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A DUE PASSI


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Inviato da: Daniela Granata il November 05, 2002 at 09:13:18:

A DUE PASSI
di Daniela Granata


PRIMA PARTE

Un raggio di sole penetrava dalla finestra della
cucina e andava a cadere sul pavimento di legno
del corridoio. Nel riflesso migliaia di pallini
di polvere si sollevavano lentamente e
cominciavano a danzare silenziosi. Nella stanza
da letto un vecchio tappeto persiano giaceva in
modo disordinato accanto allâarmadio semiaperto;
alcuni indumenti erano ammucchiati su una sedia
di legno tarlata cui mancava un pezzo di
schienale. Sotto il letto, una scarpa da donna,
un libro dalle pagine arricciate e una lattina di
coca cola, probabilmente vuota, si tenevano
compagnia in mezzo alla polvere, alle briciole e
a fogli di carta scarabocchiati.
Mira dormiva sotto lenzuola e coperte mal
rimboccate, con un braccio penzoloni sul
pavimento in parquet e la testa sotto il cuscino
macchiato di rosso scuro qua e lˆ.
Ad un certo punto, il suono di un doppio bip
ruppe il silenzio: sopra una pila di libri vicino
alla sedia câera un telefono cellulare con il
display illuminato. Tra le lenzuola e le coperte,
Mira si mosse lentamente, borbottando qualcosa.
Con il braccio penzolante cominci˜ la sua
ricerca, tastando qua e lˆ tra la polvere e le
briciole. Di nuovo il suono del doppio bip. Mira
sollev˜ la testa, si liber˜ del groviglio che
lâavvolgeva e si sedette sul letto: aveva i
capelli sciatti, gli occhi pesti, il naso e la
bocca macchiati di rosso scuro. Si guard˜ intorno
con aria intontita e con lo sguardo cerc˜ di
individuare il luogo da cui era provenuto il
doppio bip. Si alz˜ dal letto e, barcollante,
and˜ verso la pila di libri, prese con fatica il
telefono e premette il tasto centrale su cui era
riportata una linea orizzontale ormai consumata e
poco leggibile. Mira premette pi volte lo stesso
tasto e un paio di volte quello che riportava un
simbolo a forma di punta di freccia. Poi rimase
immobile a fissare il display del telefono per
qualche minuto.
Un rumore di chiave nella serratura della porta
dâingresso richiam˜ la sua attenzione.
ăMira? Ci sei?ä chiese una voce femminile.
Mira usc“ piano piano dalla stanza da letto e a
piedi nudi sâincammin˜ lungo il corridoio,
investendo i pallini di polvere e la loro danza
silenziosa. Nellâingresso stava una donna intenta
a cercare qualcosa nella borsa che teneva a
tracolla.
ăCiao. Ho aperto con le chiavi di riserva. Tutto
bene?ä chiese la donna senza guardare Mira.
Nessuna risposta. Mira la osservava intontita.
ăTi ho chiesto seˇMira! Che cosa hai fatto al
naso?ä le chiese la donna alzando la voce.
Mira si port˜ una mano sul labbro, lentamente,
poi sul naso e avvert“ la pelle secca, lâodore di
qualcosa che ricordava il sangue rappreso.
La donna afferr˜ Mira per un braccio e la
trascin˜ verso il bagno, attraversando il
corridoio dove i pallini di polvere avevano
ripreso a danzare subito dopo il suo passaggio.
Il bagno stava in fondo al corridoio a destra,
come nella maggior parte dei casi.
ăCosa ti  successo? PerchŽ sei sporca di sangue?
Hai sbattuto da qualche parte?ä le chiese di
nuovo la donna posando la borsa sullo sgabello
vicino al lavandino.
ăTi senti bene?ä aggiunse.
ăVieni, lavati, non puoi andare in giro cos“ä
concluse.
Mira si lasci˜ lavare il viso, lâacqua era
tiepida. Il lavandino si color˜ di rosso chiaro,
mentre Mira si guardava allo specchio spostando
ogni tanto la testa per trovare una zona
abbastanza grande perchŽ ci stesse tutto il
volto. Lo specchio era sporco e crepato
orizzontalmente.
Mira cercava se stessa in quella superficie,
sperando forse di vedersi finalmente in volto. Da
settimane non puliva e non metteva ordine.
Inutili furono i suoi sforzi e alla fine avvert“
anche un dolore al collo. Forse non avrebbe
dovuto lasciare tutto al degrado e alla
sporcizia, forse era tempo di reagire. O forse
non ancora.
Il sole scaldava, era giˆ mattina inoltrata.
Fuori la vita si muoveva, procedeva nel suo
caotico ordine; le auto affollavano le strade ma
con un ritmo diverso dagli altri giorni della
settimana. Il cielo era azzurro, gli uccelli
cantavano anche per chi abita in cittˆ, il rumore
del tram che si fermava sui binari davanti al
portone di Mira era un cigolio costante e
fastidioso, del resto lâazienda dei trasporti non
si preoccupava mai di fare oliare i vari
ingranaggi. A parte tutto questo, era sabato.
Mira fin“ di lavarsi da sola, mentre la donna
accanto a lei continuava a parlarle. Chiuse il
rubinetto dellâacqua e a tastoni cerc˜ un
asciugamano accanto al lavandino. La donna si
mise a frugare nella borsa che teneva a tracolla.
ăTieni. Possibile che tu non abbia un asciugamano
pulito?ä le chiese la donna porgendole un
pacchetto di fazzoletti di carta.
Non câera nulla di pulito. I pavimenti erano
pieni di polvere e di macchie d'ogni tipo.
Ripiani e mensole erano appiccicosi e opachi, gli
angoli del soffitto si erano arresi alle
ragnatele ormai nere e il disordine imperversava
senza trovare ostacoli.
Mira si asciug˜ il volto, ora pulito dal sangue,
e usc“ dal bagno. Si guard˜ attorno per qualche
minuto: quella casa sembrava abitata da fantasmi.
Mira era tornata a viverci nonostante tutto ma
senza stimoli, senza voglia e senza prospettive.
ăVieni, ti preparo un caffä le propose la donna
distogliendola dai pensieri.
Attraversarono di nuovo tutto il corridoio: di
fronte alla porta dâingresso stava la cucina, un
altro mondo caduto in declino.
Mentre la donna si diede subito da fare per
sgombrare il tavolo da tutto ci˜ che lo
sommergeva, Mira si sedette e la osserv˜.
ăTina, tu non vivi mai un momento di
dispersione?ä le chiese Mira, rompendo finalmente
un mutismo che durava da giorni.
Tina si blocc˜ e guard˜ lâamica.
ăVuoi sapere se non mi sono mai ridotta a vivere
cos“ come stai facendo tu? No, maiä. Silenzio.
Tina passava ora una spugna umida sul piano del
tavolo.
ăLa vedi questa casa? Eâ la tua casa. PerchŽ
continui a vivere in questo modo? Speri di
cambiare le cose? Speri di azzerare tutto quanto?
Secondo me dovresti reagire, Mira. Non stai
andando in nessuna direzioneä
ăTina, come stanno i tuoi?ä
ăBene. Hanno firmato la settimana scorsa
dallâavvocato. Da luned“ mio padre andrˆ a vivere
da soloä. Tina riemp“ la caffettiera d'acqua.
ăE sei contenta?ä
ăEâ stato la migliore delle decisioni, almeno non
litigheranno pi sotto lo stesso tettoä. Prese
due tazze dalla mensola, le sciacqu˜ per togliere
la polvere e le mise sul tavolo con due
cucchiaini e la zuccheriera. Poi mise la
caffettiera sul fornello.
ăSei contenta?ä
ăOgnuno  responsabile delle proprie scelteä.
Mira le afferr˜ un braccio.
ăMa tu sei contenta, Tina? Sei contenta che tuo
padre se ne vada?ä
Tina si liber˜ dalla stretta dellâamica che la
stava chiaramente mettendo con le spalle al muro.
La veritˆ non  quasi mai quella che si vede.
ăCosa vuoi che faccia? Che implori mio padre di
restare per sentirlo ancora urlare e vederlo
soffrire?ä. Pausa. ăNon possoä riprese con la
voce meno sicura. E poi si tratta della loro
vita. Io ne ho abbastanza della miaä.
Il rumore del caff che saliva nella caffettiera
invase la cucina e il profumo dellâaroma si
diffuse intorno ai loro discorsi.
ăUna sera sono rientrata a casa tardi e mio padre
era seduto in cucina. Stavo per chiedergli cosa
facesse ancora alzato a quellâora quando mi sono
accorta che stava piangendo. Lâho lasciato solo
con il suo dolore e me ne sono andata a dormireä.
Tina prese la caffettiera e vers˜ il caff nelle
tazze. Aveva i capelli lunghi, biondi e
sottilissimi. Li teneva sempre sciolti sulle
spalle. I suoi occhi erano azzurri, quasi grigi.
Si notavano di pi da quando aveva abbandonato
gli occhiali e portava le lenti a contatto.
Mira la osservava sorseggiando il suo caff.
Aveva lâabitudine di berlo sempre bollente.
Fissava lâamica seduta di fronte a lei,
percependone la rabbia e quellâautocontrollo per
cui un poâ lâaveva sempre invidiata ma che in
fondo costringeva Tina ad un altro tipo di
prigionia. Ad un tratto scorse il vecchio dietro
di lei che stava per tagliarle la testa. Mira lo
guard˜ con gli occhi sgranati e cominci˜ a
sudare, ma non riusciva ad emettere un solo suono
vocale. Vide lâuomo sollevare la spada con tutta
la sua violenta a due passi dall'amica, le parve
quasi di poter sentire il sibilo dellâarma contro
lâaria. Tina girava il cucchiaino nella tazza e
con una mano si reggeva il mento; poi alz˜ lo
sguardo verso Mira e la vide mentre sudava e
tremava allo stesso tempo.
ăMira, che câ?ä le chiese preoccupata.
Il vecchio alle sue spalle abbass˜ lâarma,
sorrise a Mira col suo sguardo maligno e
scomparve.
ăN-no, nienteä.
ăStai di nuovo male?ä
ăNo, solo qualche brivido di freddo. Oggi 
sabato, vero?ä
ăS“. Vuoi che usciamo? Dai, Mira, sono settimane
che stai qui dentro lasciandoti andare al
degrado. Fatti una doccia, vestiti e andiamo in
centro a fare una passeggiata. Ti va?ä
Il centro? S“, sarebbe bello. Forse potrei ancheˇ
no. Non posso.
ăHai parlato con Mel?ä
Eâ il freddo quello che sento? Melˇ. Un
abbraccio, un poâ del tuo sole. Sono ancora al
buio, lo so.
ăMira? Hai parlato con Mel? Lo hai chiamato? Lo
hai visto?ä
ăNo. Non ci vediamo da due settimane. Quando i
miei sono partiti per il mare, sono venuta qui a
casa. Volevo stare da solaä.
Mira pens˜ al telefono cellulare e al doppio bip
che lâaveva svegliata. Erano due messaggi. Mira
li aveva letti, ma non aveva detto nulla a Tina.
Forse Mel lâaveva cercata, a modo suo le aveva
fatto sapere che pensava a lei, e non solo.
ăE Mel?ä
Silenzio.
ăDevo farcela da sola. Non pu˜ fare nulla per meä
concluse. Si alz˜, pose la tazza nel lavandino e
usc“ dalla cucina.
And˜ in salotto e si sedette sul divano. Da due
settimane aveva preso le sue cose ed era tornata
a casa dei suoi genitori, lasciando Mel in
solitudine in quella grande casa che avevano
faticosamente cercato assieme. Era stata lâunica
soluzione, lâunica cosa giusta che le fosse
venuta in mente. Ed era stato lacerante. A volte
la sera si ritrovava seduta in terra, con la
testa tra le mani a piangere, a implorare aiuto,
a cercare disperatamente il modo per scacciare i
mostri che la sua mente proiettava vigliaccamente
allâimprovviso. Se era sola o con Mel non
importava. I colori si accendevano, suoni, voci e
muri imbrattati si mettevano a danzarle intorno
come un girotondo macabro. Allora Mira sedeva sul
parquet, scalza e mezza nuda, coi capelli scuri
davanti agli occhi e attendeva in lacrime che
tutto cessasse.
Tina si sedette accanto a lei.
ăCosa pensi?ä
ăSolo che ho pauraä
Lâamica la guard˜ negli occhi lucidi. Si
abbracciarono forte. Poi Tina le prese la mano
con dolcezza.
ăFatti una doccia, vestiti. Devi uscire da questo
schifoä.
Uscirono di casa che era ormai pomeriggio. Fuori
era estate.


SECONDA PARTE

La finestra come al solito era aperta e il vento
muoveva appena la tenda strappata in tutta la sua
lunghezza. Lâorlo sgualcito ondeggiava lento
trascinandosi avanti e indietro sul parquet e
disegnando piccole linee invisibili a forma di
otto.
In un angolo sul pavimento, una bottiglia vuota,
senza etichetta, e un bicchiere scheggiato
sembravano essere stati messi l“ apposta, quasi
in posa, pronti per fare da modelli ad un artista
di nature morte. La lampada sul tavolo vicino
allâarmadio era accesa e sebbene facesse molta
luce, non riusciva ad illuminare ogni angolo di
quella stanza il cui spazio restava infatti
inspiegabilmente tagliato tra il visibile e
lâoscuro. Si poteva percepire uno strano odore di
fiori: forse le gerbere stavano nel vaso da
alcuni giorni senza che nessuno si fosse
preoccupato di cambiarne lâacqua.
Fuori dalla finestra il mondo era al buio,
avvolto dalla notte sotto un cielo senza stelle.
Da lontano giungeva il suono di una sirena,
lâabbaiare fastidioso di un cane, il rumore
rombante di auto lanciate a tutta velocitˆ da
autisti incuranti dellâorario e della possibilitˆ
che qualcuno tentasse invano di prendere sonno.
Unâombra comparve dâun tratto sul parquet del
salotto, allungandosi fino a sfiorare la
bottiglia e il bicchiere immobili.
Si ferm˜ accanto alla finestra e si chin˜ verso
lo strappo della tenda. Lâafferr˜ con una mano,
fissandolo come un investigatore che sul luogo
del delitto si sofferma ad esaminare ogni
dettaglio per formulare le prime ipotesi. Si
rialz˜ e rimase qualche istante immobile, in
silenzio, poi and˜ a sedersi sul divano
lasciandosi cadere a peso morto.
I pensieri si liberavano piano piano,
attorcigliandosi uno con lâaltro alla disperata
ricerca di una posizione comoda, di un momento di
quiete e di calma. Si sforzava di chiudere gli
occhi, di non pensare, ma sensazioni e
ragionamenti percorrevano ribelli gli angoli
della sua mente, instancabili, veloci, facendosi
pesanti come macigni, strappando agli altri
pensieri ogni minimo spazio, ingoiando volontˆ,
spirito di reazione e ricordi.
Mel sedeva sul divano, il gomito appoggiato sul
bracciolo per reggere con la mano la testa
appesantita. Aveva la fronte bagnata di sudore,
gli occhi segnati dalle lunghe ore cedute alla
rabbia, passate a pensare, senza riuscire a
dormire.
Libertˆ non  questo freddo. Chiamami libero se
in me vedi la strada che tu non puoi percorrere,
dimmi se scorgi di lontano il sibilo del vento
che ha spezzato il tuo filo, la tua voce, il
disincanto di cui non conosco pi lo sguardo.
Mel traduceva in respiro la propria
incomprensione, il dolore di cui era prigioniero,
sforzandosi di ricordare dove tutto si era
improvvisamente interrotto sotto i suoi occhi,
rendendolo incapace di interferire, di depistare
il susseguirsi degli eventi e il tempo che, nei
momenti in cui non si  presenti, sembra andare
pi veloce, sembra scorrere come la piena di un
fiume pronta a travolgere ogni cosa sul suo
percorso. Aveva perso il pi di quanto circondava
ora la sua esistenza, quella stanza, quella casa.
ăMel, che ne dici dellâestate?ä
Era partito tutto da l“. Era cos“ che sarebbe
dovuta andare. In estate, s“, perchŽ il sole
avrebbe dato un tono diverso a tutto quanto e
sarebbe stato pi facile uscire dalle zone
dâombra e dallâodore della nebbia. Comâera stato
parlarne, immaginare la realtˆ prima che questa
prendesse corpo per davvero e poi ritrovarsi a
viverla, inaspettatamente, sorprendendosi e
ridendone assieme? Comâera stato percorrere
insieme la stessa strada per tutti quei lunghi
giorni attraverso il freddo dellâinverno e la
prigionia della propria mente? Comâera stato
superare i giorni bui dei momenti difficili
quando alla realtˆ stessa dâimprovviso subentrava
un altro mondo e le immagini assumevano colori e
odori sconosciuti e riservati solo a chi li
percepiva?
Comâera adesso sentire lâeco continua delle voci
e sopportare il film che la mente proiettava
davanti ai suoi occhi istante dopo istante?
Un giorno dâestate. Questo era stato lâaccordo.
Un giorno di sole, col cielo azzurro, con i fiori
e la libertˆ di percepirne la presenza reale, il
profumo.
Il tuo filo si  spezzato, il mio colore si 
sciolto. Ma tu lo senti il grido che mi investe
silenzioso e che uccide ogni mio pensiero di te?
Aveva combattuto per mesi, sfidando fragilitˆ e
disperazione, ponendo sempre davanti a sŽ la
speranza, tutta la sua forza, anche quando gli
era sembrato di non averne pi.
ăS“,. dâestate sarebbe perfettoä.
Non erano passati tre mesi da quel giorno. Mel si
copr“ gli occhi con una mano e cominci˜ a
piangere, mentre il vento insistentemente
continuava a muovere la tenda davanti alla
finestra. Ora, mentre piangeva, riusciva a
sentire nella sua mente lo scroscio di un liquido
che da una bottiglia veniva versato in un
bicchiere. Mel ricord˜ allora una bottiglia di
vodka, comprata qualche settimana prima.
Mira lâaveva svuotata completamente, tentando di
annegare il suo male. Aveva lasciato la bottiglia
sul parquet, con il bicchiere vuoto accanto, cos“
non si sarebbero sentiti soli. PerchŽ non voleva
pi vedere i mostri della sua mente, i colori
accesi di quelle immagini, di quel mondo, quella
realtˆ a cui Mel non aveva accesso. Poi aveva
guardato fuori dalla finestra il sole che andava
a dormire. Non avrebbe sopportato un altro giorno
di inverno. Allâimprovviso Mel liber˜ il grido
che lo teneva prigioniero con il suo dolore. La
sua vita non sarebbe stata pi la stessa, nŽ con
nŽ senza Mira, ora lo sapeva.
Mentre la notte si ritirava in un altro punto del
mondo, i colori del nuovo giorno traspiravano
dalla finestra rimasta per tutto quel tempo
aperta, in attesa. Cos“, minuto dopo minuto gli
angoli oscuri acquistarono chiarezza, si
mescolarono con il visibile e la luce della
lampada a poco a poco si fece superflua.
Mel rimase seduto sul divano a guardare il sole
rinascere, quel sole di cui Mira aveva sempre
avuto bisogno, poichŽ esso era lâestate e la
speranza che lâaveva fatta sentire a due passi
dalla luce.




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