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Lilian


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Inviato da: Peppe Latanza il May 07, 2002 at 19:04:49:

LILIAN.

La prima volta che vidi Lilian fu nel 1986. Mi
applicavo diligentemente allo studio di
Hieronymous Bosch nel quarto, indimenticabile
anno di liceo. La pittura era divenuta la colonna
sonora della mia vita e Bosch ne era il leit
motiv, colui che consideravo il pi inquietante
artista di tutti i tempi. La mia ammirazione per
Bosch non era dissimile da quella che nutrivo per
altri autori come Bruegel o Van Gogh. Ma nutrivo,
accanto a questo lieve sentimento, quello pi
profondo e pericoloso quale  la Venerazione.
Quest'ultima era legata unicamente ad un solo
dipinto di Bosch, che io presumevo ben al di lˆ
delle sue stesse capacitˆ. Il dipinto era "La
cura della follia". Non scender˜ qui in
particolari tecnici che un profano riterrebbe
soltanto incomprensibili e noiosi. Vi dir˜ solo
che la Venerazione non aveva nessuna causa
riconducibile alla oggettiva bellezza del
dipinto. Ma scaturiva da ci˜ che, in quel
dipinto, non comprendevo, come un segreto che i
colori avevano voluto celarmi. Forse fu questo ad
indurmi, negli anni che seguirono, a riprodurlo
infinite volte, con le pi disparate tecniche
pittoriche, utilizzando i pi diversi materiali,
in modo maniacale tale da destare preoccupazione
in chi mi era vicino, nel solo disperato
tentativo di capirne un improbabile, secondo i
miei congiunti, segreto esoterico. Ma, nonostante
ci˜, non volli mai vederlo dal vivo. Avevo il
terrore di scoprirmi idolatra.

Il mio incontro con Lilian, appunto in
quellâanno, fu fugace, come lo sguardo di un
passante. Nel 1986 durante il quarto di liceo, il
professor Laruccia, zelante insegnante di storia
dell'arte nonchŽ raffinato gourmet(un pranzo in
sua compagnia si traduceva in accorate
disquisizioni di arte culinaria)volle arricchire
le lezioni di storia dell'arte con alcune
monografie. Ce ne indic˜ quattro: la mia scelta
non poteva non ricadere su Bosch. Il prof giudic˜
la mia scelta immediata come frutto della mia
propensione al Bizzarro. Mi conosceva come
lettore bulimico di Allan Poe e Borges, ma
ignorava la mia nascente ossessione per
Hieronymous Bosch. Ogni studente avrebbe dovuto
approfondire l'opera dell'artista prescelto e
cos“ nei giorni che seguirono mi recai pi volte
nella biblioteca del liceo alla ricerca dei testi
che riguardavano Bosch.
Avevo tra le mani uno dei tanti testi di storia
dellâarte e, sinceramente, non ne ricordo il
nome. Il capitoletto che riguardava Bosch era
corredato da qualche foto delle sue opere, in
particolare ăLa cura della folliaä, alla quale
era allegata una striminzita critica di Hubert
von Brauer. La foto non destava attenzione se non
per il fatto che, a differenza delle altre, non
ritraeva solo il dipinto ma anche una visitatrice
che mostrava le spalle e un tup brizzolato
allâobiettivo ed ammirava, supponevo, lo
splendido dipinto. Aveva un cappotto di pesante
lana rossiccia ed intuivo le mani giunte
allâaltezza del ventre. Spesso, in alcune foto
antologiche compaiono spalle e nuche di
visitatori occasionali. Quindi, quella volta, la
figura ricurva di Lilian non rappresentava per me
che una normalissima contingenza.
Qualche anno pi tardi, quando proclamavo
solennemente la fine della stesura della mia tesi
su Velasquez e, quindi, della mia carriera
universitaria, mi capit˜ fra le mani una seconda
foto dellâopera di Bosch. Era una di quelle
cartoline rigide, da souvenir, che un mio caro
amico, conoscendo la mia ossessione per quel
dipinto, mi aveva portato al ritorno da un
viaggio di studi a Madrid. Era pressochŽ identica
alla prima: il magnifico dipinto di Bosch
spiccava coi suoi bizzarri personaggi, e, in
basso a sinistra, lâinsolita visitatrice nello
stesso identico atteggiamento e vestita dello
stesso identico abito di pesante lana. Ma ci˜ che
mi turb˜ era il fatto che quella foto che
rigiravo tra le mani era in bianco e nero e
risaliva al lontano 1944. Lâinsolita visitatrice
(avrei giurato che fosse lei!) sfoggiava una
capigliatura corvina ed un portamento pi rigido
ed altero.
Era semplicemente pi giovane di quarantadue
anni!
Poteva essere una semplice coincidenza. Poteva
non essere lei, il Caso aveva voluto che due
persone distinte, con eguale acconciatura ed
identico cappotto di pesante lana, fossero
ritratte, a distanza di quarantâanni, nello
stesso atteggiamento e dinnanzi allo stesso
quadro, nella stessa identica posizione.
Quell'episodio ebbe tempo di assopirsi quando, di
l“ a qualche giorno, fui distolto dai miei
interessi da una fastidiosa carie. Avevo sempre
avuto dei denti robusti e sani, e il dovermi
occupare di loro per la prima volta nella mia
vita, mi mise in agitazione. Subii in pochi
giorni un'escalation di carie, le quali
sembravano diffondersi in preda ad una famelica
quanto distruttiva voglia di denti. Le
otturazioni si moltiplicarono e, in breve tempo,
il mio cavo orale fin“ col custodire pi piombo
di un Kalashnikov.
Qualche settimana pi tardi il Natale mi regal˜
un sospetto granuloma sotto il premolare
inferiore sinistro. Si profilava
all'orizzonte "la visita specialistica dal
miglior dentista della cittˆ". Non ho mai capito
se i miei genitori gonfiassero la reputazione dei
nostri medici per rassicurarmi o per vanagloria.
In passato io e le mie sorelle avevamo subito le
morbose visite dal pi bravo dermatologo del
quartiere, dal pi acclamato oculista della cittˆ
e dall'ortopedico pi in gamba in circolazione.
Il 9 Gennaio attendevo il miglior dentista della
cittˆ in una di quelle lucide e asettiche sale
d'attesa, arredate cos“ tristemente da divenire
un supplemento anticipato del dolore che
aspettava i pazienti dietro la porta dello
studio. Il granuloma mi aveva deformato la
guancia fino a far tendere dolorosamente la pelle
attorno ad un ascesso grande come una palla da
ping pong. Sedevo spossato dalla doglia pulsante
su di una poltrona in pelle e sfogliavo una delle
riviste che un tavolino in plexiglass offriva
generosamente ai clienti. Il mio sguardo scivol˜
distrattamente sulle pagine della rivista, ma il
pensiero di ci˜ che mi attendeva mi dissuase da
ogni tentativo di distrarmi. Riposi quindi la
rivista sul tavolino. Ma, immediatamente, mi
colse una strana sensazione, come d'inquietudine.
Addussi ci˜ al sottile e continuo rumore del
trapano che frantumava molari al di lˆ del muro.
Poi, come una visione, apparvero ai miei occhi le
spalle di Lilian.
Cominciai ad ansimare. I vicini mi guardarono
preoccupati.
- Non si sente bene?
Ripresi la rivista dal tavolino e cominciai
febbrilmente a scorrerne le pagine. Pagina 26. La
cura della follia. Hieronymous Bosch. Il Prado.
1961. Le gracili spalle di Lilian nascondevano la
parte bassa della cornice dorata del dipinto.
Strappai concitatamente la pagina e corsi a casa.
- Eâ lei, ti giuro... ö mia madre mi fiss˜
negli occhi sgomenta mentre gli sventolavo la
pagina a brandelli sotto il naso.
- Ancora con questa storia...quella brutta
infezione ti procura allucinazioni. - mi zitt“
mia madre afferrandomi per un braccio e
spingendomi verso la porta.
Due ore dopo ansimavo sulla poltroncina del
dentista, sentendomi la mascella intorpidita
dallâanestesia colarmi gi dal cranio. Un fetore
di necrosi annunci˜ lâasportazione del granuloma
dalla mia bocca.
La mia strampalata, paradossale teoria che una
donna potesse aver passato buona parte della sua
vita ad ammirare quel quadro, solo e unicamente,
maniacalmente quello, non riscosse molto seguito.
Ma da allora mi invase un tarlo insistente e
penetrante che mi spinse alla ricerca febbrile di
tutte le foto che riguardavano quel dipinto.
Avevo ragione.
Tra le centinaia di foto che riuscii a
recuperare, almeno la metˆ ritraevano la
misteriosa visitatrice. La sua figura era l“, in
tutte quelle foto, scattate, vi ricordo, a
distanza di anni lâuna dallâaltra. La cosa
incredibile era, ripeto, che non sembrava che la
visitatrice avesse modificato la sua acconciatura
negli anni ne tanto meno avesse cambiato abito,
nonostante il variare delle stagioni, o mutato
posizione. Solo il vestito sempre pi sgualcito e
la capigliatura che ostentava il trascorrere
degli anni divenendo impercettibilmente pi
bianca, sembravano rivelare i diversi momenti in
cui le foto erano state scattate.
Fu allora, che con un gesto che ai miei apparve
ragionevolmente insensato, partii alla volta di
Madrid a cercare Lilian. Non so perchŽ lo feci.
Dovevo cercare quella donna.
Ma quando giunsi al Museo del Prado, lâopera di
Bosch era stata trasferita, ormai da due anni, a
Londra per un restauro. Dei vandali lâavevano
deturpata. E di Lilian, naturalmente, neanche la
pi piccola traccia.

Rivoltai il Prado come un calzino. Lo girai in
lungo ed in largo. Rimanevo impalato per ore
allâingresso scrutando i visi della gente che, in
fila, acquistava il biglietto dâingresso. Quando
credevo di averla riconosciuta, mi sistemavo alle
sue spalle, sperando che coincidessero con quelle
che cercavo. Era naturale che questo mio
atteggiamento potesse indurre la gente a pensare
che fossi il vouyer di turno al Prado. Due
guardie, che speravano forse di cogliermi in
fallo, mi trascinarono nellâufficio del
responsabile della sicurezza. Avevo quasi perduto
ogni speranza di ritrovarla. Invece fu proprio il
mio incontro con Carlos Morales Pineda,
responsabile della sicurezza del Prado, persona
squisita e dallâottimo italiano, che mi permise
di ricostruire la storia dellâinsolita
visitatrice. Quando gli spiegai concitatamente
il motivo della mia ricerca e dei miei equivoci
atteggiamenti, non battŽ ciglio ma si limit˜ ad
offrirmi un lungo caff spagnolo e a raccontarmi
tutta la storia.
Carlos Moral Pineda non conobbe Lilian se non
negli ultimi anni. La storia che mi raccont˜ era
passata di bocca in bocca, come le gesta dei
guerrieri mandinka venivano tramandate da griot a
griot. Fu il vecchio direttore del Prado a
narrargli la storia di Lilian, e quest'ultimo
l'aveva sentita dal suo predecessore, e cos“
indietro negli anni. Forse ognuno di loro aveva
inavvertitamente aggiunto qualcosa di suo, come
una favola raccontata da madre in figlia. Forse
Lilian avrebbe raccontato la sua storia in
maniera differente da come mi fu raccontata. Ed
ora, mentre scrivo, non so pi distinguere ci˜
che mi fu raccontato da ci˜ che sentii, e ci˜ che
sentii da ci˜ che volli immaginare. La storia di
Lilian mi appare in questo modo come un'immagine
evanescente, dai contorni imprecisi. E non mi
abbandona mai, come un sogno irrealizzato.

Lilian Afuzentos de Nevosa era la figlia di uno
dei pi apprezzati liutai dellâEuropa dellâinizio
del secolo. Alcuni affermavano che le sue opere
fossero degne del miglior Guarneri, se non di
Stradivari. Juan Alberto Afuzentos era un uomo
schivo, dalla lunga barba nera e dalle pericolose
idee repubblicane. Lilian era la sua unica figlia
ed era considerata, nonostante la sua giovane
etˆ, una delle grandi promesse della pittura
contemporanea. Era nota in particolar modo per
aver ritratto quasi esclusivamente i suoi
splendidi occhi cervoni. Lei non considerava
questi dipinti come autoritratti, magari un po'
folli, ma definivano la sua ricerca del segreto
della vita. I suoi occhi erano fuori dal comune,
pi grandi del normale, e certamente avrebbero
potuto provocare le vertigini al pi gretto degli
Albigesi. Ma Lilian li considerava semplicemente
delle soglie da varcare, delle porte che
avrebbero dovuto nascondere la veritˆ della sua
esistenza. E per questo ne conservava i ritratti
come preziose gemme.
Aveva solo dodici anni quando Luis Exteberria, il
maggior gallerista di Madrid, organizz˜ la sua
prima mostra, alla Galleria Goya, sulla Gran Via.
Il mogano finemente inciso dalle mani del padre
ritagliava lo spazio intorno agli occhi della
figlia, quella volta non su sublimi violini, ma
su cornici dalla manifattura straordinaria.
Il 28 Marzo del 1939 le splendide tele di Lilian
e le magnifiche opere del padre, bruciavano in un
terribile rogo che devast˜ la casa paterna. I
fascisti erano entrati a Madrid.
Quattro giorni pi tardi Juan Alberto Afuzentos
era rinchiuso nelle carceri franchiste.
Osservando il viso del padre al di lˆ delle
sbarre Lilian not˜ le sue labbra serrate dalla
disperazione. Cap“ che non vi avrebbe pi potuto
essere un proprio sorriso senza quelle labbra.
Cap“ che tutto era finito. La loro vita era
conclusa, condannata. La loro arte perduta.
- Hanno bruciato i miei occhi.
Furono le ultime parole che pronunci˜.
Il giorno dopo, Lilian vegliava immobile, per la
prima volta, la mirabile tela di Bosch, al Prado.

Carlos conferm˜ ci˜ che io stesso stentavo a
credere: Lilian pass˜ il resto della sua vita
dinanzi a ăLa cura della folliaä. Mi raccont˜ che
ormai tutti sapevano chi fosse, e tutti nutrivano
nei suoi confronti quella pietˆ umana che si
prova dinanzi ad un dolcissimo essere caduto per
sempre nella follia.
- Era la prima visitatrice che si presentava
allâapertura ed era anche lâultima ad uscirne. -
Carlos scosse la testa e accenn˜ un sorriso
malinconico. - Una decina di anni fa, lo ricordo
come se fosse ieri, il museo fu chiuso per
restauro tre giorni. Passai per calle del Prado,
andando a casa. E la vidi l“, all'ingresso
principale. Aspettava. Pareva che piangesse.
Tutti sapevano ormai della pittrice folle del
Prado. - continu˜ - Era divenuta una sorta di
opera vivente, una sorta di appendice umana al
dipinto di Bosch. La ritenevano ormai parte
integrante dellâopera ăLa cura della folliaä. Ti
assicuro che c'era gente che veniva per lei. -
sorrise - Nessuno osava mai disturbarla, se non
per avvertirla dell'orario di chiusura posandole
la mano sulla spalla e sussurrandole: buenas
tarde, Lilian. E Lilian si allontanava cos“,
senza dire alcuna parola.

E cos“ Lilian trascorse lâintera vita davanti a
quel quadro. E di quel quadro, io so che non
guard˜ che un unico punto: gli occhi vitrei e
inespressivi del folle.
Credo che, probabilmente, non avrebbe
riconosciuto il quadro se non da quel
particolare. Penso che tutto ci˜ che circondasse
quello sguardo le sarebbe sembrato nuovo,
sconosciuto, estraneo se qualcuno lâavesse
invitata ad ammirare il resto del dipinto. Lilian
aveva ormai abbandonato ogni altra attivitˆ umana
che non fosse la visione imperturbabile dello
sguardo del folle. Ma si trattava, sono
convinto, solo della visione estatica di un
particolare. Il dipinto non lo guard˜ mai se non
in quel particolare. Ad occhi estranei, quindi, a
quel raccoglimento, Lilian appariva come una
muta, povera, mentecatta che fissava nel vuoto.
Tutti guardavano Lilian, ma nessun˜ vide ci˜ che
Lilian vedeva.
In cinquantâanni le spalle gracili di Lilian
furono sfiorate da migliaia di sguardi increduli,
migliaia di persone che incoscientemente
scorrevano lo sguardo sulla sua figura, senza
neanche immaginare cosa potesse attrarre lâintera
capacitˆ percettiva di un essere umano.
Avere una visione generale del mondo  un pregio
riconosciuto a molte persone di successo. Ma
lâuomo ha via via trascurato la possibilitˆ di
percepire i particolari come passepartout del
Tutto. E credo fermamente che Lilian avesse colto
IL PARTICOLARE, la chiave del mondo, del SUO
mondo, in maniera cos“ imprevista da
sconvolgerla, in maniera cos“ naturale da non
renderla visibile al mondo circostante. Gli occhi
del folle!

Lâ8 aprile del 1996 Lilian Afuzentos de Nevosa
mor“, portando con se la sua presenza discreta e
la chiave della sua Veritˆ.

Quel quadro era a Londra per un restauro. Erano
passati tre anni prima che qualcuno si accorgesse
che gli occhi del folle non câerano pi. Erano
stati accuratamente ritagliati. Al loro posto,
Lilian aveva lasciato due impercettibili fori.
Nel presentimento della Morte, Lilian aveva
voluto portare con sŽ quegli occhi che, il 28
Marzo di cinquantasette anni prima, credeva di
aver irrimediabilmente perduto.




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