, profondo come il
camino di un vulcano, delicato e lieve come le
gocce di rugiada che ogni notte dissetano le
creature leggere e diafane della terra. Il suo
mondo  piccolissimo e, proprio perchŽ cos“
minuto, contiene tutto: un mare vasto come un
oceano di inchiostro che scriva di storie
straordinarie; terre diverse, abitate da popoli
cos“ bizzarri e strani che neppure la Fantasia ne
pu˜ sospettare lâesistenza; cieli cos“ alti e
profondi che lâavventura spaziale pu˜ sembrare,
al loro confronto, solo una passeggiata in
giardino; foreste fitte e dense come nuvole di
polline a primavera, in cui il verde ricade
abbondante a ricoprire ogni cosa, e alla terra,
cos“ occultata e protetta, pare asciugare il
respiro; deserti cos“ puliti e accecanti che, a
percorrerli, sembra di scivolare sulle pagine
bianche di libri dâavventura, pagine dâinfiniti
granelli di sabbia, ognuno dei quali con la
propria immensa storia da raccontare.
Questo libro non  soltanto un insieme di parole,
volte a disegnare un racconto o ad esternare
unâidea, ma una cosa viva, che respira le proprie
intuizioni e palpita di emozioni. Provate a
portarlo nelle strade caotiche della vostra
cittˆ: lo sentirete tossire e lamentarsi come un
bambino cui abbiano negato un gesto dâaffetto. La
sua natura  tale che non  possibile leggerlo
standosene immersi nella folla di una spiaggia
estiva: il vento ve lo strapperebbe con rabbia
dalle mani e lo trascinerebbe in mare; nŽ nel
frastuono della vita quotidiana: le sue timide
pagine, che si aprono e chiudono come ali di
farfalle, si raccoglierebbero in se stesse come i
tepali di un bucaneve, serrandosi le une alle
altre con tanta forza che vi sarebbe impossibile
separarle. Troppo fragili e sensibili sono gli
esseri che lo abitano, per pensare di toccarlo
senza prima aver bussato alla sua porta. Solo
entrandovi in punta di piedi, chiedendo umilmente
permesso, esso si aprirˆ sorridendo dentro di voi.

Nellâetˆ adulta, la lettura di una poesia, di un
racconto dâavventura, di un testo fantastico,
suscita sensazioni diverse da quelle che si
provano immergendosi nelle stesse pagine al tempo
della giovinezza, quando la natura fresca e
frizzante, compagna spensierata della gioia di
vivere, ha il potere di associare ad ogni
elemento con cui entra in contatto un particolare
sentimento che, nascendo allâinterno del nostro
essere, si trasforma, di volta in volta, in un
sapore, un profumoˇunâimmagine, un suonoˇ spesso
in tutto questo assieme. Tale percezione  allo
stesso modo fisica e spirituale, e le due
dimensioni cos“ compenetrate che risulta
impossibile capire dove termini lâuna e dove
lâaltra inizi.
Solo in particolari momenti, in cui, quasi per
caso, la nostra sensibilitˆ  libera di
raccogliere i messaggi pi nascosti che
provengono dal mondo, e gli assilli quotidiani si
ritirano come fantasmi vergognosi dietro il
silenzio di un rispettoso appartarsi, ci 
concesso di riprovare quelle impressioni e
riviverle a ritroso nel tempo. Eâ allora che
della fantasia del fanciullo, di cui qualche
brandello  rimasto per miracolo dentro di noi, 
possibile recuperare frammenti o scampoli di
Cielo. Quella stessa fantasia ci permette di
immaginare ci˜ che non dovrebbe esistere, o che
non riusciamo a vedere, intuendone le forme
dietro il velo di un sospiro.
Come dallâondeggiare di una foglia si pu˜
avvertire la presenza del vento, cos“
unâemozione, nata nel profondo, riesce a
trattenere parte di quella indefinita essenza
spirituale che in quellâattimo ci passa accanto,
e a catturarla, prima che, come dâabitudine,
possa fuggire lontano.
A volte basta un nonnulla, ad unâintelligenza
predisposta, per ăCelui dont les pensers, comme
des alouettes,/ Vers les cieuxˇä. Lo spazio,
ricordo, si dilatava un tempo ai miei occhi, se
con lo sguardo mi perdevo a fissare il cielo
bianco dellâinverno, solcato dalle falde di neve
che, danzando come ballerine di cristallo,
scendevano con mille diversi movimenti,
avvitandosi verso terra.
Chi si aggrappa ai ricordi di ieri 
insoddisfatto del suo oggi, e ha continuamente
bisogno di illudersi. La sua ricerca  provare a
credere in qualcosa per cui valga la pena di
fermarsi a sognare. Vi sono circostanze in cui
voci impalpabili, salite da antri nascosti,
volano sopra al mondo, favorendo lâisolamento
totale degli esseri e il trasporto in una nuova
dimensione lontana dallâodierno, frettoloso
universo. Cos“  nato e vissuto il mio viaggio:
in un solitario afflato che, dalla fertile
dimensione ancestrale, pu˜ trasformare i primi
stupori in eterei incanti.


Cap. II
IL MARE

Non ho mai amato il mare: quel luogo assediato di
sole e bagnanti, scenario inutile per noiosi riti
e pigri sbadigli. Di esso ricordo solo la sabbia
che ti si attacca alla pelle, la sabbia che poi
ritrovi ovunque: dentro la camera dellâalbergo,
nelle scarpe, sul tappetino grigio della
macchina, nel piatto fumante della minestra o tra
la crema vaporosa del gelato. La sabbiaˇ e poi, a
mezzogiorno, lâassedio della Publilancio che ti
inseguiva ovunque, coi suoi assordanti messaggi.
Umiliato ed offeso, coperto di schiamazzi, mai
chiamato per nome o preso per mano, fatichiamo a
distinguerne lâinizio e la fine; ci imbattiamo in
lui quasi per caso, senza accorgerci del
misterioso sguardo che sale dai suoi riflessi
cosparsi di mille occhi, dellâarcano silenzio che
protegge dentro al suo ventre di cristallo.
Insensibili alla sua sacra identitˆ, esso 
diventato per noi solo una risorsa rinnovabile
dellâestate; oltre tale stagione non resiste
neppure un ricordo, frantumato nellâassurda
giostra meccanica dei nostri giorni.

Ho sempre amato il mare: quello delle solitarie
ore del giorno, in cui i pescatori partono e
arrivano, protetti da sguardi indiscreti, capaci
di violarne il mistero. Quello in cui puoi ancora
sentire il respiro della risacca, il vagliato
canto dei granelli di sabbia che percorrono
lâaltalena dei loro giochi di battigia: il mare
triste dei poeti.
Sento in lui lâisolamento che seleziona e
distingue popoli e razze, separandoli nei climi e
nella geografia; lo stesso con cui ha eretto le
barriere invisibili che, durante le ere, hanno
permesso lâevoluzione delle specie, nate dalla
divisione degli abissi.
Questo mare lo ritrovo in collina, tra vigne
purpuree che sanno dâautunno, calpestando le
argille bagnate di un suolo che conobbe lâacre
sapore della salsedine, e in cui non  difficile
immaginare, dai poveri resti scheletrici, la
bizzarra smania di vita degli esseri che
dovettero percorrerlo sotto un tetto di onde.
In esso scivol˜ la vita, che lentamente risal“ la
terra e giunse sino a noi. Chi ha pi nel cuore
la Memoria sulla quale oggi dovremmo costruire il
nostro avvenire? Il passato ha perso il ricordo
di se stesso, ha paura di continuare ad esistere,
di richiamarci a quei valori che sono frutto
della storia, della faticosa strada percorsa
dallâuomo, in cui il sacrificio era accettato non
solo con rassegnazione, ma anche come prova
voluta dallâalto. Il futuro non interessa perchŽ
ambiguo, incerto, sempre troppo lontano a venire,
mentre lâuomo  accecato dalla propria carne, dal
rumore della propria gloria; stregato dal sorriso
che si compiace del suo nome, dei propri ciechi
appetiti che gli divorano lâanima. Alto e
sardonico, assiso sul suo trono di latta,
beffardo ci guarda il presente: solo istante che
valga.
Ma c⏠anche un altro mare che amo: un mare
interposto tra realtˆ e fantasia, vasta pianta
che nella prima affonda le radici, e alla seconda
lancia e dona i suoi frutti: piccoli mondi
assetati di sole, cosparsi di meraviglia.
Specchio in cui si disegnano storie
straordinarie, grazie alle quali giungiamo in
Paesi lontani e diversi, abitati da strane
creature, ove lâansia di avventura annega, tanto
abbondante  il frutto che la nutre.
éâ il mare vivo che ride nella brezza del
mattino, nella schiuma delle onde da cui, in
tempi remoti, nacque la Dea dellâAmore; terza
parte del mondo, ove regna Poseidone che possiede
la conoscenza; ove Nereidi, Tritoni e Sirene
guizzano tra oscuri abissi: forme simili alle
immagini dei nostri sogni, ai giochi di luce dei
nostri specchi; Okeanos, sacro fluido sul quale
anche gli Dei giurano.
Eâ il mare dâOdisseo, quando, con sudore e forza,
lâuomo misurava ogni giorno se stesso, consumando
il proprio corpo nello sforzo di domare le cieche
leggi della natura selvaggia, e possente ogni
muscolo si legava e ingaggiava battaglia. Ogni
conquista era a rischio della vita, ma con
coraggio indomito, e se pure assistito da un Dio,
lâuomo conduceva la sua eroica esistenza. E non
solo imprese dâeroi: popoli interi erano
impegnati a piegare la terra, in una quotidianitˆ
che a noi, oggi, pare favola antica.
In altri mari, tra spruzzi di violente tempeste,
ho scorto, indistinta, la leggendaria figura di
Moby Dick; ho spiato dallâobl˜ il capitano
William Bleigh scendere nella scialuppa con i
diciotto uomini rimastigli fedeli, mentre
Fletcher Christian impartiva gli ordini agli
ammutinati, che intonavano canzonacce da ciurma,
inneggiando alla raggiunta libertˆ. Altre volte,
nascosto sulla coffa del Golden Hind, venivo
trasportato intorno al mondo: tra battaglie e
burrasche vedevo affondare lâInvencible Armada, e
naufragare con essa lâambizione reale della
Spagna.
Oceani di tempo e di spazio, sino allâultimo,
fatto di vuoto, che separa la materia diffusa, e
in cui il tempo e lo spazio si dilatano
allâinfinito. Oltre  difficile andare, anche
nella finzione. Dimensioni estreme entrambe, 
soprattutto il primo ad apparire vestito con
lâoscuro mantello del mistero. Il provare a
raccoglierlo disegna un limite incomprensibile,
che confonde la mente e ammutolisce il cuore.
Ho dedicato queste poche parole al mare perchŽ lo
ritroveremo spesso durante le nostre avventure.
Esso  il vero e proprio tramite che mi ha
condotto, prima mentalmente, poi anche
fisicamente, a scoprire le terre nascoste in
fondo al fiore. Senza di lui nulla, di ci˜ che
segue, sarebbe stato possibile.

Dal CAP. VI : MEDIATICUS E LA CASA DEL TEMPO.

- Ti sembra strana la mia casa , vero? - mi
chiese Mediaticus, notando il mio malcelato
stupore.
- Il fatto  che la struttura di questo luogo
deriva dalla sua funzione, che consiste
nellâordinare gli istanti, e di legare ad essi
gli accadimenti esterni. Se tu sapessi quanto 
difficile tenere conto di ogni cosa: il moto dei
pianeti, lo scoppio improvviso delle stelle, il
loro contrarsi o espandersi, lâurto fra due
meteoritiˇ Non tutto  cos“ perfetto come
potrebbe sembrare a prima vista, ed ogni
variabile deve entrare nel calcolo matematico con
cui  scritto il grande libro del Cielo; quel
libro il cui linguaggio spesso voi uomini vi
illudete di scrivere, mentre riuscite solo a
leggerne il segreto di qualche pagina. Nulla deve
essere lasciato al caso nel rapporto che esiste
tra materia e tempo. Qui esso transita soltanto,
attraversa il filtro dei mondi e poi ricade in
ogni angolo dellâuniverso.
Noi siamo abituati a considerare un solo tempo,
tanto piccolo  lo spazio in cui ci muoviamo da
non consentirci esperienze diverse, ma molti
altri ne esistono: quello delle stelle non  lo
stesso dei geodi di silice e ferro, il respiro
del vuoto  distinto da quello della massa
collassata, e la luce, che ovunque si muove, non
vive i medesimi giorni del buio. Attento, per˜:
le deformazioni dello spazio e del tempo sono
soltanto effetti locali e temporanei di uno stato
particolare, ma lo Spazio ed il Tempo che
avvolgono ogni cosa sono unici, eterni e
immodificabili, ed  il Tempo il nostro vero e
unico sovrano.
Il mio compito  quello di controllare che nulla
turbi lâarmonia che presiede a tutte le cose.
Soprattutto vigilo perchŽ lâorologio di cristallo
abbia sempre perfetti i meccanismi che ne
regolano il delicato equilibrio, che questa
misura, sospesa tra passato e futuro, mantenga le
sue esatte proporzioni.
Qui  solo il presente che non si muove, e lo
scorrere degli istanti non  misurato, poichŽ 
impossibile rinchiudere o toccare una dimensione
che  irraggiungibile. Pu˜ essere ordinata lungo
la scala che conduce al mistero, di cui possiamo
solo osservare il respiro. Come lâinfinito eco
della risacca, che frantuma i granelli di sabbia,
esso entra nelle nostre vene, e fa grande il
nostro amore del mondo. Ogni cuore scandisce,
allâunisono col proprio battito, lâappartenenza
della vita allâImmenso, che tutto comprende.
- Tu dunque non conosci il passato e il domani?
- Assolutamente! Ho sempre vissuto nel presente,
ed ugualmente infiniti erano dietro e davanti a
me gli istanti trascorsi e i futuri.
- Dunque non sai da dove veniamo, nŽ a cosa tenda
il nostro andare?
- Vane domande mi poni, per cui non esiste
risposta. Il tempo dellâeffimera , per lei, il
medesimo dellâinterminabile stagione delle
stelle. Non dipendono da nulla, tanto meno dalla
loro anima, che oscilla in balia dei venti
cosmici.
- Ma se questo Universo ha avuto un inizio, cosa
era, nellâinfinito PRIMA, di quella materia da
cui sarebbero nate, in un impeto di gioia
creativa, i nostri cuori, le nostre parole, il
nostro pensiero capace di immaginare e
abbracciare il Tutto, di spostarsi con rapiditˆ
maggiore di quella consentita dalle stesse leggi
della fisica? Se il tempo  sempre stato, e la
velocitˆ con cui fuggono i mondi tra loro 
finita, ripercorrendo il passato si dovrebbe
giungere a un istante in cui tutto coesisteva in
un punto, allora: o questa coesione era da
sempre, sino a che qualcosa non ne ruppe
lâequilibrio, e quindi il Mistero ha il volto di
quel Qualcosa, o essa pulsa con la massa della
materia e vive come un respiro che si dilata e
contrae.
- Solo il palpitare del suo cuore, che oscilla
tra lâalto e il basso, tra il bianco ed il nero,
tra il vuoto ed il pieno, tra il diffuso ed il
compresso, pu˜ spiegare il suo ieri, il suo oggi
ed il domani. Solo lâinfinito pulsare pu˜
contenere tutto il tempo.
Come le stagioni ritornano con precisa cadenza, e
le notti si alternano ai giorni, e le generazioni
si passano il testimone sulla terra, cos“ questa
legge, che troviamo e tocchiamo ogni istante
della nostra vita (noi stessi ne portiamo nel
sangue il meccanismo), sottende a quella pi
generale che sta allâorigine e alla cui immagine
si  strutturata ogni cosa.
Eâ tra diversi equilibri che si regge lâEssere;
dentro il pi insignificante granello di polvere
sta nascosto il senso del tutto,
nellâinfinitamente piccolo sta lâinfinitamente
grande, nel meccanismo che regola il battere del
cuore del cristallo  disegnato il senso che
spiega il pulsare dellâUniverso, il filo da
dipanare sta ben protetto in un guscio di
ghiaccio.
Ognuno pu˜ ritrovare il tempo in se stesso, e
credere unico il proprio, ma in realtˆ non esiste
un momento per ognuno di noi: anche la nostra
anima fluisce in un respiro pi vasto che tutti
comprende, che non si cura nŽ di me nŽ di te, ma
scorre soltanto dentro lâinvolucro di una
conchiglia di pietra.
- Ma quanto vi  di preordinato e quanto di
casuale in tutto ci˜?
- Vi  una sola forza che regge allo stesso modo
i pianeti e le vostre vite, la pi sperduta
stella e il sogno che porta alla coscienza di se
stessi, e si attorciglia disperato a difesa della
sua dimensione. Essa  ci˜ che voi chiamate Dio,
ma non  vostro figlio, nŽ padre; non  parola,
nŽ veritˆ. Eâ tutto quanto: bene e male, chiaro e
scuro, gioia e dolore, materia e vuoto, rinuncia
e speranza,  tutto questo e non  nulla di
questo. La sua voce vaga nel cielo, ove diffonde
una musica planetaria che solo ad un uomo fu
concesso di udire. E questa musica accompagna
tutte le cose, ed esse ne vivono.
- Quindi la vita  soltanto una nota che vaga per
lo spazio, e salta e trema come il canto di un
ruscello?
- Cos“ la si pu˜ anche intendere, e in esso ogni
cosa si specchia, tanto il cielo che il profondo
silenzio dellâanima!
Non riuscivo a capire, per cui gli chiesi:- Qual
 il significato che risiede nel tutto?
- Il senso  infinitamente vano. Sta nel fluire
di tutte le cose, sale, vive e poi precipita. La
ragione del fiore sta nel suo aprirsi oggi alla
luce del sole che ne perpetua il canto. Domani
sarˆ rappreso in un ricordo, forse ancora vivo in
un nuovo petalo, sino a che qualcosa non giungerˆ
a bruciarlo.
- Ma se cos“ fosse nulla avrebbe un senso, se non
contingente e limitato.
- E non  forse tutto, fuori che lo spazio ed il
tempo, limitato?
- Allora solo spazio e tempo hanno un senso?
A questa domanda Mediaticus non rispose.
- Ma se spazio e tempo racchiudono ogni cosa,
allora ogni cosa ha un senso! ö insistetti.
- Questa  la veritˆ che non va detta, poichŽ non
 ancora maturo il mondo per comprenderla.
Esso ricerca altre risposte e non considera la
pi ovvia, quella che per prima si  sempre
affacciata alla sua mente. Finisce cos“ con
lâimmedesimarsi nellâoscuro tunnel della propria
speranza, si aggrappa alle sue paure, al rifiuto
della realtˆ, troppo amara per essere accettata e
si accontenta di vivere la propria dimensione
senza immaginare nuove veritˆ. Abbracciato al suo
vascello di carta lascia che sia la tempesta a
condurlo incontro alla roccia che ne segnerˆ il
naufragio, e il timoniere, accecato dalle
acquate, non ne scorge la luce.

Dal Capitolo X: VIAGGIO NEL PAESE DI DORN.


Nellâattraversare il parco principale della
cittˆ, vidi alcuni ragazzi-fiore sdraiati
sullâerba. Ascoltavano un gruppo di ragazzi e
ragazze-chitarra intonare canzoni dallâaria quasi
sempre malinconica. Giulia mi spieg˜ che si
trattava di vecchi brani, molto in voga una
ventina di anni prima, e che quello era uno degli
ultimi sparuti gruppi di sognatori-idealisti che
fosse ancora possibile trovare a Dorn. Ci˜ era
possibile perchŽ le clonazioni, se stabilivano a
priori le caratteristiche fisiche degli
individui, non avevano alcun influsso sul loro
modo di pensare in generale, e di immaginare la
propria vita in particolare. Al tempo in cui
nacquero quei brani, la Fantasia si era diffusa
dalle Tecnoscienze (strutture educative simili
alle nostre Universitˆ), e per un attimo era
parsa in grado di conquistare il mondo. Allora i
giovani si chiedevano dove fossero finiti tutti i
fiori. La risposta, come unâeco di note di
tamburello, come il lamento straziato di una
armonica, diceva che il vento li aveva visti
cadere per le strade desolate, quello stesso
vento che, soffiando instancabile, cercava
smarrito un angoscioso perchŽ, e stentava a
comprendere le ragioni di tanto ingiusto dolore.
Poi, a poco a poco, era successo che quasi
nessuno si era pi interessato ai fiori.
Li lasciammo mentre cantavano questa canzone:


I grandi uomini sono morti:
di loro  rimasto il ricordo
la loro immagine scolpita
con i libri nelle loro mani
la storia ai loro piedi
i discorsi sulle loro labbra.

I grandi uomini sono morti
senza che il tempo abbia avuto
un attimo di riposo e di pace,
senza che il vento li abbia salutati
prima di vederli affondare
per sempre tra le tombe di marmo.

Non tutti gli uomini grandi
hanno un libro tra le mani
o una bandiera sul corpo,
come non tutti i santi
hanno le loro preghiere
e tutti i morti una piramide.

I grandi uomini sono morti
con la polvere nei capelli
e i vestiti laceri e sporchi,
ma la morte riconosce
ad ognuno la sua importanza
anche se lâuomo lâignora.





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