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Elena mi ama


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Inviato da: Tavor il July 28, 2003 at 00:48:09:

Partito venerdô nel primo pomeriggio, per evitare
il caos dell'esodo.

Riprendere a guidare dopo alcuni mesi mi dł un
senso di insicurezza. Allontanarmi da casa, dalla
cittł, poi, Ć quasi sgomento. Si scuotono
equilibri. Equilibri interni ed esterni. Per
questo ho deciso di telefonare a mia madre giusto
prima di uscire: per giocare di slancio contro la
forza d'inerzia, come quando si sfila con un
colpo secco la tovaglia da una tavola imbandita e
tutto rimane lô al suo posto, appunto, in
equilibrio. Lei ha traballato appena, cosa ti
salta in mente, e dov'Ć che vuoi andare, aspetta
che ti passo almeno a sistemare la roba. Poi le
ho detto che non c'era tempo, che sarei comunque
partito prima del suo arrivo e di stare
tranquilla perchĆ avevo gił preparato la scorta
di medicine. Ha solo mormorato: "Come vuoi..." e
poi si Ć zittita. Recupero dello stato di
equilibrio.

L'auto si Ć messa in moto con brio. Mi sono
fermato all'autolavaggio, per necessitł, non
riuscivo assolutamente a guidare contro sole. Da
pulita, la macchina dimostra impietosamente i
suoi anni. Ho pensato alla mia patina di grigio e
di sabbia esistenziale e ho capito quanto mi
ripara. Poi ho attraversato lentamente la cittł
forno, saggiando di tanto in tanto i riflessi.

Lo sgomento Ć arrivato prima di svoltare nella
provinciale.

Le auto scorrono piŁ veloci di quanto ricordavo,
Ć un regime compatto di ferme determinazioni.
Scorrono famiglie, coppie, ragazze sole,
extracomunitari. Nessuno ride, nemmeno sorride.
Scorrono con i loro bagagli, canotti,
materassini, pinne, biciclette. Sul tetto, nei
sedili posteriori, nei bauli socchiusi. Vanno in
lł e piŁ oltre. Vogliono farlo. Non sono
possibili esitazioni o modulazioni di velocitł.
Scelgo di perdermi ed entro. Anch'io parto,
anch'io sono partito.

Sento che questo flusso mi protegge e mi spaventa
nello stesso tempo. Non ricevo provocazioni,
queste persone non sanno di me, nĆ di Elena,
guardano dritte verso fanalini, targhe,
specchietti che le precedono. Ma io non sono uno
di loro, mi sento profondamente straniero. Penso
al dott Baldini. Lo immagino incolonnato in
qualche tangenziale, con la famiglia - ne ha? - o
da solo, con una donna a fianco. E non posso fare
a meno di sentirlo straniero, anche lui perso in
pensieri che rotolano ipnotici come i pneumatici
del Tir che mi sta sorpassando.

Sono ancora teso, sento la mascella contratta,
spalanco la bocca piŁ volte fino a
scricchiolarla. Regolo il sedile. Percorro una
cinquantina di chilometri, il traffico a tratti
dirada, poi ricondensa. Dai finestrini soffia
unÔaria che non asciuga, spessa di vapore e di
catrame. Mi fermo di fronte a una tabaccheria,
compro salviette detergenti, poi ne approfitto
per consultare la cartina. Ancora dodici
chilometri di statale, dopo il bivio solo strade
secondarie a seguire. Mi rimetto in colonna.
Osservo distrattamente i muri delle case, i
piloni dei cavalcavia, i frontali delle gallerie.
Leggo decine di scritte, sbiadite e piŁ recenti,
che parlano di amore, ti voglio bene, sei un
mito, mia per sempre. Penso ai destini e alle
storie dietro. Immagino separazioni, abbandoni,
pianti e disperazione, o al meglio esistenze
nuovamente piegate alla banalitł e
allÔindifferenza, magari incolonnate, che sfilano
davanti alla propria scritta con un sorriso
affettuoso e amaro. Penso a questo e mi sento
speciale, in un certo senso fortunato, di una
fortuna monca, ma speciale. Io non sono uno di
loro. Mi accorgo di una strana serenitł, ma non
mi illudo. PiŁ avanti raggiungo i caratteri
cubitali di Emoscambio ÷ si intuiscono appena ÷
con la vernice stinta dal sole e dalla polvere.
Ecco una vera traccia, mi dico. LÔautore, un
medico pazzoide, credo, non lÔha scritta sui
muri, ma nella testa della gente. LÔha impressa
indelebilmente con un carico di emozioni ÷
dapprima stupore e curiositł, poi divertita
indulgenza, quindi rassicurante familiaritł, e
infine tenera nostalgia ÷ che rimangono vive
ancora adesso, per lo meno in chi ha attraversato
le strade del paese in questi venti, trentÔanni.
EÔ la traccia evidente che vorrei lasciare per
lei. Immagino ŃELENA MI AMAń e la vedo scolpita
sui cartelli stradali, sui pannelli pubblicitari,
sui piloni delle autostrade, nei volti e nei
pensieri dei turisti che passano. Poi arrivo al
bivio, svolto a destra, e imbocco la strada
dÔimprovviso deserta.

Ecco, alzo gli occhi dallo schermo, chiudo il
dizionario e guardo la cittł imbrunire oltre la
finestra. Si vedono le prime luci, terse dal
vento che si Ć levato da poco. EÔ davvero una
serata di quelle che sento mancarmi spesso. La
casa Ć abbastanza pulita e anche in ordine, mia
madre ha costruito pile allineate di carta che
hanno una loro dignitł. Questa notte ho dormito
bene, la stanchezza del viaggio continua a far
sentire i suoi effetti benefici. Penso al lavoro
che riprenderś lunedô e mi accorgo di non
avvertire particolare inquietudine. Assaporo una
sigaretta. Riprendo a copiare il diario.

Una lunga strada contornata da pioppi e betulle e
ogni tanto cittadine denuclearizzate con
serramenti di alluminio color oro e tettoie di
ondulina. La gente, soprattutto i bambini,
comincia ad uscire perchÄ si sta avvicinando la
sera e il fresco. Sto viaggiando lentamente,
rispetto i limiti di velocitł che mi impongono
una bella andatura, ho tutto il tempo che voglio.

Si sale impercettibilmente di quota assecondando
le colline con sinuositł appena accennate: 68 mt
s.l.m. 125 mt s.l.m. 260 mt s.l.m, e
impercettibilmente i paesi diventano piŁ
aggraziati e puliti. Incontro anche animali,
cavalli e qualche mucca, che in cittł non hanno
piŁ diritto di cittadinanza.

Parcheggio vicino ad una piazza curata col
selciato in porfido e mi fermo in un bar per un
panino e una birra ghiacciata. Un giovane con
problemi mentali attacca bottone, rispondo frasi
di circostanza, e improvvisamente temo di
sentirmi ricacciare indietro, verso l'angoscia
dei giorni scorsi. Finisco per trattarlo
abbastanza bruscamente e mi allontano. Do una
rapida occhiata in giro, ma con sollievo non mi
accorgo di alcuna provocazione.

Prima di lasciare il paese incrocio un vecchio
negozio di ferramenta. Ci penso un attimo, poi
entro e compro una bomboletta di vernice bianca.
LÔuomo dietro al banco ha i capelli tinti e un
occhio glauco che fa impressione, perś Ć molto
gentile e mi toglie qualcosa sul prezzo perchÄ il
cappuccio Ć polveroso: ŃSembra vecchia, ma stia
sicuro che funziona, neh?ń




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