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e tornavo la mattina presto...


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Inviato da: giampaolo demontis il November 13, 2002 at 20:22:05:

e tornavo la mattina presto sfrecciando
nelle strade ancora cariche di notte coi riflessi
tiepidi dei lampioni ancora accesi ma leggeri sul
marciapiede. lâalba guidava il mio ritorno a casa
e di lato la storia di un impero mi osservava
passare senza avergli chiesto il permesso. Roma
di notte e di mattina presto e lâestasi di stare
soli al centro del mondo. la storia di se stessi
in mezzo alla storia degli altri che non ci sono
e del mondo le cui persiane sono ancora chiuse.
viaggiare nel mattino infante e vedere nessuna
macchina e nessuna persona e solo e insieme
felice e pensare che Roma forse era fatta per
tornare soli e felici al mattino presto. Roma 
prosodia bop di quando la sua notte vola senza
controllo. cercavo sempre di allungare la notte e
dilatarne ogni secondo che volava ancora pi
veloce. non era tempo buono da vivere ma da
rincorrere e sudare per afferrarlo e viverne il
ricordo. ritornavo a casa colla luna stanca sulle
mie spalle morbide di sonno e il Colosseo mi
circondava la strada e io circondavo il Colosseo
di strada e lo portavo a casa ma non ci stava e
lo sognavo intero la mattina a dormire e pensare
che forse aveva visto pi cose di me e un giorno
me le avrebbe svelate. ritornavo al mattino
quando spuntava il sole e la gente dormiva
giacente nel sonno consolatore di aver fatto la
cosa giusta. ma la cosa giusta a Roma non la
faceva nessuno perchŽ nessuno sapeva di essere in
grado di fare la cosa giusta e di sapere quale
era la cosa giusta da fare e perchŽ tutti
correvano e correvano e non pensavano a
domandarsi verso dove la loro corsa li avrebbe
portati e quali fatiche li avrebbero cresciuti e
maturati e consumati. e io passeggiavo Roma lento
e piano e piano e sapevo che la cosa giusta da
fare in quel momento e sempre era quello che
stavo facendo e dopo quello che avevo fatto. le
strisce azzurrine di cielo sopra la via tra
palazzi alti e tetti dorati di lampioni accesi a
farmi strada e compagnia. il grigio scuro ombroso
della rovina di una cittˆ troppo grande per poter
essere mai capita arrivava dalla striscia lontana
dellâorizzonte e sarebbe stata unâaltra triste
giornata di fumosa malinconia e caldo marrone di
un merdoso affollarsi di uomini unidimensionali
corrotti di scarpe e profumi e gare di simboli e
consumo di tecnologia sfrenata a parlare di vizi
e privilegi. e gli uomini zecca a succhiare il
sangue tiepido della societˆ da vomitare al
riparo di tetti di santi popolari. il lastricato
vecchio di mille e pi anni mi agitava il culo e
lâanima e pensavo di essere felice di capire una
cittˆ troppo grande per essere capita edâessere
lâunico erede di un impero.
ma perchŽ ero solo quando tutto il mondo poteva
essere con me? dove stava la gente che non aveva
da piangere? dormiva forse?
ero lâunico superstite di vita e vino e di gente
cieca di me e di nessuno. ebbro di vino tornavo
con Lucien Mezzanotte che mi accompagnava la
strada universo madre e il ritorno a casa era
lâonda e il desiderio struggente di stare sulla
strada che ondeggiava il mio passaggio. annegato
pensoso discendevo le acque verde-azzurro del
Mare Rimbaudiano nel ritorno al conosciuto come
ultima sponda. e lâaria fresca e bianca scivolava
su di me e insieme a me e andava dove io andavo
senza che glielo avessi chiesto. mi seguiva e mi
faceva compagnia soffiando nellâorecchio e nei
capelli ci˜ che sarebbe diventato il tempo. e poi
il caldo che sarebbe stato e il colore bruciato
del giorno che doveva essere e i miei sonni
tranquilli giornalieri senza sentire nessuno sino
a quando la luce avrebbe smesso di inondare la
finestra e la stanza. avrei allora destato il
torpore del sonno e avrei di nuovo pensato a
consumare e creare e trasformare e distruggere e
ricreare sino a quando qualcuno dellâindomani
avrebbe raccolto i cocci della vita di ieri.

roma  seni enormi generosi
straziati di capezzoli
penzolanti che colano
bianco sangue anemico.

e Roma immensa e lontana nellâorizzonte e io
lâho capita perchŽ lâho raccolta e poi scaldata e
consolata nei sobborghi terminiani e negli
sguardi di vita esotica al di lˆ dei treni. e
negli odori dâOriente e Africa e negli occhi di
bambini ombra la cui lingua non  la mia ma non
importa. nei gruppi di gente negra e di librai
angolo che affollano la Giolitti route e che
scivolano silenti ai laziali e dominano lo
sguardo e i sensi e lâimmaginazione. nei romani
bazar dâOriente di sandali e suoni e ancora nei
suc colorati della Roma razzista di Vittorio e
dintorni ormai deserti. e poi birra nei tavoli di
bar freschi dellâombra notturna di alti palazzi
di un tempo a guardare finestre sonnolente e
macchine nelle lenzuola e cani insonni e noi
stessi e il sole che cresce.



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