www.fernandapivano.it

La Maglia Ní 3


[ Home ]

Inviato da: dario il January 06, 2003 at 20:05:29:

La Maglia Numero 3

Il fango misto ad acqua filtrava da sotto la
porta scrostata dello spogliatoio.
Era un giorno di pioggia, poca gente sugli
spalti, nuvole gonfie gravitavano come avvoltoi
sul campo da gioco, pozzanghere e zone prive
dÔerba invase dalla fanghiglia rendevano il tutto
abbastanza squallido da vedere.
Quella non era una normale partita, almeno per
Arturo, proprio no, infatti, doveva essere
lÔultima della sua carriera, rigorosamente da
dilettante, disputata in quella piccola squadra
del suo paese per oltre ventÔanni.
Ora aveva quarantÔanni suonati, di partite ne
aveva gił giocate a centinaia, eppure in
quellÔattesa si sentiva quasi emozionato, mentre
si allacciava piano le scarpe meditando sul suo
prossimo destino senza piŁ calci al pallone. Si
perchĆ...vedete, Arturo la storia del giocare a
calcio lÔaveva sempre presa molto sul serio, lui
ci sputava lÔanima e il sangue su quel pezzo di
terra erbosa. Lasciava fuori del campo tutte le
brutture che aveva conosciuto, il lavoro duro che
faceva, il suo essere figlio di un alcolizzato
che non era mai venuto una volta...dico una, a
vederlo giocare, e lui diceva che non gliene
fregava nulla, ma non era vero, ci stava male.
Quando aveva iniziato a giocare in squadra a
quattordici anni aveva perfino pianto un paio di
volte, senza farsi vedere, nella doccia, prima di
entrare in campo, come quando era stato
selezionato per rappresentare la squadra
giovanile della bassa bresciana contro la
formazione dei pari etł del Brescia. Per lui
aveva significato molto, molto di piŁ che per
qualunque altro suo compagno. Nel riscaldamento
mentre facevano i giri di campo aveva cercato con
lo sguardo suo padre, invano, sulle tribune. Non
poteva credere che per una cosa del genere non si
potesse essere fieri del proprio figlio, eppure
cÔerano tutti, tutti la ad applaudire contenti,
si era persino fermato davanti a tutta quella
gente scorrendo con lo sguardo tutte le facce,
quei sorrisi, ma suo padre non cÔera, ed in mezzo
a tutta quella folla, forse per la prima volta,
si era sentito davvero solo. I suoi compagni
uscirono lasciando vuoti gli spogliatoi, ma lui
era rimasto ancora qualche minuto seduto,
fissando i segni che aveva tracciato il suo
allenatore con il gesso, sulla piccola lavagna,
per spiegare a tutti come si doveva affrontare
quella partita. LÔallenatore, e cioĆ il vecchio
Beppe, unÔuomo sulla cinquantina, basso tarchiato
e pelato, era entrato a pendere il suo cappello,
e lo aveva sentito urlare: Ń Bastardo !
bastardo!ń.
Si era incuriosito e avvicinandosi piano alla
doccia lo aveva scorto, con la testa appoggiata
al muro, ma senza meravigliarsi per la sua
rabbia, infatti, conosceva bene la situazione
famigliare di Arturo. Lo aveva solo preso per il
braccio e senza dire nulla lo aveva accompagnato
fuori, sul campo, gli aveva detto solo: dai
Arturo..ora...gioca a calcio! Non aveva lacrime,
aveva solo gli occhi lucidi, e appena
lÔallenatore lo aveva lasciato andare, lui, aveva
cacciato non un urlo, ma un ringhio, si, un
ringhio di rabbia, lo stesso che gli era rimasto
dentro fino ad oggi, sempre con quellÔintensitł,
sempre uguale a quel giorno, un misto di rabbia e
dolore, un Dolore, che se eri un suo avversario e
non ti sbrigavi a buttare via la palla, percepivi
la netta sensazione che poteva diventare anche il
tuo...non so se mi spiego!

Ma lui si sentiva un duro capite ? lui era il
terzino picchiatore della sua squadra, quello che
non doveva mollare mai, quello che se cÔera
bisogno si sacrificava anima e corpo mettendoci
la sua volontł, il suo amore, coraggio, sudore,
cuore, agonismo, e passione, ricevendo spesso in
cambio legnate, fischi e sputinfaccia, un vero
affare non vi pare?
Per tutto quel patire e gioire non cÔerano motivi
legati nÄ al denaro e nÄ alla fama, peraltro poca
che si poteva avere in quella squadra. LÔunico
motivo che Arturo sentiva veramente, era che ne
aveva bisogno, era la sua rivincita, il suo
momento di Gloria, e nessuno! glielo doveva
negare.
Sentiva, e sapeva, che una volta la dentro, il
ricco e il povero, il bello e il brutto,
sarebbero diventati tutti uguali, e sarebbe stata
solo una questione di tecnica, e coglioni di
marmo.
La sua maglia granata, la numero 3, ora nessuno
si sognava piŁ di indossarla, nemmeno quando era
infortunato e non poteva giocare. Fino a quando
aveva avuto circa diciotto diciannove anni ci
avevano provato, ma poi, visto che sÔincazzava
come un toro, e un paio di volte aveva anche
fatto a botte per questo, avevano accettato il
fatto, e dunque era diventata la Sua maglia, la
numero 3 ! e forse, era stata la cosa nella vita
che aveva sentito piŁ sua.
Arturo aveva la faccia segnata ormai da qualche
ruga, stempiato e con il naso pronunciato e
storto per una brutta frattura provocata dal suo
impatto con il palo della porta, un paio di
cicatrici sulle ginocchia e una sullÔocchio
destro. Lui le chiamava Ńi miei segni di
battagliań, e aveva ragione.

Come spesso accade per questi personaggi, fuori
del campo era una figura mite e alla mano, uno
che nel gergo chiamiamo Ńdi compagniań, ma quando
calpestava il terreno di gioco, succedeva
qualcosa, difficile dirlo o tentare di spiegarlo,
qualcosa di chimico forse. Cambiava perfino
lÔespressione del volto, che lo faceva sembrare
diverso. Tutte le volte che entrava ripeteva
sempre la stessa scena, faceva qualche passo e
poi si girava verso le tribune, che ci fosse
gente o no aveva poca importanza per lui, sputava
per terra e si avviava verso il centro del campo,
sempre cosô, per tutti quegli anni.

Il tunnel che dagli spogliatoi immetteva al
campo, era lungo circa cinque metri.
In quel giorno, cioĆ quello del suo ritiro, alla
fine di questo tunnel non ci sarebbero stati
fotografi o banda del paese a dargli lÔaddio,
ma Ńsoloń unÔaltra partita da giocare.
Dato il suo ruolo non aveva quasi mai assaporato
la gioia del goal, ma non si lamentava di questo
perchĆ diceva che era il Ńdestino del terzinoń,
come gli aveva insegnato Beppe lÔallenatore, che
ripeteva sempre queste parole: ascoltate bene
segaioli!!! in tutti i ruoli ci vuole cuore e
passione, se non li hai...puoi anche andare a
casa e sederti sotto il portico e farti vento,
perchĆ Ć tutto quello che puoi fare !!!

Quello che gli premeva davvero era lasciare
degnamente il calcio giocato, insomma...fare
bella figura, anche in quellÔultima partita, che
nessuno potesse dire che Arturo si era lasciato
andare, che non aveva messo lÔanima e il cuore al
servizio dei suoi compagni. Con questo pensiero,
che qualcuno potrebbe giudicare patetico, ed in
parte immotivato, quel giorno, percorse quei
cinque metri del tunnel.

Tutto era pronto, i suoi soliti quattro passi,
uno sguardo alla tribuna e una sputazzata in
terra, la stesa atmosfera, come sempre, anche in
quellÔoccasione.
Una leggera brezza spazzava il campo, i pioppi
segnalavano la loro presenza sfregando le foglie
in un allegro brusio che faceva da sottofondo ai
pensieri di Arturo, mentre assaporava per
lÔultima volta quellÔemozione.
Mentre aspettava il fischio dÔinizio questa volta
non cercava il padre tra le tribune, ma forse
qualche volto amico, una donna, e chi puś dirlo?
Un fischio, il segno della croce che lui faceva
sempre prima di cominciare a giocare, e la
partita era iniziata. Arturo aveva gił cambiato
espressione, ritiro o non ritiro, quella era
unÔaltro momento di gloria, che fosse una gloria
da quattro soldi o no, non gli importava, era
quello che aveva voluto e cercato, non cÔera
tempo per i rimpianti, ma cÔerano solo, altri 90
minuti.

Batticuore ÷ respiro profondo ÷ devo spendere
bene le energie ÷ arriva arriva ÷ Ć mio lascia ! ÷
affanno ÷ il terreno Ć pesante - chissł come
sarebbe se segnassi un goal ÷ scivolataaaa ÷ la
palla rimbalza male ÷ chissł se Laura Ć venuta a
vedermi ÷ ho il fango nelle mutande ÷ tanto non
mi scappi ÷ sei giovane ? ÷ allora corri ÷
svelto ÷ non mi guardare cosô - tanto non mi fai
paura ÷ ora ne hai tu - affanno ÷ viaaaaaa !!! ÷
si si ti ho visto ÷ batticuore ÷ Paolo guardami
ora la butto su ! - stanno applaudendo ÷ si mi
piace ÷ avrei potuto farti male ÷ tÔĆ andata
bene ÷ dolore ÷ ma tanto non mi piego ÷ in campo
non ho mai pianto ÷ quella faccia vicino alla
rete ÷ Ć lô da sempre ÷ gli alberi ÷ mi sembrano
piŁ alti oggi ÷ vorrei non finisse mai ÷ devo
correre piŁ veloce ÷ cosô ecco ÷ non preoccuparti
Mario ÷ copro io ÷ come sempre ÷ anche questa
volta ÷ scivolataaaa ÷ sono fradicio ÷ sento il
vento ÷ Ć fresco ÷ arriva ÷ Ć mia ÷ lascia ÷ di
testa ÷ fango negli occhi ÷ batticuore ÷ qualcuno
mi chiama ÷ in tribuna ÷ qualcuno ha gridato il
mio nome ÷ non posso guardare - ora non ho tempo ÷
vorrei sapere solo se lei Ć lô ÷ ma poi che
importa ÷ tanto non passi ÷ sono qui io ÷ apposta
per te ÷ attento Mario - scende da destra ÷
merda !!! - via !!! ÷ nella mischia ÷
confusione ÷ attenti ragazzi ÷ mia mia ÷ la
colpisco la palla - piŁ forte che posso ÷ ancora
il vento ÷ non sembra nemmeno la mia ultima
partita ÷ emozione ÷ correre ÷ cÔĆ qualcosa
meglio di questo ? - si ti ho steso ÷ ma senza
rancore ÷ potrai farlo anche tu ÷ non con me
perś ÷ hahahaahahah ÷ ecco lÔarbitro guarda me ÷
forza ÷ sento che manca poco ÷ stiamo vincendo ÷
ma Ć solo un particolare ÷ batticuore ÷ ho la
maglia fatta di fango ÷ si vedrł ancora il mio
numero 3 ? ÷ unÔaltra corsa ÷ ho quasi il
fiatone ÷ ma nessuno se nÔĆ accorto ÷ velocitł ÷
sudore ÷ ora la butto fuori dal campo ÷ il piŁ
lontano possibile ÷ magari sopra uno dei pioppi ÷
come una volta ÷ Mario mi guarda ÷ so che
vorrebbe dirmi qualcosa ÷ non ci diremo nulla ÷
nemmeno dopo ÷ siamo fatti cosô ÷ ma non fa
nulla ÷ tra qualche anno smetterł anche lui ÷ un
ultimo sprint ÷ eccolo ÷ il fischio finale ÷
purtroppo ÷ verso gli spogliatoi ÷ come sempre.

Questa, piŁ o meno, era stata lÔultima partita di
Arturo.
Alla fine, nel bar del campo sportivo, lo
aspettava il presidente della squadra per
consegnarli una targa al merito. Era una targa
color oro con scritto sopra il suo nome e
cognome, il nome della squadra e tanti
ringraziamenti per il suo operato.
Il presidente gliela consegnś stringendogli la
mano, mentre il fotografo della squadra
immortalava quel momento. Arturo era quasi
imbarazzato, avrebbe voluto che fosse qualcun
altro al suo posto, ma non cÔera nulla da fare,
era lui stavolta il protagonista, anche senza
aver segnato nessun goal, anche se era un
terzino. Abbozzś un sorriso con lÔangolo della
bocca, si guardś attorno come per cercare
qualcuno, forse per sfuggire a quellÔattenzione
non voluta. Uno squarcio di sole tagliava le
nuvole, Laura forse non era venuta, chissł!
Stapparono una bottiglia di spumante facendo il
botto con il tappo. Mario, che aveva giocato
vicino a lui per tutti quegli anni gli passś
vicino dicendogli: tanto tra qualche anno ti
raggiungo Arturo...poi si viene a vedere la
partita assieme...ora se fanno goal...non posso
piŁ dare la colpa a te !!!

La gente sciamava dal campo sportivo, piano, tra
qualche folata di vento, tutti parlottando,
naturalmente non solo di calcio, la partita era
finita, ed il sole sembrava voler uscire allo
scoperto, ora che tutto era finito.
Arturo li guardava da dietro al vetro del bar,
finendo di bere il calice di spumante dolce
offerto dal presidente, che se ne era gił andato.
Aveva la sacca della squadra ai piedi, di colore
granata, come la maglia, che avrebbe dovuto
riportare al campo tra qualche giorno.
Ricordava la prima maglia che gli avevano dato,
che gli era larga, molto larga, ma era anche
lÔunica che cÔera e allora se la metteva lo
stesso, se la guardava indosso, mettendosi di
fronte allo specchio della camera di sua madre,
Arturo quattordicenne, con le maniche arrotolate
fino ai gomiti, mettendosi di profilo e
sforzandosi di vedere il numero dietro alla
schiena, il numero 3.

Non Ć poi cosô male il ritiro Ńpensavań,
dopotutto, potrś avere le domeniche libere,
andare un pś in giro, vedere qualche amico,
giocare a carte....non si prendono calci a
giocare a carte vero?, potrei imparare a giocare
a biliardo, andare a leggere il giornale al bar,
prendere il caffĆ, e poi...venire a vedere la
partita...gił...potrei...una vera schifezza !!!
Tirś fuori la targa dalla custodia di finto cuoio
e la lesse, posando il bicchiere sul bancone del
bar e prendendo una sedia, prima non gli era
riuscito, era troppo imbarazzato, era scritta con
caratteri fini ed eleganti e diceva cosô:
ŃAD ARTURO B. PER I SUOI 26 ANNI DI IMPEGNO E
DEDIZIONE ALLA SQUADRAń CON AFFETTO E STIMA: LA
SOCIETAÔ E I TUOI COMPAGNI. Gambara (BS) Giugno
1978.

La rimise a posto con cura, salutś alcuni amici
ed il gestore del bar, come sempre dÔaltronde, e
poi si avviś verso al sua cinquecento bianca. Il
vento ora si era calmato, era durato giusto 90
minuti, ed i pioppi ora erano fermi, a forza di
vedere partite forse anche loro si erano adeguati
ai tempi di gioco.
Raggiunse la macchina, butto dentro la sacca, e
salô a bordo, senza voltarsi.

Negli anni che seguirono Arturo non si fece
vedere spesso alle partite, come invece molti si
sarebbero aspettati, si limitś ad andare qualche
volta, in certe occasioni, che forse gli
ricordavano qualcosa...o qualcuno...chissł !!!
Si metteva in fondo al campo dietro alla rete con
le mani affondate nella giacca, oppure dietro la
schiena, osservando con attenzione tutto quello
che accadeva ma senza mai imprecare o dare
consigli, forse perchĆ si ricordava ancora quelli
che dalle tribune gli rompevano le palle con i
vari fai questo e fai quello....ma fatti i cazzi
tuoi !!!
Qualcuno dice di averlo visto anche tempo fa al
campo, verso lÔimbrunire, dietro alla rete, al
suo posto, solo che...non cÔera nessuna partita.



Messaggi correlati:



Invia un commento

Nome:

E-Mail:

Oggetto:

Commento:


Questo e' la bacheca di Fernanda Pivano potrete pubblicare i vostri racconti
www.fernandapivano.it