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IL DERVISCIO E IL SAMANA


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Inviato da: ROCCO IORILLO il August 03, 2003 at 18:25:21:

TITOLO:IL DERVISCIO E IL SAMANA

DEDICA:A MIA MADRE,PER AVERMI MESSO AL MONDO E
DATO A VOI LA POSSIBILITA‚ DI LEGGERMI.

AUTORE:ROCCO IORILLO,21 ANNI,STUDENTE DI LEGGE
ALLA FEDERICO SECONDO DI NAPOLI.DOMICILIATO IN
VIA KENNEDY N.01 83040 FLUMERI (AV).CELL.
328/5664633.



CAPITOLO PRIMO

Era solito oziare su quel traliccio di fronte la
fontana della chiesa e abbandonarsi a infiniti
monologhi.Tutti in paese asserivano che quel
ragazzo era sprofondato nei meandri della sua
infantile psiche da quando il padre era morto in
guerra.Nessuno riusciva ad avvicinarlo senza che
paventasse una reazione teutonica da
Giacinto;eppure nei primi tempi dopo la
scomparsa del padre, quella compassione di
circostanza ostentata dal paese era stata piu‚
palese di quanto la si mostrasse ora che di anni
da quell‚ episodio ne erano passati cinque.Il
ragazzo sapeva quali benefici la gente
attendeva dal momento che aveva ereditato la
fabbrica paterna, e questo spiegava la sua
riluttanza ad accettare conforto.Ma era pure
consapevole che il tal modo avrebbe potuto
abituare il suo animo ad una diffidenza
generale,che non meritavano le persone che gli
volevano davvero bene.Tra queste era sua
madre,caduta in depressione a causa della
vedovanza prima e della solitudine del figlio
dopo.Aveva conosciuto Vittorio,suo futuro
marito,ad un funerale.Avevano incrociato i loro
sguardi mentre davano il loro ultimo saluto
all‚estinto,tra il cicalare sommesso degli
astanti e delle prefiche di ogni risma.E‚ il
classico esempio di come possa nascere un amore
in modo improvviso e,a maggior ragione come in
questo caso,in circostanze tra le piu‚
meste.Vittorio chiese ad un astante chi fosse
quella donna dietro il colonnato di marmo con
abiti da contadina e i biondi capelli color
pagliaio,ben sapendo che la tachicardia che lo
aveva colto difficilmente avrebbe attenuato con
la risposta dell‚uomo dal lungo cappotto nero a
cui s‚ era rivolto.
„E‚ la figlia di Aurelio Strone e a quanto ne so
dovrebbe avere all‚ incirca diciannove
annišrispose l‚uomo.
Al che Vittorio,senza destare
sospetti,proferi‚:„Mi sembra che il padre sia il
fautore di quell‚ associazione di coltivatori
diretti di cui e‚ membro anche il mioš.
Allora l‚ uomo:„E‚ proprio cosi‚, ne faccio
parte anch‚ ioš.
La ragazza intanto si era accorta dello sguardo
penetrante del giovane e acconsenti‚ allo
scambio di sorrisetti di straforo.Sofia era
stata per tutta la sua vita a Cosino,un paese
limitrofo a quello di cui era oriundo Vittorio,e
sporadicamente s‚era recata in altre
localita‚senza la compagnia ed egida del padre
Aurelio. Ma quel giorno il caso volle che il
padre fosse malato,ragion per cui era andata al
funerale da sola e non si mostrava infastidita
da quelle attenzioni che mai le erano state
rivolte.
Ad un tratto le si accosto‚ Vittorio,che nel
frattempo era riuscito a liberarsi da quella
camarilla che lo attorniava e dai suoi
piagnistei che tanto esecrava, specie se finti,e
senza esitare un istante invito‚ la ragazza a
seguirlo fuori.Quando ebbero raggiunto l‚ aiuola
lui le fisso‚ le pupille e proruppe:„Sei la piu‚
bella che abbia mai visto in vita mia,i tuoi
occhi iridescenti rendono il mio cuore tuo
schiavoš.
E lei, divenuta rossa in viso per i complimenti
ricevuti, schiuse appena le labbra in segno di
ringraziamento e disse:šMi chiamo Sofia e tu?š.
„Io sono Vittorio e∑∑∑∑∑∑.š.
Non aveva mai parlato tanto in vita sua,ma
quella volta capi‚ che la fortuna arriva una
volta sola nel corso di un‚ intera esistenza.Le
fece un‚ apologia senza che lei potesse dare
segni di disappunto poiche‚ tanto affabile era
il suo tono di voce cosi‚ come lo erano le frasi
dedicatele,alcune delle quali rubate da poesie
di insigni poeti.Glieli aveva fatti conoscere
tutti suo padre.Che per essere un contadino
autodidatta aveva una buona istruzione.Sofia non
esito‚ ad accettare l‚ invito dello spasimante a
stringere un piu‚ intimo rapporto tra loro∑∑∑∑
Dopo due anni si trovarono sposati ed ebbero un
figlio.
Giacinto a diciotto anni vedeva il tempo
trascorrergli fugace davanti agli occhi e
capiva,nonostante la sua giovane eta‚, il peso
che il destino aveva fatto si‚ che cadesse sulle
sue spalle.Aveva avuto da suo padre cio‚ che
difficilmente un genitore da‚ al figlio,il
proprio tempo.Li vedevi ora nella stalla ,ora
sotto la grande quercia a dissertare per
ore.Vittorio,quasi a non voler sfatare una
tradizione di famiglia,tramando‚ al figlio le
stesse passioni che aveva ereditato dal
padre.Gli aveva insegnato a pescare,a
strimpellare la chitarra,a capire l‚ importanza
dei classici della letteratura,ad amare la
semplicita‚ e uno stile di vita mai
dissoluto.Cio‚ che non mutuo‚ da suo padre fu la
fede cristiana;la professo‚ di sua volonta‚,
accettando come veritieri gli scritti
apocrifi.Sono pochi i padri che rispettano le
autonomie della propria prole e Giacinto non
poteva che rallegrarsi del suo genitore.
La madre era una donna che si curava del proprio
pargolo facendogli piu‚ da pretoriano che da
maestra di vita.Ma a questo provvedeva Vittorio.
Erano i ricordi che davano la possibilita‚ a
Giacinto per tirare avanti.Sofia doveva essere
tenuta sotto controllo di continuo dato lo stato
psicofisico in cui era degenerata.Soffriva
e,purtroppo, lo dava a vedere.Era perseguitata
da fantasmi che le imputavano la colpa della
situazione e la tramutavano a volte in una
megera,tanto che persino il figlio temeva che
gli si potesse ritorcere contro arrivando
persino ad ucciderlo.Ma neppure queste
possibilita‚ prodromiche davano ai parenti
l‚opportunita‚ di convincere il ragazzo a porre
la donna in una casa di cura.Giacinto non voleva
deludere il padre e il non voler parcheggiare la
mamma in qualche stanza lontano dal suo affetto
gli sembrava la scelta piu‚ saggia.

„Vieni qui Caronteš gli intimo‚ Rocco,facendogli
un segno con la mano.
E Giacinto:„Come hai detto che si chiama il tuo
pastore tedesco?š.
„Carontešrispose Rocco con tono secco e deciso.
„ Potrei sapere perche‚ lo hai chiamato in
questo modo?šgli fece Giacinto.
L‚altro,con lo stesso scetticismo che riservava
Giacinto a chi gli dava corda,si appoggio‚ al
pino vicino al suo interlocutore e
proruppe:„Perche‚ ti mostri cosi‚ indiscreto con
chi non conosci?Forse che ritieni normale
sindacare la vita delle persone?š.
Con tono sommesso porse le sue scuse,additando
che la sua domanda era mossa da semplice
curiosita‚.Gli si accosto‚ e si
presento‚:„Ciao,sono Giacinto Speraš.
„Io mi chiamo Rocco Canfora e sono di Rieti.Sono
da queste parti in visita a dei miei parentiš.
„Adesso che ci siamo scambiati i convenevoli
potresti dare una risposta alla mia domanda?š.
„Il mio amico Caronte si prendera‚ cura di me
dopo la mia morte piu‚ di quanto non stia gia‚
facendo adessoš.
Giacinto nel sentirlo parlare di morte rimase
sgomento.Non erano palesi nel suo corpo segni di
qualche malattia e poi che ci c‚entrava il cane
con tutto questo?Cosi‚ non pote‚ esimersi dal
formulare una nuova domanda:„Potresti spiegarti
meglio?š.
Allora Rocco:„Costui trasportera‚ la mia anima
all‚ inferno dopo che avro‚ esalato il mio
ultimo respiro. Ma non cadere nell‚errore di
credere che tale sorte mi spetti come punizione
per qualche atto malvagio da me compiuto.Scelgo
l‚ inferno deliberatamenteš.
Giacinto di getto gli disse:„Tu non puoi
farlo.E‚ Dio a scegliere per noiš.Poi
aggiunse:„Non so cosa ti induca a una simile
soluzione, ma sono certo che Caronte non potra‚
assolvere agli obblighi verso di te assunti.Gli
animali relazionando con gli uomini hanno inteso
cosa sia a muovere gli istinti umani e anche i
loro ragionamenti escatologiciš.
Questa volta fu Rocco ad essere colpito dalla
risposta appena avuta e dal modo in cui gli era
stata data.La sicurezza nel parlare mostrava la
maturita‚di Giacinto ed una certa sicumera mai
ostentata sino ad allora se non per eludere chi
gli stava antipatico.Rocco vide d‚ improvviso un
alter ego di fronte a se‚.Quel qualcuno che da
anni cercava per poter aprire i suoi cassetti
gravidi di domande,a prescindere dalla
possibilita‚ che Giacinto avesse potuto dar loro
delle risposte.All‚eta‚ di quarantaquattro anni
credeva la fine alle soglie,cosi‚ impegnava il
suo tempo a cercare di lungimirare cosa ci
sarebbe stato dietro la terrena esistenza da lui
trascorsa a ritmi forsennati per le varie citta‚
del mondo.Sin da ragazzo non riusciva ad essere
omologato tra i suoi contemporanei con le loro
manie di riuscire in quello che i loro padri
avevano fallito.„Come puo‚ un figlio riscattare
la delusione che corrode il padre?š,era
l‚assillante domanda che lo tormentava.Tale
sciarada pero‚ aveva visto la luce nel giorno in
cui Rocco decise che non si sarebbe sacrificato
per riscattare il padre,della cui vera indole
s‚era accorta la madre solo dopo anni ed anni di
matrimonio senza che avesse il coraggio di
lasciarlo.Il ragazzo vedeva il rapporto dei suoi
coniugi come l‚ esempio lampante di un falso
amore,che si protraeva per timore dei risvolti
possibili sulla sua personalita‚.Questa era
saggezza,sebbene coartata ma pur sempre saggezza.
Giacinto l‚aveva acquistata dal padre Vittorio e
non dalla madre,il cui nome creava un paradosso
al ragazzo.
I due stettero taciturni a scrutarsi a
vicenda,ora fissandosi negli occhi, ora
distogliendo lo sguardo verso le verdi colline
che delimitavano la valle.Le terre erano
coltivate a grano e si potevano mirare i
movimenti delle spighe in balia del vento;simili
ad onde marine esse ondulavano da sinistra a
destra emettendo un leggero fruscio di chi si
urta e poi si scusa.
A rompere gli indugi fu Rocco:„Leggi molti libri
in un anno?š.
Giacinto, colto di sorpresa in quanto si
aspettava qualche altra sortita bohemien dal
laziale,rispose:„All‚ incirca uno al mese.Mi
diletto con i classici,ma venero anche i picari
succedutisi nei secoliš.
E l‚ altro:„Ritieni la fuga nel mondo
letterario,parallelo al reale,un modo sagace per
vivere?š.
„Io,per la mia teoria della convenienza,lo
reputo l‚ unico possibileš.
„Cosa dici?.Quale sarebbe questa tua teoria?š.
Giacinto abbasso‚ lo sguardo e adagiandosi
comodamente sul traliccio fece un excursus
mentale per organizzare i pensieri e mettere il
suo amico in condizione di poter capire.Chiunque
abbia una visione che gli balugina in testa e‚
fulgido ed e‚ reso immortale per il tempo in cui
regna in terra al cospetto degli altri umani,che
per inerzia curano il loro fardello di cui sono
schiavi.Giacinto aveva la visione e si accingeva
a rendere edotto Rocco della medesima.
„Devi supporre che non vi sia altra vita oltre
quella che viviamo e ti renderai conto delle
sciocchezze cristiane con cui ci hanno
turlupinato per tutta la storia dell‚
umanita‚.Ma questo non deve assolutamente farmi
considerare un ateo poiche‚ io nutro dubbi sull‚
aldila‚,ma non sull‚ insegnamento di
Cristo.Doveva essere un pazzo a credere che gli
uomini avrebbero creduto al suo Dio.Eppure non
e‚ andato perso il suo senso di abnegazione ne‚
la sua filantropiaš.
„Io prima ti ho parlato della fine che mi sono
scelto, ma non intendevo intavolare una
disquisizione sulla presunta esistenza di Dioš
disse Rocco.
Giacinto lo interruppe ancora prima che l‚ altro
continuasse a fuorviare e gli fece:„Se e‚ per
questo neanche io intendo farlo.Tu mi hai
frainteso.Cercavo di farti ipotizzare cosa
dovrebbero tutti affrontare se perdessero la
fede che e‚ stata loro ottriata.Mio padre volle
che la mia liberta‚ non fosse da alcuno
inficiata,neppure da mia madre Sofia.E‚ la
sequela di episodi che costituiscono l‚
esperienza di un uomo.Bene,io credo che l‚
essere umano e‚ arbitro della sua vita,e‚
l‚unico ad avere il comando sul suo
fardello.Adesso seguimi attentamente ∑.š.
Rocco bruscamente lo interruppe,tanto per
ricambiare la scortesia che poco fa aveva
ricevuto da Giacinto,e lo ammoni‚:„Non sono un
frenologo ne‚ conosco i criteri ai quali bisogna
attenersi nel vagliare una persona,ma il mio
istinto mi suggerisce di ascoltarti perche‚ ne
trarro‚ vantaggioš.
Caronte intanto s‚era recato verso la fontana
prospiciente la chiesa per abbeverarsi.Aveva il
pelo nero con macchie chiare in alcuni punti.Un
pastore tedesco che sarebbe stato regalato di
li‚ a poco a Giacinto per tenergli compagnia e
sedare il suo risentimento nei confronti di
chiunque gli rivolgesse la parola.Non si puo‚
cambiar padrone se non per spontanea volonta‚
del sottomesso e del precedente
titolare.Caronte,di una intelligenza
scientifica ,dimostro‚ di accettare il nuovo
amico,liberandosi dall‚obbligo assunto verso
Rocco di condurre la sua anima all‚ inferno.
Intanto Giacinto,che aveva visto il cane
allontanarsi in direzione della
fontana,consiglio‚ a Rocco di richiamarlo per
evitare un possibile attacco a qualcheduno.
„Caronte non sarebbe in grado di maltrattare
alcuno,ma l‚ho addestrato a sapersi difendere
dalle insidie che gli si potrebbero
presentare.Attacca solo se provocato.Niente di
diverso da un savio essere umanoš.
Giacinto richiamo‚ l‚ attenzione del laziale
sull‚ argomento che stavano trattando e
ricomincio‚:„Come ti dicevo,l‚uomo provvede al
suo benessere anche condizionato da teorie
altrui.Putacaso l‚antesignano della sua teoria
dovesse risultare un impostore,il suo adepto si
sentirebbe tradito.Questo e‚ quello che dovrebbe
farti riflettere.
Si addossa la colpa ad altri per episodi di cui
noi siamo gli artefici.Ora mi chiedo perche‚ mai
le convinzioni generali devono rendere ligio ad
esse anche chi ne e‚ contrario?La risposta e‚
molto semplice in quanto il diverso appare come
il sobillatore di un sistema le cui fondamenta
sono diventate dogmi incontrovertibili.Ebbene io
mi ritengo un cospiratore.Le mie condizioni
economiche sono tra le migliori del paese;mio
padre era proprietario di ampi latifondi e di
una fabbrica.Ti dico questo perche‚ tu non
associ quel che io intendo per convenienza al
denaro.Se cosi‚ fosse sarei un ipocrita e
avido,mentre del denaro non me ne curo
affatto.Ce l‚ho e me lo tengo,ma se ne avessi
avuto di meno o fossi stato indigente non
sarebbe cambiato niente in me.Scegliersi una
condotta da tenere non significa essere schiavo
vita natural durante della scelta fatta,si puo‚
sempre recedere dalle posizioni assunteš.
Rocco lo ascoltava nella sequela di parole che
fuoriuscivano dalle sue labbra con la massima
attenzione.Per anni aveva sperato di poter
trovare un amico cosi‚ attento allo scorrere del
suo tempo,e averlo rinvenuto in quel
contadinotto che gli parlava a guisa di istrione
dava piu‚ feeling al momento.Era colpito dal
fatto che Giacinto fosse cosi‚ giovane,ma
intelligente quanto basta per entrare nelle
grazie di una persona.
Il ragazzo parlava lentamente e meditava sulle
frasi che avrebbe dovuto dire.I pochi minuti in
compagnia di Rocco gli avevano riportato quell‚
alone di magia negli occhi andato via con la
scomparsa del caro padre.
Ad un tratto Giacinto si senti‚ chiamare da
Donna Carmela che si avvicinava a passo
svelto,quando gli fu prossima disse:„Tua
madre∑..Tua madre∑∑š.
„Cosa e‚ successo a mia madre?šchiese
Giacinto,spaventatosi per l‚ ansia della donna
che cercava di parlare.Vide nei suoi occhi lo
stesso fuoco che avrebbe roso i suoi di li‚ a
poco.
Ripreso fiato,Donna Carmela annaspo‚:„Tua madre
ha compiuto un gesto orribile.Si e‚ ammazzataš.
Rocco nel sentire l‚accaduto rabbrividi‚ e prese
al volo Giacinto che perse i sensi.
Nei paraggi non v‚era alcuno che potesse essere
d‚aiuto,cosi‚ si pose il corpo del giovane amico
sulla spalla destra mentre una lacrima sgorgava
da uno dei sui occhi.Si diresse verso la
fontana, che poco prima aveva dissetato
Caronte,con l‚ombra della donna che a due metri
alla sua sinistra lo seguiva in silenzio.
Procedeva lentamente,avrebbe dovuto fermarsi per
riprendere fiato ma sapeva di non poterlo fare.
Raggiunta la fontana la donna aiuto‚ Rocco a
scrollarsi di dosso Giacinto caduto in deliquio.
Bagnarono il volto del ragazzo fino a farlo
rinvenire.Rocco fece degli ampi cerchi
concentrici con l‚ arto superiore destro
anchilosatosi e poi lo rese madido con gocce d‚
acqua.
„ Giacinto,va tutto bene .Ci siamo noi quišlo
rassicuro‚ il laziale.




Al funerale il giorno dopo si ripresento‚ la
stessa gente che anni dietro aveva pianto
Vittorio Strone.Giacinto seduto accanto alla
bara della madre Sofia non dava segni di
vita.Catatonico su quella sedia di
vimini,intrecciata da sua nonna ancora prima che
lui nascesse,era il centro verso cui
convergevano gli sguardi dei presenti in sala.L‚
anacoreta ragazzo era sprofondato nel tedio e
tutt‚ intorno faceva da sfondo un‚atmosfera da
tregenda che peggiorava l‚ acrimonia di cui lui
era preda.
Anche Rocco,silenzioso,s‚era recato a porgere
l‚ultimo saluto a quella donna mai conosciuta,
il cui figlio pero‚ aveva destato simpatia in
lui.
Nei posti lugubri la speranza fuga qualsiasi
spiraglio di luce e comporta amarezza e torpore
in chi ancora crede di uscirne salvo.Non si puo‚
essere circoscritti in reconditi bugigattoli
solo per il piacere di sottoporsi a ordalie e
dimostrare in tal modo di godere del favore di
un essere ontologico a cui ognuno attribuisce un
nome .Questo e‚ stato il principio delle
religioni.
„Vieni a salutare Sofia „intimo‚ la madre a
Rebecca,una bambina di quattro anni che aveva
sempre ricevuto biscotti caserecci dalla defunta.
Le si accosto‚ e non appena la vide bianca in
viso,immobile,con le mani congiunte in vita
scoppio‚ a piangere mentre la stolida madre,con
un fare anodino,fece sorbire alla piccola la
risaputa favoletta dell‚ angelo che ci conduce
nell‚ aldila‚ dove ognuno realizza i suoi sogni.
Forse bisogna essere tribolati da piccoli
perche‚ si diventi delinquenti in eta‚
adulta,pronti a ricambiare le sevizie mentali
subite con la stessa moneta.Cosa ne sarebbe
stato di Rebecca nessuno poteva saperlo.
Intanto si faceva largo tra lo stuolo di
compassati ed indulgenti paesani anche Don
Pasquale,il macellaio che Giacinto aveva
trattato male il giorno prima che incontrasse il
laziale.
Il prete,da buon cristiano,le diede l‚estrema
unzione pensando gia‚ all‚ omelia che avrebbe
dovuto additare per garantire la clemenza del
suo Dio a che la accogliesse nel suo regno.
E per finire giunsero gli impiegati delle pompe
funebri che chiusero la bara sotto lo sguardo
del figlio,impassibile.
I quattro impiegati si disposero agli angoli
della cassa mortuaria e lentamente la
sollevarono.Con cautela ripetettero la stessa
operazione gia‚ tante altre volte attuata con
altri defunti,cosi‚ si diressero verso la lunga
mercedes nera e infilarorono la bara nella parte
posteriore.E‚ strano credere che il lusso arrivi
solo dopo la morte in modo estemporaneo, senza
che si abbia la minima possibilita‚ di
sceglierselo arbitrariamente.Questo era accaduto
alla signora Sofia e chissa‚ a quanti altri
ancora prima e dopo di lei.La folla si dispose
dietro il veicolo per raggiungere il cimitero,
mentre Giacinto segui‚ la povera madre in auto
poiche‚,tramortito dallo shock,non aveva
abbastanza forza nelle gambe per reggersi in
piedi.
Il ragazzo vide calare la bara nella fossa e poi
coprirla con terra da uomini con grosse pale e
dalle mani ruvide,alla stessa maniera in cui
aveva visto quella del padre.Che aveva lavorato
per un‚ intera vita prefiggendosi il bene della
sua famiglia per poi abbandonarla alla pazzia
della moglie e alla giovane eta‚ del
figlio.Forse che l‚uomo saprebbe rinunciare ai
propri sogni se conoscesse le conseguenze?
Vittorio sicuramente non rientrava tra questi.
Donna carmela,presente al funerale,resasi conto
dell‚ intesa tra Giacinto e il laziale,lo aveva
persuaso a prorogare la sua partenza per Rieti
per aiutare Giacinto.
Rocco decise al momento che avrebbe dato retta
a quella donna e avrebbe persino soggiornato
alla casa dell‚amico.
Intanto la sera si accingeva a rendere oscura
qualsiasi figura circostante e ad ottenebrare il
calore che fino ad allora aveva reso l‚atmosfera
insopportabile.La stessa sagoma di Giacinto,
impercettibile ai suoi stessi occhi,si ergeva
oltre la pietra tombale che ornava la madre
Sofia.Quale pietra oltre quella funebre puo‚
destare il ricordo di una cara persona
estintasi? Nulla avrebbe lenito il dolore e l‚
amarezza che facevano da usbergo al povero
ragazzo,vittima gia‚ anni prima dell‚ abbandono
improvviso da parte del padre.Vittorio era stato
vittima di una bomba posta dai nemici sotto una
coltre di foglie nel luogo che era tenuto a
perlustrare.Almeno questa fu la versione
ufficiale redatta nel verbale comunicato alla
famiglia.
La disgrazia non fa sconti quando si tratta di
aggravare le esistenze di anime gia‚ affrante e
non ne aveva fatti neppure nel caso di Sofia e
del figlio Giacinto.
Gli anni insegnano ad imparare ad ascoltare il
tempo prima che sia troppo tardi per imparare ad
essere padroni di esso.E‚ il discorso che
Giacinto aveva iniziato a Rocco e non aveva
finito.
„Giacinto,Giacintoš esclamo‚ il laziale rivolto
all‚ amico nella speranza che rinvenisse.Era
rimasto li‚ ad attenderlo per tutto il tempo.E
poi ancora:„Ti accompagno io a casa e se ti fa
piacere passeremo la notte insiemeš.
L‚altro non si mosse di un millimetro dalla
posizione in cui stava e non distolse lo sguardo
dalla terra di sepoltura neppure ora che l‚
oscurita‚ la rendeva invisibile.
Rocco gli si avvicino‚ e appoggio‚ il braccio
destro sulle sue spalle.Non ebbe alcuna risposta
ne‚ segni di approvazione per la proposta appena
fattagli.Senza indugiare ulteriormente,lo prese
per mano e lo allontano‚ dalla madre.Ne
allontano‚ il corpo almeno.Sulla strada del
ritorno i due camminavano uno di fianco all‚
altro e nessuno proferiva parola.Arrivati
davanti l‚uscio della porta d‚ ingresso
Giacinto,come ritornato dall‚eden in cui
errava,si diresse verso la finestra attigua per
prendere la chiave nascosta dietro la pianta
posta sopra il davanzale.Entro‚ prima di Rocco e
ando‚ a sedersi sulla poltrona davanti allo
spento caminetto.Era di marmo e aveva foglie d‚
acanto scolpite ai due estremi,sopra la piatta
pietra centrale v‚ era un mortaio con della
polvere di pepe all‚interno.Al muro opposto alla
cucina v‚ era una riproduzione di un Van Gogh in
una cornice marrone con un abbinamento alquanto
insolito rispetto ai colori del dipinto.
Giacinto, piu‚ che poltrire, aveva lo sguardo
perso nel vuoto,assorto in chissa‚ quali
pensieri e devianze.Il giardino della lucida
mente umana vede appassire i suoi fiori inermi
col mutare delle stagioni,ma puo‚ rinascere per
mano di uno che se ne curi.
Rocco osservava la casa e le suppellettili con
lo stesso stupore di un bambino a cui vengono
insegnati i nomi dei vari oggetti per la prima
volta.
Aveva solo immaginato fino ad allora una casa di
contadini dalla lettura di qualche libro che ne
arrecava con minuzia una descrizione, ma non
aveva mai avuto la possibilita‚ di vederla da
vicino.Persino nelle sue lunghe peregrinazioni
aveva sempre alloggiato in camere d‚ albergo
delle piu‚ fatiscenti,ma nessuna si avvicinava
alla casa dell‚ amico.
Prese fiato e lo affianco‚.„Non puoi startene
li‚ come un vegetale.Ricordi cosa mi hai detto
oggi a proposito dell‚ arbitrio che uno ha
riguardo la sua vita?Erano tutte fandonie?š.
Giacinto balzo‚ di colpo sopra l‚ amico e
afferratolo per il collo gli grido‚:„Non lo
erano affatto.Mio padre non sarebbe morto se
fosse stato renitente alla leva,al massimo gli
avrebbero comminato una multa salata.E mia madre
non sarebbe uscita di senno per la sua
mancanza.Non credere che io non sappia quale
responsabilita‚ avevo e che potevo evitare che
si suicidasse se solo avessi dato retta ai miei
parentiš,cosi‚ parlo‚ e mollo‚ la presa.
Rocco,con gli occhi fissi,si accascio‚ per
riprendere fiato e singhiozzando si erse al
cospetto di Giacinto:„Tuo padre non era un
codardo ed e‚ per questo che e‚ morto.Quanto a
tua madre non devi addossartene la colpaš.
L‚ altro ascolto‚ il monito dell‚ amico e lo
invito‚ a sedersi accanto a lui su di una
sedia.Aveva intenzione di continuare il discorso
della mattina.
„Ricordi di cosa parlavo stamattina?šfece al
laziale.Che rimase stupito di come fosse stato
lunatico Giacinto, che fino a pochi attimi prima
non sembrava disposto a interloquire con lui;poi
gli rispose:šStavi per illustrarmi la tua teoria
della convenienza dopo avermi fatto un prologoš.
„Esatto,riprendiamo da dove avevo terminatoš .
E Rocco:„Ma come, adesso?š.
„Si,se ne ho voglia e‚ per convenienzaš.
Riutilizzava quel sostantivo spiazzando l‚
amico.E prosegui‚:„Io ritengo che bisogna vivere
ricercando il piacere.Potresti suggerirmi che ci
hanno gia‚ pensato i vari D‚Annunzio,Wilde e lo
stesso Epicuro, ma le loro teorie non collimano
con la mia.Tutt‚ al piu‚ sono simili.Essere
padroni di se stessi equivale a decidere il
futuro della propria pelle.Per me nel futuro
c‚e‚ il piacere e a procacciarlo sono io stesso
tramite le mie deliberate azioni.Riesco ad
essere chiaro?š,domando‚ all‚amico, il quale
annui‚.
„Come ti spiegavo,il denaro non c‚ entra nulla
con la convenienza.Quello e‚ egoismo associato
ad avidita‚.Nel mio caso sono scelte di vita
avulse da ogni cupidigia di pecunia.Solo quelle
che tu ritieni giuste possono renderti il
transeunte viaggio terreno estasiante.Il fatto
che io stia qui con te a parlare di questo non
e‚ un escamotage per distrarmi dal ributtante
atto compiuto da mia madre bensi‚,un modo per
accaparrare piacere.Accetto la tua presenza
perche‚ mi appari un‚icona che dalla morte di
mio padre mi e‚ mancata.Mi piacerebbe che tu mi
raccontassi le esperienze di cui sei stato
protagonista.Chissa‚ che non impari qualcosa di
nuovo che possa preservarmi dall‚ essere vittima
di perniciose e deleterie conseguenze.C‚e‚
recidivita‚ anche se i precedenti errori non
sono stati causati per tua colpa,a patto che tu
sia a conoscenza di questiš.
A Rocco premeva insistere sulla teoria
dell‚amico,ma intendeva anche raccontare le
vicissitudini vissute se potevano
allietarlo.Sicuramente avrebbe chiarito le cause
che lo avevano convinto a scegliere l‚inferno
come meta,servendosi dell‚amico Caronte,ma non
voleva apparire un depravato.Il suo carisma gli
aveva permesso di allargare le conoscenze nei
suoi lunghi viaggi e di alloggiare in case
altrui per fornicare con varie donne.Le piu‚
estasianti erano state le orge con i suoi
amici.Avevano tribolato le vulve di facili
ragazze,rendendole appagate solo quando i loro
uteri si inumidivano con madidi dardi.Le scene
gli scorrevano di fronte a guisa di una sequela
di immagini di un film, il cui intento didattico
e‚ volto ad educare gli spettatori a rinunciare
a repentini piaceri in nome di assatanate
concupiscenze.A fargliele mentovare aveva
provveduto la curiosita‚ del giovane amico,che
mai avrebbe potuto ipotizzare che razza di
eterno ragazzo avesse di fronte.A ricondurlo
alla casa paterna era stato il fiorire di un
amore verso una nobildonna di origine
svedese.L‚aveva ammiccata ad un cerimoniale
sfruttando la sua simpatia e capacita‚ di
intrattenimento dopo essersi intrufolato nella
villa di un ricco imprenditore,che aveva
organizzato il tutto,arrampicandosi per il fusto
del pino piantato vicino al muro che recintava
la casa.
Gli amori rendono l‚ uomo schiavo di istinti
incontrollati e inopinatamente mutano il corso
di una vita.Ritornare dai genitori era apparsa
l‚unica soluzione per dare un taglio alle
bravate fino ad allora compiute.Rocco avrebbe
voluto sposare la ragazza e avere un numero
copioso di figli.Resosi conto
dell‚impossibilita‚ che si realizzassero i suoi
voleri,condivisi dalla dama scandinava,a causa
della riluttanza della famiglia di lei aveva
inalberato la bandiera bianca.Fu per lui
un‚errore madornale e lo sapeva.Non aver saputo
rintuzzare le opposizioni di quelli che
sarebbero dovuti diventare i suoi futuri suoceri
gli aveva svelato la natura della sua
persona.Sospinta da fughe irrazionali nei
supremi arcani di lascive ragazze e serva di
sconfitte di battaglie mai intraprese.
Di tutto questo voleva informare Giacinto senza
remore o reticenza.
Poi sentenzio‚:„La convenienza come strumento
per tesaurizzare piacereš.Ripetette la frase per
altre due volte e alzatosi in piedi disse:„Dove
starebbe il piacere senza la consapevolezza di
essere un palliativo agli spasimi umani?La
dovremmo riverberare tra la gente ed aspettarne
gli esiti con impazienza prima che l‚apocalisse
riduca in frantumi l‚intero pianeta e nessun
altro oltre te abbia capito cosa significhi
vivereš.
Giacinto si stampo‚ un sorriso sul volto e
rivolto al laziale gli disse:„Non sai quanto io
sia felice,in un momento come questo,di aver
trovato in te un perspicace interlocutore.Hai
afferrato al volo cosa io intendessi per
convenienza ed hai biasimato quanti sprecano il
passare delle ore in inezie.Mio padre avrebbe
avuto sommo piacere se avesse potuto conoscerti
e mi avrebbe lodato per aver pescato un pesce
cosi‚ raro nel mare umano che infesta il
pianetaš.
I due si strinsero in un abbraccio fraterno a
mo‚ di una saldatura autogena;niente convince
piu‚ di una forte amicizia.E tra Giacinto e
Rocco ne era appena sorta una.
Ad un tratto si sentirono due forti colpi
sferrati alla porta d‚ingresso destando loro
paura.Che fu lenita dai seguenti versi di un
cane;Caronte non intendeva certo perdersi quella
lunga notte apettando fuori della casa.Rocco
fece per alzarsi,quando il ragazzo lo fermo‚ e
si diresse verso la porta.
„Caronte,Caronte,vieni qui belloš lo esorto‚ ad
entrare Giacinto.Il cane non se lo fece ripetere
una seconda volta e varco‚ la soglia dirigendosi
verso il padrone.
„E‚ proprio un buon amico,sapessi quanto e‚
intelligente.Gli animali sanno educare gli
uomini piu‚ di quanto siano da questi educatiš
sentenzio‚ Rocco.
„Dove l‚hai presošgli chiese Giacinto.
E l‚altro:„Prima che io tornassi a Rieti ero in
amore con una svedese,un amore finito male.Lei
per gratificarmi mi regalo‚ uno dei tanti cani
appena partoriti dalla sua cagna.Io non ne avevo
mai avuto uno,ma Caronte mi irreti‚ con il suo
musino angelico e mi impetro‚ di sceglierlo come
amico.All‚inizio avevo intenzione di chiamarlo
Bucefalo,come il cavallo di Alessandro Magno,ma
poi mi decisi per il nome che haš.
E di getto Giacinto:„La ragione suppongo sia
quella che mi hai detto stamane?š.
„Esatto,e‚ proprio quellašconfermo‚ l‚amico.
Era quasi mezzanotte,ma nessuno dei due aveva
voglia di dormire.I tragici fatti del giorno
sembravano far deflagrare verso un‚ ecatombe ed
invece l‚ amicizia tra i due aveva mutato in
meglio il prosieguo delle ore.
La notte sarebbe stata lunga ed imperniata di
racconti di Rocco, per i quali la curiosita‚ di
Giacinto aveva spronato l‚amico a menzionarli.
„Giudica un po‚ tu se i miei episodi sono stati
frutto di convenienza o di volonta‚di elusione
di canoni enfatizzati dalla maggior parte degli
uomini,compassati e morigerati.Oserei dire che
sono stato un diavoletto nel corso degli anni ma
che ora,a buon diritto, potrei ricevere un
diadema come segno di riconoscenza per aver
provato sulla mia pelle esperienze dalle quali
ci si dovrebbe tenere lontani.Spero che ti
possano integrare il bagaglio conoscitivo,come
tu vuoi,e giovarti per il tempo durante il quale
saranno da me ricordati e per il tempo a
venire.E‚ cio‚ che io chiamo clonazione
intellettiva,l‚unica forma che di essa io
ritengo attuabile e non anche quella
genetica,per cui si stanno sperperando milioni
di euro al fine di riuscirla ad attuare.Grazie a
me eviterai spiacevoli conseguenze carnali,ma ti
abbandonerai a effusioni longevi se saro‚ bravo
a trasmetterti i piaceri che ho provatoš.
Giacinto,che non era mai stato con una
donna,rizzo‚ le orecchie quando senti‚ quali
argomenti sarebbero stati esposti da Rocco.Aveva
sempre ipotizzato come si sarebbe estrinsecata
la sua prima fregola,ma non era andato oltre la
masturbazione.Non che fosse un tipo mendace,ma
non ne parlava con i suoi compagni di scuola
durante gli anni frequentati al liceo.L‚onanismo
rende vigliacchi per il modo in cui le figure
femminili vengono sfoderate dalla fantasia
erotica e erte lungo sentieri impervi delle vene
distribuite lungo il pene maschile.Strade
dissestate a cui non saranno mai apportati
lavori di pianificazione per renderle agevoli ai
bigotti, che pure le hanno cavalcate.La cosa
strana della faccenda e‚ il modo in cui viene
taciuto lo scandalo che si cementa nelle menti
di uomini galanti,ponderati nei rapporti
quotidiani,ma violenti nei giochi al buio.L‚
irreprensibilita‚ e l‚educazione vengono messe
da parte per far spazio all‚irrazionale e al
diverso;e‚ dato adito ai sogni di sfondare nelle
spelonche dell‚ altro sesso e di inorgoglire la
spumosa possibilita‚ di avere accesso senza
neppure bussare.
Questo era quanto rappresentava per Giacinto
l‚inesplorato continente eros,ma l‚attesa era
durata troppo a lungo perche‚ non avesse
fine.Essa sarebbe stata data dal laziale
piombato per destino o convenienza in casa del
contadinotto dalle buone maniere.Era svanito il
timore di rendere cupo e stravolto lo scenario
apertosi quella mattina nell‚ abbagliante fonia
delle mosse messi.
„E‚ stata un‚odissea la mia intera
esistenzaš,inizio‚ Rocco;poi si abbandono‚ al
limpido fluire delle scroscianti istantanee che
ritornavano dal recondito universo della sua
memoria:„Iniziai a vagare all‚eta‚ di diciannove
anni,non appena finita la scuola superiore e
dopo essere stato insignito del titolo di
ragioniere.Mi si profilava di fronte una
carriera di banchiere e il timore di non avere
un giorno qualche storia personale da poter
raccontare ai miei nipotini.Questo mi indusse ad
un‚ esistenza avventizia e travagliata che mi ha
reso uomo e forte.Potrei affrontare persino una
sfinge o un dinosauro,adesso che di esperienze
ne ho fatte a bizzeffe e ti garantisco che
l‚esito sarebbe tutt‚altro che scontatoš.
La notte non era riuscita a calare le palpebre
dei due amici e su Caronte,ne‚ la morte della
signora Sofia avevo spento l‚entusiasmo profuso
da Giacinto nell‚incontro del veterano
laziale.Le sole sillabe pronunciate da questi
frantumavano la quiete scesa sin dalle prime ore
della sera e tutto era attorniato da un alone di
magia.
„Ti ascolto,non temere che le tue parole perdano
il senso che tu attribuisci loro poiche‚ mi
vedi taciturno,niente puo‚ impegnare i miei
sensi oltre le tue ricche e rigogliose fioriture
personališ,lo assicuro‚ Giacinto.
Cosi‚ il racconto ebbe seguito:„Nulla mi ha dato
maggiori insegnamenti di quelli ricevuti da
esperienze carnali con donne fascinose e
ammalianti,le cui curve e la fluente barba
pubica inebriarono la mia estasi e mi
catapultarono nell‚abisso del peccato.Ma anche
sulla vetta del piacere.Le donne possono
cambiarti le identita‚ che altri ti
attribuiscono e accecarti nei migliori anni
della tua eterna giovinezza,e non hai via
d‚uscita in questo dedalo blasfemo.Provai la mia
precipua soddisfazione tra le cosce di Samantha
la sera del mio ventesimo compleanno.Lei era
scesa al piano dove i miei amici avevano
imbandito una grossa tavola con leccornie varie
e aveva trovato il modo di farmi il regalo
porgendomi i suoi accattivanti sguardi e
facendomi segno di seguirla.Tutti s‚erano
accorti della tresca in cui il mio fallo stava
per cadere,ma avevano continuato a
brindare,fingendo che di rapporti ne avevo gia‚
avuti.Andammo nella sua camera al piano di sopra
e li‚ sfogai la mia erezione,iniziata sulle due
rampe di scale che collegavano i piani.Samantha
era una cameriera ed una sconosciuta poetessa
tragica,uscita da pochi anni da un matrimonio
disastroso con quello che lei credeva essere il
suo principe azzurro.All‚eta‚ di trentadue anni
si considerava una zitella,ma era propensa alle
emozioni forti e di questo io ne ero a
conoscenza.Chiusi di colpo la porta e la sbattei
contro la parete vicina divaricandole le gambeš.
Giacinto ascoltava l‚amico in preda a domande
assordanti che lo incuriosivano;chi era quel
maledetto laziale?Quale angelo l‚aveva mandato
per istruirlo?Forse che gli spettava come pena
per un misfatto da costui compiuto?Ma se cosi‚
fosse stato si sarebbe addossato la
responsabilita‚ della morte della madre.E a
questo non voleva pensare.Troppe erano le colpe
che gia‚ si era imputato indebitamente.Fisso‚
l‚amico e lo persuase a continuare.
„Le strappai le mutandine e mi sbottonai i
pantaloni.Fu lei ad abbassarmi il boxer e a
baciarmi mentre io le crocifiggevo la
vulva,infiggendole colpi di uno che serbava la
scure da tempo nel cassonetto.Fu lungo e sobrio
l‚attaccamento ai suoi capezzoli e le andature
che seguivano le mie natiche verso l‚oceano di
nere acque contaminate da dissoluto
sperma,riluttante ad essere relegato in un
guanto scostumato.Ancora seminudi ci dirigemmo
nella cucina e li‚ completai il mio mosaico da
erotomane.Non le diedi il tempo di scoprirsi
integralmente perche‚ il mio pene,irto a cime
iconoclastiche,le sfondo‚ l‚ano e la abbandono‚
a gemiti virtuosi e a veritiere godurie che mi
eccitavano ulteriormente.Lei,con le mani
appoggiate al tavolo,cercava di reggere il mio
attacco da tergo,mentre le mie accarezzavano i
suoi seni prorompenti.La debellai in un batter
d‚occhio,cosi‚ lei firmo‚ la resa.Era stato il
piu‚ bel regalo che avessi mai ricevuto e di
questo la ringraziai mentre ridiscendevamo le
scale.Quella sera capii cosa potesse darci il
nostro corpo e mi dichiarai con risolutezza a
Samantha quale suo compagno ogni volta che
avesse volutoš.
Giacinto non osava interrompere l‚amico, ma
dovette farlo per curiosita‚:„Avesti quella
stessa sera la consapevolezza di quanto siano
futili i piaceri che ricercano i comuni
mortali?š.
Rocco,quasi come s‚aspettasse gia‚ quella
domanda,gli rispose:„Si‚,in quegli istanti con
Samantha provai cose a cui avrei dovuto
rinunciare se fossi rimasto nel mio paese e
avessi lavorato in quella banca.Avrei avuto una
vita tranquilla e sarei stato un buon padre,ma
non avrei potuto sfruttare il mio corpo per il
fine per cui esso e‚ stato creatoš.
Allora Giacinto formulo‚ una domanda talmente
imbarazzante che cambio‚ il tono dell‚ amico
rendendolo piu‚ cupo rispetto a quello tenuto
sino a quel momento:„E se mia madre fosse adesso
pervasa dagli stessi spregiudicati propositi di
quella tua Samantha?Non ho la minima
possibilita‚ di sapere se abbia incontrato mio
padre,ne‚ so cosa le stara‚ passando per quella
sua pazza testaš.
Rocco cerco‚di ancorarsi a quella saggezza di
cui era padrone e,rivoltosi verso
l‚amico,disse:„Tua madre ha ristabilito la
normalita‚ psichica nel momento in cui s‚e‚
allontanata da questo mondo.Questo dovrebbe
rassicurarti e fartela immaginare in completa
armonia con se‚ stessa.Pero‚ sarei ipocrita se
ti dicessi che sono convinto delle condizioni in
cui versa,tutt‚al piu‚ mi rifaccio alla tua
teoria della convenienza e la scruto mentre e‚
assorta a canticchiare sul bagnasciuga
contemplando il tramonto e a mirare il riflesso
del volto di tuo padre sulle acque oceanicheš.
Giacinto ringrazio‚ l‚amico per le splendide
visioni di cui sapeva essere creatore e penso‚
di crearne di sue rifacendosi alle esperienze
del laziale.
„Perche‚ non mi racconti una delle tante orge di
cui hai fatto parte?šchiese Giacinto,mettendosi
comodo sulla poltrona ad aspettare che Rocco
intraprendesse le sue rimembranze venate di un
sadico maschilismo,inusuale in un contadino che
al massimo era stato tra le cosce di una
meretrice di un suburbio oltre ad aver decantato
quelle di sua moglie.Lo appassionava ascoltare
altrui copule e assaporare le future gesta a cui
avrebbe sottoposto il suo organo
genitale,congiunto all‚immedesimazione del corpo
con un minotauro magico ed inferocito di cui
sarebbe stata vittima una lasciva e messalina
adolescente.Persino Caronte sembrava avesse
preso parte a quanto era accaduto al suo
padrone,lo si presumeva dalle orecchie tese e
rizzate.Avesse avuto la parola chissa‚ cosa
avrebbe mai detto.Proprio lui che di fregole ne
aveva avute tante ma, come fa un cattivo padre,
aveva abbandonato i suoi pargoli alle madri che
gli avevano dato piacere,ricevendolo a loro
volta.
Rocco non aveva la forza fisica per continuare
con le sue storie ma non intendeva deludere
l‚amico,cosi‚ lo convinse a riposarsi senza far
trasparire la sua stanchezza.Non avevano cenato,
ma i loro stomaci non necessitavano di
alcunche‚,specie a quell‚ ora.Giacinto si alzo‚
dalla poltrona ed accarezzo‚ Caronte sul muso in
segno di affetto.Poi lo condusse nella stalla e
lo adagio‚ su una coperta distesa su un cumulo
di paglia.Ritorno‚ dentro la casa e fece segno
all‚ amico di seguirlo nell‚altra stanza.Non
aveva altri letti disponibili oltre a quello
matrimoniale dei suoi genitori e non aveva
intenzione di passare la notte da solo dopo
l‚accaduto del giorno.Rocco decise che si
sarebbe posto nella parte destra perche‚a
sinistra c‚era la finestra e si sarebbe
sicuramente svegliato l‚ indomani,quando il sole
sarebbe sorto e i raggi di luce avrebbero
attraversato i marci infissi di legno.Giacinto
non fece obiezioni e inizio‚ a spogliarsi
adagiando i vestiti sulla sedia accanto al
comodino.Ora che era rimasto solo avrebbe avuto
piu‚ cura della sua roba e avrebbe evitato di
sporcare la casa come aveva fatto fino ad
allora.Integrare la propria maturita‚ a seguito
di una tragedia era l‚unico aspetto positivo
dell‚ intera faccenda.Le contingenze profilatesi
quel giorno stentavano a far credere che l‚uomo
e‚ padrone assoluto della sua vita e che il
piacere sia la meta a cui sono dirette le
azioni.Niente di piu‚ fallace era mai capitato
al contadinotto,e nulla sarebbe stato come prima.
Rocco pose i suoi panni allo stesso modo di come
li aveva ripiegati Giacinto sulla sedia
all‚altro estremo del talamo e si infilo‚ sotto
il lenzuolo.Poi rivoltosi all‚amico gli
assicuro‚ che avrebbero parlato delle orge
un‚altra volta e gli auguro‚ la buona
notte.Giacinto,a sua volta ,ricambio‚ l‚augurio
e spense la luce.


SECONDO
CAPITOLO



Le stranezze rendono gli spiriti ancora piu‚
astratti di quanto lo sono di per se‚.Si librano
su regioni inesplorate dell‚ inconscio umano e
atterrano in lande maniacali e deserte,i cui
terreni esalano miasmi dissuasivi.Ma per non
arrendersi occorre pure trovare un rimedio e
fronteggiare i fetenti sapori sino a mutarli in
caleidoscopici fumi dai quali non si ricava
altro se non un afrore irresistibile.Il cielo
sembra voler calare la volta e schiacciarti
contro il suolo;l‚atmosfera si fa arida e gli
occhi ti si chiudono senza che tu abbia altri
sensi oltre la tua mente errabonda.
Il sogno in cui s‚era immerso Giacinto era stato
sollecitato dai ricordi dell‚ amico e dalla sua
ansia di provvedere a che quell‚ attesa del
primo coito avesse fine.Era un fiume in piena il
fluire delle visioni oniriche che avevano
infestato le sue ore di riposo e,stando a
quanto gli si profilo‚ nei neuroni,tutto il
tormento provato ore prima diede spazio ai suoi
ansimanti respiri.Che svegliarono l‚ amico gia‚
in dormiveglia per la responsabilita‚ che s‚era
assunto nei suoi confronti.
Rocco intendeva svegliarlo e rassicurarlo che si
trattava di un incubo ma,stando in procinto di
scuoterlo,vide che si girava dall‚altra parte
del letto e continuava a dormire
tranquillo;decise di non infastidirlo,cosi‚
riprese sonno anche lui.
Giacinto si incamminava verso quella palude in
fondo alla landa con la mente libera,in preda al
mistero che gli dava forza nelle gambe per
raggiungere la sua meta.Anche il solo pensiero
che altri possano guidare le nostre gambe
farebbe rabbrividire ciascun essere umano
razionale.Ma non uno come Giacinto,assorto nel
sogno e deciso a non recedere dalla volonta‚di
sindacare cosa mai celasse quella palude.
Quando fu vicino agli alberi senti‚ gemiti di
goduria provenire dall‚interno;prosegui‚ a passo
felpato e si nascose dietro una quercia secolare
dal fusto di grosso diametro.Gli sembro‚ di
vedere un film le cui immagini,in parte, gli
erano state gia‚descritte con minuzia dall‚amico.
V‚erano quattro uomini e tre donne che lodavano
le profonde divinita‚.L‚orgia era mistificata
dalla presenza di un biondino che pareva un
angelo,il cui portamento era ineffabile e le cui
chiome erano lisce e lunghe.Fendeva l‚ano della
seconda donna facendo da quarto anello
umano,mentre alle sue spalle una ragazza bruna
faceva scivolare le sue mani sul suo
torace,essendole rigonfiato il retto dal sesto
elemento.L‚unica che se ne stava in disparte
nuda era la piu‚ carina tra le tre.Giacinto non
pote‚ esimersi dal guardarla mentre contemplava
le copule di quei cavalieri cementati tra
loro.La bellezza fugge dinanzi al labile corpo e
si presta a chi e‚ in grado di trovarla.Si
puo‚essere in amore con migliaia di donne ed
essere sprovvisto della leggiadria corporale
femminile.
Non sapeva come avrebbero reagito i presenti,ma
non si sarebbe lasciato sfuggire quella ninfa
accovacciata in disparte.Usci‚ sotto lo sguardo
dei quattro uomini senza remore e porse la sua
mano alla ragazza affinche‚ si alzasse.Lei che
sembrava timida in viso,non lo era certo come
persona;inizio‚ a denudarlo dei suoi abiti e a
sbaciucchiarlo giu‚ per il corpo.Quando fu in
prossimita‚ del pene non esito‚un attimo e lo
rese volatile.Il suo viso si abbandonava a
contorsioni da eccitazione e le sue
mani,afferrate le chiome di lei,dirigevano in un
andirivieni la testa peccatrice.Lui il
nostromo,lei il timone.Vide gli altri sei
avvicinarsi e le loro figure divenire
evanescenti fino a che non scomparvero del
tutto.Sentiva la morbidezza dei capelli di lei e
la sua lingua infernale accarezzargli il
glande;quando fu per bagnarle il viso si accorse
di essere solo e rivolto lo sguardo in basso
miro‚ lo stanco pene tendente a terra.
Si sveglio‚ di colpo alzando la testa dal
cuscino,mentre la sua vista si imbatte‚ nella
fotografia della madre nella cornice posta sul
tavolo opposto al capezzale.Inizio‚ a piangere
sommessamente,versando quelle lacrime che
serbava dal funerale del giorno prima.Poi si
distese e richiuse gli occhi con la speranza di
dormire per davvero questa volta.E cosi‚ fu.
Si svegliarono alle sedici del giorno dopo con
stomaci famelici e le gole secche.Giusto il
tempo di lavarsi e rimettersi gli stessi vestiti
del giorno prima,che gia‚ si apprestavano a
porre la tovaglia sul tavolo da cucina e a
friggersi due uova a testa.Accompagnarono il
cibo con un‚ ottima bottiglia di vino rosso
trangugiato senza che se ne lodasse il sapore e
si scambiarono complimenti reciproci per aver
saputo assolvere ciascuno i propri doveri in
modo encomiabile.Restarono seduti per un bel
pezzo prima che si decidessero a fare un giro
per la campagna a ridestare la voglia di purezza
che l‚aria serbava,nonostante stesse soffiando
un leggero vento che alzava cappe di
polvere.Giacinto,mentre camminava al fianco
dell‚amico,non era sicuro di volergli riferire
il sogno che lo aveva accompagnato durante la
notte,ma poi si decise a farlo, incuriosito
dalla spiegazione razionale che sicuramente ne
avrebbe dato il samana laziale.
Gli notifico‚ senza reticenza le visioni e le
figure di quelle donne e uomini,del rapporto
orale che gli era sembrato vero,della scomparsa
repentina di quelle immagini umane e della
fotografia della madre che gli aveva procurato
il pianto.
„Ti aspetti che io mi mostri stupito e che
reputi incredibile cio‚ che hai visto,ma non
sara‚ cosi‚šgli fece Rocco con tono
tranquillo,come se non avesse udito alcunche‚ di
diverso da quello che si aspettava che gli
venisse riferito.
E Giacinto d‚istinto lo fermo‚:„Ma come,ti
sembra normale che ad uno a cui e‚ appena morta
la madre gli vengano erotiche emozioni e
sensazioni scurrili?š.
Rocco gli pose la mano sinistra sulle sue spalle
e fissandolo inizio‚ a ridere.Poi
sentenzio‚:„Hai avuto la prova delle inibizioni
che ostacolano lo scorrere dei tuoi sensi.E‚
bastata una mia sola esperienza sessuale a
suscitare in te la bramosia delle carni
femminili.Persino in un momento come questo.E‚
la palese sollecitazione a che tu fugga da
questo posto finche‚ sei in tempo e cominci il
rito di inziazione sull‚altrui derma in nome del
dio piacere.Se ti ho dato retta era perche‚ la
tua teoria della convenienza collimava con il
mio stile di vita ostentato per anni,uno stile
che non ho mai pensato di porre in
dottrina.Capisci Giacinto?Tu hai
concettualizzato cio‚ che io ho fatto.Mi hai
dato un appiglio teorico sul quale riflettero‚
per gli anni a venire,mentre io ho risvegliato
in te la smania di piacere che s‚era offuscata
dietro il velo della quotidianita‚.In pochissimo
tempo sono riuscito a fare quello che credevo
avrebbe richiesto interi mesi.Adesso me ne
tornero‚ dai miei e non ti rivedro‚ piu‚,ma
voglio lasciarti il mio amico fidato Caronteš.
„Mio padre sarebbe d‚accordo con te.Prendero‚
Caronte e me ne andro‚ da questo posto colmo di
brutti ricordi e preda della ingenuita‚ delle
persone perbene.Non so come ringraziarti.Se mai
le nostre strade si dovessero incrociare cio‚
avverra‚ non su questo pianetaš.
I due si strinsero in un lungo abbraccio e
trattennero le lacrime per non far imperare
l‚emozione sulla gioia della palingenesi che
aveva glorificato l‚animo di Giacinto.
Poi,uno di fronte all‚altro, si fissarono per l‚
ultima volta e si voltarono dirigendosi in
direzioni opposte.Giacinto ritorno‚ nella stalla
in cui aveva lasciato Caronte in piena notte,che
gli balzo‚ addosso non appena lo vide e gli
lecco‚ le guance in segno d‚affetto.
Il ragazzo ricambio‚ gli abbracci e gli parlo‚
della decisione presa da Rocco di lasciarlo
nelle sue cure,con la certezza che il cane
capisse e lo accettasse quale suo nuovo
padrone.Caronte diede prova di sapersi adattare
alle caratteristiche del suo nuovo amico e di
sopportare gli smacchi che involontariamente le
sue azioni facevano conseguire.
Giacinto avrebbe finalmente voltato pagina e
posto una pietra sul passato dilaniante che lo
aveva tanto afflitto.Per prima cosa doveva
assicurarsi che la fabbrica lasciatagli dal
padre Vittorio continuasse ad esistere,non tanto
per non vanificare gli sforzi del padre per
metterla su,quanto per consentire ai dipendenti
di sfamare le proprie famiglie come avevano
fatto fino ad allora.Tra le tante alternative
che gli vennero al momento,la piu‚ saggia
comportava che delegasse al fratello della madre
le attivita‚ manageriali e non anche la
proprieta‚ della medesima.E cosi‚ fece,trovando
piena approvazione dello zio che aspirava ad un
lavoro migliore del contadino.Costui non tento‚
neppure di sondare le motivazioni che avevano
indotto il nipote all‚intento di allontanarsi
dal paese natio.Lo conosceva troppo bene perche‚
potesse ricevere una risposta, cosi‚ si limito‚
a ringraziarlo a nome suo e di sua
moglie.Neanche della presenza di quel pastore
tedesco al suo fianco lo zio aveva chiesto
qualcosa.Era difficile parlargli,specie ora che
aveva perso entrambi i genitori,e soprattutto
improbabile che qualcuno mostrasse
accondiscendenza per la scelta che aveva
fatto.Una partenza che seguiva di poche ore
quella della signora Sofia.I contadinotti
paesani si mostravano indignati per questo e
desunsero che non l‚ aveva scalfito affatto il
gesto della madre.Invece esso e l‚ amico Rocco
avevano dato impulso a che il suo destino
dispiegasse le sue vele e navigasse con il vento
in poppa.


CAPITOLO TERZO

Prese le cose di cui avrebbe avuto bisogno e le
pose in una valigia trovata nello
scantinato.Lascio‚ le chiavi della casa allo
stesso zio a cui aveva affidato la supervisione
della fabbrica e si incammino‚ verso il paese
limitrofo che era a pochi chilometri di distanza
per raggiungere il casello autostradale e fare
l‚autostop.Accanto a lui Caronte.Gli occorsero
all‚ incirca una quarantina di minuti prima di
alzare il pollice alla prima auto e scoprire con
sommo rammarico che la gente non e‚ come quella
di paese.Una dovizia incalcolabile di vetture
avevano visto il suo pollice supplicare un
passaggio,ma nessuna si era fermata e ormai
erano le due pomeridiane.Il sole picchiava forte
e l‚asfalto della carreggiata fumava.Si sentiva
lo sgradevole odore della pece nel tratto di
fronte a lui e l‚aria era simile a quella di un
forno crematorio.Caronte s‚era steso al fresco
ed era stremato,aveva bisogno di
bere.Giacinto,con quella fetida valigia e gli
abiti rustici,non poteva dissuadere alcuno a
continuare dritto per la sua strada tutelandosi
l‚incolumita‚.Era per lui lo scotto da pagare
per tutte le volte in cui aveva snobbato il
saluto dei suoi paesani,facendogli anche dei
ghigni per essere stato importunato.
Era cosi‚ giovane e inesperto,ma serbava una
volonta‚ inenarrabile,tanto da lasciare la casa
paterna il giorno seguente alla morte della
madre.
Non aveva amici,non aveva un posto dove andare e
non aveva intenzione di finire in una stazione
ferroviaria ad elemosinare qualche spicciolo per
racimolare un pasto.Ma di una cosa era certo:non
sarebbe ritornato per nessuna ragione al mondo
nel suo paese.Non si sarebbe lasciato sopraffare
dai brutti ricordi e non gli conveniva anche per
non fare la figura del vigliacco al cospetto
della gente di quel luogo.Si ricordo‚ del
convento di Latina,assai conosciuto per la
presenza del superiore, Frate Giuseppe,che tante
volte aveva aiutato giovani diseredati e ragazze
costrette a prostituirsi.Lui non era in queste
condizioni,ma avrebbe mentito per avere alloggio
in quel posto e darlo anche a Caronte.L‚idea era
buona ed anche il posto,cosi‚ non si scoraggio‚e
continuo‚ a fare l‚autostop fino a che non si
fermo‚ un furgone malandato con la carrozzeria
gravida di ammaccature e per la maggior parte
arrugginita.
„Dove devi andare ragazzošchiese l‚uomo
dall‚interno dell‚abitacolo.
„Vado a Latinašgli rispose Giacinto.
E l‚altro:„Sei fortunato,io vado proprio li‚ per
lavoro.Monta suš.
„Ci sarebbe anche il mio cane,se non le
dispiaceš aggiunse il contadinotto.
Allora l‚uomo accosto‚ ai bordi dell‚ingresso
autostradale per non impedire alle altre auto di
passare e scese.Si diresse verso la parte
posteriore del furgone e apri‚ lo sportello
invitando Caronte a salire.Poi si misero in
cammino.
„Non per essere indiscreto,potrei sapere cosa
vai a fare a Latina tutto solo con quel
cane?šchiese l‚uomo incuriosito.
Giacinto non avrebbe certamente svelato i suoi
piani, ma non aveva frottole da raccontare e non
aveva mai avuto l‚occasione per inventarsene
una.Gli venne in mente il suo amico Rocco e la
ragione per cui l‚aveva incontrato.Quindi
rivolto al conducente gli menti‚:„Vado a trovare
il fratello di mio padre.Sono anni che non lo
vedo e mi farebbe piacere essere suo ospite per
qualche giornoš.
L‚uomo non stento‚ a credere il motivo addotto
dal ragazzo e prosegui‚ con lo sguardo fisso
sulla carreggiata di fronte.Si presentarono e
parlarono per il resto dei chilometri che
batterono.L‚uomo era un camionista
napoletano,Gennaro Siro,e andava a caricare
degli elettrodomestici per conto della ditta per
cui lavorava.
„Deve essere un lavoro faticoso il vostro.Sempre
in giro in tutte le ore del giornošesclamo‚
Giacinto.
E Gennaro:„All‚inizio la pensavo come te e lo
facevo perche‚ ho una famiglia da mantenere.Col
passare degli anni pero‚ ti ci abitui e
rinunceresti ad una proposta di lavoro meno
faticosoš.
Gennaro era sui camion dall‚eta‚ di ventidue
anni e portava sul volto le crepe di chi ha
patito i raggi del sole dietro un
parabrezza.Inviluppato nel dedalo familiare non
aveva mai pensato di cambiare vita rinunciando a
fare il camionista.A Giacinto quell‚uomo faceva
pena,ma lo considerava un buon padre.Darsi per
altri e‚ degno di un santo e dei poeti.E anche
dei camionisti.
Erano prossimi alla citta‚ e gia‚ si
intravedevano le prime case.Gennaro chiese al
ragazzo dove avrebbe voluto scendere.L‚altro gli
rispose che aveva appuntamento con lo zio di
fronte al convento di Fra‚Giuseppe,ma che non
sapeva dove fosse ubicato.L‚uomo lo rassicuro‚
che lo avrebbe condotto in quel luogo e li‚le
loro strade si sarebbero divise.
Svoltarono all‚angolo di via De Pretis e
imboccarono il lungo viale delimitato ai lati da
palme maestose,piantate in fila indiana una di
seguito all‚altra.
In fondo al viale, la costruzione seicentesca
del convento.
„Siamo arrivatiš esclamo‚ Gennaro.E
aggiunse:„Apri tu stesso il vano posteriore e fa
uscire il caneš.
Gennaro prese Caronte e ringrazio‚ il napoletano
per la sua cortesia.Lo continuo‚ a guardare
mentre si girava e percorreva a ritroso il viale.
Ergo si avvicino‚ alla porta centrale del
convento,Caronte lo seguiva alle sue
spalle.Busso‚ due volte prima che dallo
spioncino apparisse il volto con la barba canuta
di un frate.Lo accolse allegramente e lo esorto‚
ad entrare prima di avergli chiesto le
generalita‚.Giacinto addito‚ che aveva sentito
parlare di Fra‚ Giuseppe e che aveva bisogno di
aiuto.Il frate lo rassicuro‚ che avrebbe
soddisfatto la sua richiesta e lo condusse nel
refettorio.S‚era accorto di Caronte,ma lo aveva
ignorato;spettava al superiore decidere se
permettere la sua presenza o meno.Raccomando‚ a
Giacinto di non muoversi da li‚ per il tempo in
cui lui si sarebbe assentato.Avrebbe notificato
il suo arrivo a Frate Giuseppe,cosi‚ spari‚
oltre la porta in fondo alla magna sala.
Nel refettorio c‚erano tante persone,per la
maggior parte giovani e un baccano infernale.I
luoghi sacri avvincono chi li predilige.I falchi
di strada non possono essere imbalsamati in
silenzi teologici e rendersi benevoli con gli
sconosciuti.Ogni luogo ha le sue leggi che
delimitano il raggio di azione di ciascun
individuo e lo privano degli irrazionali istinti
dell‚uomo allo stato brado.Quel convento avrebbe
fatto ricredere Giacinto circa la condotta che
si doveva tenere e temere gli ordini impartiti
da Fra‚ Giuseppe.
Ad un tratto non potette credere ai suoi occhi
nel vedere la stessa ragazza che gli era apparsa
in sogno la notte prima seduta al tavolo a pochi
metri da dove stava lui in piedi.Era proprio
lei.I capelli neri e le caratteristiche
fisionomiche combaciavano con la dea che lo
aveva portato in paradiso leccandogli con soave
avidita‚ il fallo durante la notte,per poi
scomparire lasciandogli un amaro dispiacere.Lo
stesso senso di solitudine che aveva intraveduto
in lei Giacinto in sogno la attorniava anche in
quell‚aula,che sembrava una bolgia
infernale.Quel marasma non la irretiva,stava
mangiando come se fosse sola e non dava
confidenza ad alcuno.Il ragazzo avrebbe voluto
saperne di piu‚,ma aveva garantito al frate che
non si sarebbe mosso di li‚.Penso‚ di non
rammaricarsene in quanto la sua permanenza in
quel convento gli avrebbe dato l‚ opportunita‚
di ridurre la sua curiosita‚.Si volto‚ verso
l‚amico Caronte,stremato dal sole e dal viaggio
nel retro del furgone,e lo accarezzo‚ sul muso
promettendogli che gli avrebbe dato da mangiare
e bere.
In quel preciso istante vide il frate aprire la
porta in fondo alla sala e ritornare verso di
lui.Quando gli fu vicino gli disse:„Seguimi,Fra‚
Giuseppe vuole incontrarti.Lascia il tuo cane
nel cortile e legalo all‚albero vicino alla
fontanaš.
Giacinto esegui‚ gli ordini e chiese al frate di
dar da bere e mangiare a Caronte.L‚altro si
assunse personalmente il compito,che avrebbe
svolto mentre lui si intratteneva con il
superiore.E cosi‚ lo condusse di nuovo nel
refettorio e varcarono la soglia della stessa
porta che l‚altro aveva attraversato
precedentemente.Un corridoio stretto collegava
con la stanza del superiore e sui muri,da un
lato e dall‚altro,erano affissi quadri
raffiguranti volti di santi.Raggiunta la porta
il frate busso‚ una sola volta e dall‚interno
una voce rauca invito‚ ad entrare.Giacinto lo
fece e si sedette sulla sedia di fronte la
scrivania di Frate Giuseppe.Era un uomo sulla
ottantina e i suoi occhi rifulgevano di una luce
materna che rassicurava e induceva a confidare
in lui.Il contadino aveva sentito parlare delle
opere di quell‚uomo e dell‚accoglienza che il
suo convento garantiva,ma non ne aveva mai visto
il volto su qualche quotidiano,ne‚ per
telegiornale.Ruppe il silenzio e disse:„Suppongo
che lei sia il superioreš.
L‚altro,prima fece un segno di conferma,poi si
presento‚ e rincuoro‚ il giovane,il quale aveva
ostentato uno sguardo mesto per suscitare la
compassione dell‚anziano.Se lo avesse udito il
padre Vittorio mentire in quel modo spudorato lo
avrebbe preso in disparte e biasimato.Ma tante
cose erano accadute dalla sua scomparsa e
l‚amico Rocco lo aveva spronato a cercarsi la
felicita‚ lontano dalle cose facili e
comode.L‚educazione ricevuta dal padre era
divenuta desueta il giorno in cui s‚era deciso a
partire e nulla avrebbe ostacolato i suoi
piani.V‚e‚ un luogo in cui e ő lecito avere un
determinato contegno e un altro in cui non lo
e‚.Tutto era relativo,ma la meta era unica,il
piacere.
Non avrebbe reso edotto l‚anziano della
scomparsa dei genitori e sarebbe passato per un
diseredato.Caronte,l‚unico appiglio fino a quel
momento,sarebbe rimasto con lui e insieme si
sarebbero istruiti con nozioni che nessuna
scuola poteva dar loro se non le apprendevano da
soli.I due amici erano ottimi studenti con una
gran voglia di imparare.
Fra Giuseppe gli diede il benvenuto e lo lascio‚
andare in refettorio a rifocillarsi.Giacinto
usci‚ dalla stanza e richiuse la porta.Il frate
che lo aveva condotto fin la‚ non era rimasto ad
aspettarlo,dovendosi occupare di Caronte,cosi‚
ritorno‚ sui suoi passi.Era mosso dalla
curiosita‚ di scoprire chi fosse la ragazza su
cui aveva fermato la sua attenzione prima che
incontrasse il superiore,ma quando giunse in
refettorio non c‚era piu‚.La sala era quasi
vuota, eccetto qualche ragazzo che stava per
andarsene.Si sedette e chiese alla cameriera di
portargli da mangiare spiegando il suo
ritardo.
Fu servito come un signore e di questo non se ne
dispiacque affatto.Il cibo non era diverso da
quello che s‚apettava,cosi‚ non si sorprese nel
vedersi di fronte la minestra e una pagnotta da
bagnare nel brodo.Il convento dava cio‚ che
poteva.Dio avrebbe tenuto conto delle buone
azioni che prodigavano i frati e li avrebbe
certamente premiati.Giacinto era consapevole del
subdolo inganno con il quale li aveva
turlupinati, ma non aveva altra scelta.Ne
avrebbe pagato il fio di fronte alla corte degli
angeli,la stessa che temono la maggior parte
degli uomini e tentano di ingraziarsela facendo
le offerte alle associazioni che combattono la
fame nel mondo e varie malattie congenite.Questa
certezza lo incoraggiava a perseverare nella sua
messa in scena e a considerarsi diverso.Che poi
la sua diversita‚ fosse da lodare o meno lo
avrebbe deciso la corte angelica.
Fini‚ di cenare che erano quasi le otto.Si
alzo‚ dal tavolo e si diresse in cortile
dall‚amico Caronte.Lo trovo‚ che stava
scuotendosi invano nel tentativo di liberarsi
dalla corda che gli stringeva il collo.Si
avvicino‚ per liberarlo,ma il cane inferocito
non gli perdono‚ di aver permesso che fosse
messo alla gogna cosi‚ lo morse al braccio
destro.Si sentirono le urla di dolore in tutto
il convento.Afflui‚ un ingente numero di ragazzi
che lo allontanarono dal cane e quando giunse
Frate Giuseppe, che pure aveva udito le
grida,vide il ragazzo a cui poco prima aveva
dato accoglienza steso a terra con il braccio
sanguinante.Ordino‚ sotto lo sguardo dei
presenti che lo si conducesse all‚ ospedale e di
abbattere il cane.Giacinto,persi i sensi per
l‚eccessiva perdita di sangue,non senti‚ gli
ordini impartiti dal superiore,quindi non si
oppose.Gli occorsero dieci punti di sutura e una
fasciatura perche‚ non provasse piu‚ spasimi e
potesse ritornare in convento.Fu condotto nella
sua camera da letto dallo stesso frate che gli
aveva dato adito nel convento e passo‚ la notte
a chiedersi cosa mai avesse fatto scattare l‚ira
di Caronte.La stanza era occupata da quindici
ragazzi,in preda al sonno,ogni tanto qualcuno
russava e poi smetteva,ma non uno che stesse
sveglio.Erano solo le dieci e mezzo.Ripenso‚ ai
suoi genitori negli anni della sua
adolescenza,alle giornate trascorse col padre
nei campi ad osservare come lui arava e alle
tante volte in cui le aveva prese dalla madre
per delle bravate commesse.Gli mancava tutto
cio‚ e gli mancava il suo amico Rocco,l‚unico
con cui aveva trovato pace e che gli aveva dato
la forza per continuare a vivere.Chissa‚ se lo
avrebbe mai rivisto.Magari avrebbe fatto visita
alla sua citta‚ un giorno e si sarebbe fermato a
trovarlo.Tutti questi pensieri lo tennero
sveglio per circa due ore prima che i suoi occhi
vedessero calare le palpebre e celare le pupille.
Alle sei e mezzo in punto si senti‚ il rintocco
assordante della campana,il cui suono si
riverberava per tutto il convento e faceva
sbalzare i dormienti dal letto.Giacinto aveva
riposato solo cinque ore e non aveva certo
intenzione di alzarsi, ma segui‚ il consiglio di
un ragazzo che gli aveva dormito vicino non
appena gli annoto‚ le conseguenze che avrebbe
patito.Due giorni in cella di
isolamento,attorniato da una pila di libri di
teologia,non valevano alcune ore di sonno in
piu‚.Si desto‚ in un batter d‚occhio e,preso
l‚asciugamani nel suo armadietto,ando‚ in
bagno.Si lavo‚ assieme ai compagni di camerata e
ascolto‚ le melodie da costoro intonate
denigranti l‚ordine dei frati del convento e la
sua disciplina interna.Furono le prime
avvisaglie che sminuirono la sua gioia di aver
trovato alloggio senza che gli fosse occorso
sborsare dei soldi.
Con molta cura si asciugo‚ il volto con il
braccio sinistro,essendo l‚ altro fasciato,e se
ne ritorno‚ nella camerata a vestirsi.
„Come ti chiamišgli chiese il ragazzo che lo
aveva salvato dalla punizione che avrebbe dovuto
sopportare se non si fosse alzato dal letto.
„Giacinto,e tu?š.
L‚altro:„Marco.Non preoccuparti per il tuo
braccio,chiedimi qualsiasi cosa ti occorra fare
e io sostituiro‚ il tuo destroš.
Era confortante l‚aiuto che gli stava dando quel
ragazzo.Un solo giorno in quel convento gli era
servito per frenare la sua instancabile voglia
di cambiamento.
„Sai per caso dove hanno posto il mio
cane?šdomando‚ tranquillamente Giacinto,come se
niente fosse successo.
Al che l‚altro esclamo‚:„Ma come sei ancora
disposto ad occuparti di quell‚animale dopo i
danni che ti ha fatto?š.
E Giacinto:„Caronte e‚ un buon amico.Se mi ha
attaccato era perche‚ gli avevo negato la
liberta‚ legandolo con una corda all‚ albero in
cortileš.
Marco,che del cane aveva saputo la mattina in
bagno dagli altri diseredati,non intendeva
raccontargli la verita‚,ma i suoi indugi avevano
gia‚ insospettito Giacinto.Che gli domando‚ di
nuovo cosa ne era stato del suo cane
costringendolo a rispondere.Marco aveva grosse
ciglia e le lentiggini su tutto il volto gli
facevano assumere un aspetto ridanciano al
cospetto di chi lo fronteggiava,ma quella volta
il suo viso ilare dovette cedere il passo alla
tonalita‚ minacciosa di Giacinto che con
insistenza aveva gia‚ posto la stessa domanda
per la seconda volta.
„Non so come dirtelo,ma il tuo cane e‚ stato
ucciso per ordine del superioreš gli disse.
Il contadinotto induri‚ la mascella per non far
trasparire il senso di angoscia che lo percosse
e non anche il rancore che da quel giorno nutri‚
verso Fra Giuseppe.Dichiaro‚ vendetta in nome
del samana laziale e di Caronte,promettendosi
che non avrebbe lasciato il convento fino a che
non l‚avesse avuta.In quell‚istante si rese
conto dell‚ipocrisia che attanagliava quel
luogo.Il superiore aveva un‚affermata rinomanza
in ambito nazionale e un sornione sorriso,ma
celava un‚indegna indole.Ipotizzo‚che nessuno
avrebbe potuto denunciarlo perche‚ era la sua
parola contro quella di ragazzi di strada di cui
la societa‚ s‚era liberata,ma non si
scoraggio‚.Giuro‚ a se stesso di pianificare la
sua vendetta contro quel convento al suo
interno,tra le sue mura e celle.
„Dimmi tutto quello che sai se non vuoi che
diventi cattivošfece Giacinto al camerata senza
alzare la voce, per evitare che gli altri se ne
accorgessero.
Marco non pote‚ fare a meno di ascoltarlo.Il
contadinotto aveva lo sguardo da tigre e
incuteva paura, nonostante avesse un braccio
fasciato.Poi disse:„E‚ stato condotto nello
scantinato dopo avergli offerto una fetta di
carne con del sonnifero.Da li‚ non e‚ uscito
vivo.Ma ti prego non dire che te l‚ho detto
altrimenti saranno guai per meš.
Giacinto in preda all‚ ira proruppe:„Non dirmi
che ti chiedo troppo,ma ti voglio assoldare per
ordire una congiura contro l‚intero ordine
ecclesiastico del convento.Adesso fa finta di
niente e rivestiti.Ne riparleremoš.
Marco fu propenso a rifiutare la proposta dell‚
altro,ma non aveva nulla da perdere in
cambio.Era arrivato il momento che finisse quel
gioco che da tempo dilettava il vecchio
superiore e che gli aveva fatto assumere una
riconoscenza da parte di tutta l‚Italia,ignara
di cosa ci fosse sotto quel manto di oro
caritatevole.Avrebbero scoperto di li‚ a poco le
ragioni della filantropia di Fra Giuseppe e si
sarebbero convinti a smascherare il falso
interesse degli stinchi di santo di quel
convento.
I due si vestirono e andarono nel refettorio a
fare colazione.Si sedettero l‚uno accanto
all‚altro e borbottarono del piu‚ e del meno
mentre inzuppavano le pagnotte nelle tazze di
latte fresco e spalmavano con il coltello il
burro sulle fette biscottate.Ad un tratto la
folgorazione.Giacinto, che era seduto avendo la
porta d‚entrata del refettorio di fronte, vide
avanzare la ragazza del giorno prima,gia‚
apparsagli in sogno.Abbandono‚ il tavolo,sotto
lo sguardo incredulo di Marco,e le ando‚
incontro.Quando le fu vicino le chiese se poteva
concedergli un minuto.Lei non diede segno che
potesse farlo,ma lui preferi‚,per
convenienza,desumere che avesse accettato.Si
presento‚ e scopri‚ l‚identita‚ di quella
ninfa,Sofia.Era di origine slava e aveva lo
stesso nome della madre.Cosa mai significava
tutto questo?E quel sogno?Forse che c‚era
un‚altra spiegazione a quella datagli da Rocco?E
se lo stesso laziale fosse stato un miraggio del
padre?
Tutte queste domande non gli davano immediate
risposte,ma l‚ odio lo aveva reso risoluto a
lasciare una traccia indelebile di se‚ e
dell‚amico Caronte.Cosa aveva fatto di male per
meritarsi quella fine?Prima il padre
Vittorio,poi la madre Sofia,dunque Rocco e
adesso Caronte.Lo avevano tutti abbandonato.
Aveva risposto con l‚accento tipico dei popoli
slavi e aveva chinato il capo in attesa che le
venisse chiesta qualche altra cosa,ma cio‚ non
avvenne.Giacinto si limito‚ a farle sapere che
era stato colpito dalla sua bellezza e che
avrebbe voluto diventarle amico.Lei arrossi‚ per
un attimo,poi se ne ando‚ al tavolo lasciandolo
li‚ impalato come un fusto di un albero
secolare.Marco lo richiamo‚,cosi‚ se ne torno‚ a
sedere.La continuo‚ a fissare per il resto del
tempo che restarono nel refettorio senza che lei
se ne accorgesse minimamente.Poi si alzarono dal
tavolo e andarono ad oziare in cortile.
Proprio mentre stavano per riaffrontare il piano
di vendetta passo‚ di fronte a loro il frate del
giorno prima.Costui si fermo‚ per un istante ad
osservarli e li saluto‚,aspettava che gli
venisse chiesto dove era finito Caronte,ma cosi‚
non fu,quindi desunse che al ragazzo non gliene
importava piu‚ di tanto.Nel momento in cui lo
penso‚ e lo notifico‚ al superiore si
condannarono,avrebbero pagato amaramente per il
gesto demandato a chissa‚ quali ragazzi.
Il braccio andava meglio rispetto al giorno
precedente e gli spasimi erano cessati,sarebbero
occorsi altri nove giorni prima che avesse
potuto togliere la fasciatura e i punti di
sutura.Questa menomazione interinale limitava i
movimenti di Giacinto e gli dava tempo a
sufficienza per progettare un piano cospirativo
che gli impegno‚ i successivi due giorni.
Per prima cosa bisognava scoprire cosa spronava
il superiore ad accogliere i malfamati,visto che
il loro soggiorno in convento risultava sgradito
agli stessi abietti.La notorieta‚ caritatevole
che l‚istituto si era conquistata non bastava a
spiegare tutto cio‚. I due avrebbero conosciuto
l‚interesse degli ecclesiastici facendo visita
nell‚ufficio di Frate Giuseppe non appena il
braccio avesse ripreso a funzionare come
doveva.Nel frattempo avrebbe occupato la sua
permanenza cercando di conquistare l‚amicizia di
Sofia e magari di concretizzare le scene
immaginate in sogno in cui lei lo conduceva
nell‚eden peccaminoso del sesso
spregiudicato.Dopotutto non sarebbe stato
difficile persuaderla a compiere sprovvedute
leccate, giacche‚ la sua presenza in convento
era una prova che si trattava di una
meretrice.L‚ occasione gli si presento‚ nel
pomeriggio del giorno di San Adriano,quando fu
ordinato che si adunassero tutti gli ospiti del
convento in cortile ad assistere alla messa in
onore del medesimo.Erano le cinque quando la
litania ebbe inizio e si potevano osservare le
facce stanche di quanti ascoltavano,eccetto i
frati sparsi tra la marmaglia.Il superiore stava
seduto su una panca a destra dell‚altare
allestito ad hoc e aveva lo sguardo rivolto al
frate di fronte a lui,che celebrava la
messa.Sofia stava nel mezzo dello spiazzo e,come
le altre volte che Giacinto l‚aveva vista,da
sola.Il contadinotto non perse tempo ad
avvicinarsi e a rivolgerle un sorriso quando le
fu vicino.Lei aveva ricambiato il gesto,poi
aveva abbassato lo sguardo sulla sua destra
fasciata,quasi a chiedergli se gli faceva ancora
male come l‚altro giorno in cui lo aveva visto
dolorante a terra con il sangue che sgorgava.Non
si azzardarono ad aprire bocca temendo le
possibili sanzioni di cui sarebbero state
vittime,ma la vicinanza tra i loro corpi era
prova di un‚intesa che con nessun altro la
ragazza aveva trovato.Stettero in piedi per il
resto della celebrazione religiosa e, quando gli
fu data la possibilita‚ di andare in
pace,Giacinto le propose di fare due chiacchiere
sotto lo stesso albero a cui aveva legato
Caronte.Gli sguardi di approvazione della
ragazza ai suoi tentativi di ammiccamento lo
assicuravano circa la lussuriosa condotta che
lei avrebbe tenuto in suo onore se solo fosse
stato capace di adescarla e dirigerla dritto tra
le sue gambe.Le assatanate risa della barba che
non vede il sole gli grattavano da tempo il suo
carnoso e vulcanico pene,rubandogli la innocente
purezza di un fanciullo indifeso.Era tempo di
rivincite,di effetti corporei i cui impulsi
erano dati dalle emozioni erotiche private;nulla
di piu‚ usuale di quello che era stata la vita
per il suo amico Rocco.L‚emulazione a cui ambiva
lo avrebbe associato agli esseri peccaminosi del
creato e scaraventato nel bunker del piacere
inviso ai buon padri di famiglia.
Come il sogno avrebbe potuto essere il preambolo
alla saga della sua voluttuosa esistenza era
cio‚ che doveva scoprire con l‚aiuto carnoso di
Sofia.Ed era convinto che i servi siano coloro
che accettano le apparenze e non ricercano le
vere essenze di cui e‚ gravido ciascun essere
animato.
„Da quanto tempo sei in Italia?šchiese
dolcemente Giacinto gesticolando a mo‚ di un
avvocato.
„Sono tre anni.I piu‚ tetri della mia
vitašrispose Sofia con un tono mesto.
In quel bastardo del suo interlocutore non c‚era
un briciolo di compassione,le parole gli
uscivano di bocca spinte dai desideri prefissi.
Poi la esorto‚ a raccontargli di come c‚era
finita nel nostro Paese e le ragioni che
l‚avevano condotta a Latina da quei bravi
frati.Cosi‚ lei non ebbe remore e iniziė la
tragedia di cui era stata la attrice
protagonista:„Abbandonai il mio paese perche‚ i
miei sono poveri.Alcuni uomini ben vestiti
fecero un provino per future attrici e io
partecipai nella speranza di essere scelta e
contribuire al fabbisogno della mia
famiglia.Immagina che gioia provai quando mi
comunicarono che mi avrebbero condotta in Italia
e sarei diventata famosissima.Tutta la mia
famiglia avrebbe smesso di avere quel tenore di
vita misero.La verita‚ e‚ che mi picchiarono e
poi mi violentarono a tre prima che mi
minacciassero e mi costringessero a fare quanto
loro comandavano se non volevo che facessero del
male al mio fratellino.Mi sono prostituita per
due anni,finche‚ non sono scappata e mi sono
rifugiata quaš.
Le erano pianti gli occhi quando aveva
menzionato suo fratello,non sapeva se i suoi
sfruttatori avevano infierito su di lui e sulla
sua famiglia come avevano promesso.Giacinto, che
aveva ascoltato cio‚ che Sofia gli aveva appena
raccontato,le garanti‚ che quelle fattegli erano
solo minacce,ma non sarebbero state poste in
essere.Lei trovo‚ conforto nelle parole del
contadinotto e per questo lo ringrazio‚ di
cuore.Tra i due era sorta un‚ innocente
commistione che non avrebbe dato adito ad
ulteriori approfondimenti,intimi e
scostumati.Almeno questo era quanto aveva
percepito lui dalle sue parole, ma le fughe
vigliacche non gli interessavano.Cio‚ che piu‚
gli premeva era il risveglio di tutti i suoi
sensi a colpi di natiche in una caverna
femminile prima che calasse il velo della
verecondia ad impedire che ci si allontanasse
dai tabu‚ ottriati dai bravi uomini,gli stessi
che copulano solo per evitare che la loro
stirpe si estingua e far echeggiare il nome
della propria prosapia tra le future
generazioni.Questo e‚ quanto meritano gli
schiavi,la cui forza e‚ quella di fare nuovi
adepti tra le loro file ,ma del loro falso e
passivo proselitismo Giacinto se ne infischiava.
„Suppongo che non hai assolutamente intenzione
di lasciare il convento, per il timore che
quegli uomini possano mettersi sulle tue
tracce,non e‚ vero?šdomando‚ lui,dando per
scontata la risposta.
La ragazza rispose che aveva provato ad
andarsene, ma raggiunto il casello autostradale
s‚era girata indietro ed era ritornata li‚,senza
che le fosse venuto piu‚ l‚uzzolo di ripartire.
„Capisco i tuoi timori,ma non puoi restare qui
per sempre.Cosa pensera‚ di te la tua famiglia
se non ti farai piu‚ viva?E cosa pensera‚ il tuo
fratellino?š le disse.
Le suscito‚ rabbia l‚affermazione di Giacinto
per non aver saputo provvedere a che un altro
essere umano fosse libero da vendette
trasversali.Suo fratello o chiunque altro non
avrebbe fatto differenza.E‚ questa la spiaggia
ove ristorano i pochi naufraghi che nel mare del
genere umano intendono l‚acqua dello stesso
colore e quantita‚,al di la‚ della rilevanza
della parentela.Che offusca chi muove le sue
azioni solo verso i consanguinei,restando
estraneo alla specie che tutti ci accomuna.
„E‚ un caso la vita o ci accade quello che i
nostri ascendenti avrebbero potuto prevedere?š
chiese a Giacinto.
„Nella vita nulla accade per caso.E‚ l‚uomo a
scegliersi le conseguenze del suo agire,solo che
a volte si associa l‚accaduto a presenze
trascendentali che mai si sognerebbero di
operare per noi se solo esistesserošrispose.E
poi:„La compassione l‚hanno inventata i tipi che
non conoscono i loro limiti.Giudica il tuo
caso.Se i tuoi avessero evitato di generarti ora
non saremmo qui a compatire la tua sorte e
quella del tuo piccolo fratellinoš.
Sofia si altero‚ e con voce rauca sfogo‚ le sue
accuse contro il contadinotto:„Non puoi
addossare la colpa ai miei genitori,tu che non
hai mai visto come i loro occhi si incrociano
l‚uno verso l‚altroš.
Con tono perentorio la fermo‚e le disse:„Io non
mi rivolgo in questi termini sol contro i
tuoi,ma avverso quanti si arrogano la
presunzione di riuscire nel mestiere di
educatore pur essendo ben consci che e‚ un ruolo
che non si addice loro.I patemi che affliggono
la loro prole sono loro stessi a
causarli,seppure indirettamente.Non ci sarebbe
questo fottutissimo convento senza gli errori
umani,ne‚ tantomeno esisterebbe la religione
senza la anacronistica stupidita‚.E‚ l‚ignoranza
il vero dogma religioso che da sempre ha fatto
trasecolare il genere umano.Senza la religione
io non sarei certamente miscredente.Adesso
rifletti su quanto ti ho detto,potresti arrivare
al punto di tessere ritorsioni familiari che
ritengo legittimeš.
Sofia,attonita,desistette dall‚aprire bocca e
trascino‚ il suo sguardo putrido alla sinistra
del suo interlocutore,verso il muro di cinta che
mai le era apparso cosi‚ opprimente.Lui se ne
ando‚ lasciandola assorta nelle tante filippiche
che le stavano alimentando l‚odio verso chi un
tempo aveva amato.La vergogna e‚ bieca se non si
lascia afferrare da chi dovrebbe,ma il ruspante
manto della falsita‚ le fa da regina.Un‚ancella
che mai proverebbe ad avvezzare al dolore se non
quando e‚ per suo tornaconto.Ci si schiva
nell‚empio entroterra per poi
procreare,obbedendo a chi non procreo‚
affatto,lasciando i suoi liberti nelle
orgiastiche mani di un‚istituzione che si pose
nella capitale del mondo a far da padrona.


CAPITOLO QUARTO

Il braccio era guarito,ma stentava ad
articolarsi in normali movimenti.Gli occorsero
continui e giornalieri esercizi perche‚lo
potesse riutilizzare come una volta.Giacinto,che
ai dolori corporali aveva sempre opposto le
preoccupazioni della madre ,dovette partorire un
impegno senza lo sprone materno.Le persone amate
alle volte devono abbandonarci per avere quello
che si aspettano da noi.E‚ il corso naturale di
un lento fluire chiamato vita ad insegnarci la
profusione dell‚amore negli attimi di
solitudine,ma la compensa con la responsabilita‚
che fermentiamo in noi.Il contadinotto stava
crescendo di ora in ora e ne era consapevole.In
lui il passato lo rincorreva tramite i
ricordi,ma Giacinto non lasciava che fosse
travolto.L‚amico laziale era stato piu‚ di una
lezione.Giacinto lo aveva eretto a risvegliatore
della sua coscienza e mai ne avrebbe rimosso
l‚aspetto.Trascorreva i momenti dediti alla
terapia nella camera per celare le smorfie di
dolore che avvertiva,e cogitava il piano per
arrivare nella stanza del superiore per
sbirciare nei documenti ivi custoditi.Aveva dei
presentimenti che lo impegnavano in lunghe
riflessioni.Il timore dei ragazzi nei confronti
dei frati,il lunatico comportamento di frate
Giuseppe,la morte di Caronte,erano tutti indizi
che facevano supporre la falsita‚ degli uomini
vestiti col saio.Il loro modo di fare non
combaciava con la figura dell‚ecclesiastico
radicata nell‚immaginario collettivo.Aveva
sempre associato l‚uomo di chiesa al parroco del
suo paese,Don Nicola.Un uomo di fede che aveva
dedicato una vita al sacerdozio.Sin da
ragazzo,gli era stato raccontato dal padre
Vittorio,la frequentazione della chiesa gli era
sempre stata gradita,persino nelle ore dei
giochi tra coetanei.Il padre si era opposto
strenuamente a che il figlio intraprendesse la
vita monastica,ma non era riuscito a
persuaderlo.Don Nicola aveva seguito il suo
credo e rotto una catena che durava da tre
generazioni nella sua famiglia,quella che aveva
visto inanellarsi avvocati su avvocati.
Ritorno‚ nel cortile quando erano le undici
mattutine,appena in tempo per unirsi al resto
dei ragazzi per l‚ora del rosario,il primo dei
tre giornalieri.A mo‚ di soldati schierati in
campo di battaglia raggiunsero l‚ingresso della
chiesetta e si disposero nelle file di panche
genuflessi.Questa pratica sin dall‚inizio era
sembrata al ragazzo una sorta di mensile come
corrispettivo per l‚accoglimento nel
convento.Era penoso riscontare negli sguardi dei
presenti una rassegnazione e Giacinto questo non
lo sopportava.Come si puo‚ fare di un ragazzo un
cristiano se non tramite un addestramento come
questo che tribolava mentalmente?Sul lato
opposto alla panca che occupava v‚era Marco,con
le mani congiunte in segno di prostrazione al
cospetto di un fantomatico dio ebraico.Sofia
stava nella seconda panca alla destra
dell‚altare,nella stessa posizione dell‚amico
lentigginoso.Era un vociare di frasi liturgiche
a iosa della durata di una ventina di minuti,che
sembravano un‚eternita‚.Il lento stillicidio di
preghiere era solo una delle tante sferzate che
venivano infierite.Fini‚ il rito e uscirono
dalla chiesa allo stesso modo in cui vi erano
entrati.
Giacinto noto‚ che tra le facce delle prime
panche v‚era calma e accettazione deliberata del
rosario.Eppure quando era giunto in convento
quelle stesse facce gli erano sembrate alquanto
diverse!
Mancava mezz‚ora per consumare il pranzo cosi‚
si trattennero in cortile a conversare tra
loro.Rivolse la parola ad Andrea,uno in cui
aveva notato l‚accondiscendenza agli ordini e
pratiche impartite dai frati.
„Ciao Giacintoš gli fece.
„Ti ho visto in chiesa poco fašdisse
Giacinto „assorto nel ringraziamento a nostro
signoreš.Era subdolo,ma non poteva lasciare che
i dubbi lo divorassero.
„Sai,ho riscoperto la fede nel Signore Nostro
Dio in questo posto.Solo Dio ci salvera‚ e ci
aiutera‚ a redimerci.Questo l‚ho capito anche
grazie alle sante parole di frate Giuseppeš
affermo‚ Andrea.
Al che il contadinotto rispose:„Credi che
l‚operato dei frati porterą loro la diaria una
volta assurti nel regno dei cieli?š.
E l‚altro:„Ne sono certoš.
Giacinto si aspettava quella risposta.
L‚espressione conturbante dei suoi occhi
esplicitava che il conforto del frate aveva
fatto sorgere aspettative di gloria nel ragazzo
che gli stava di fronte. La sua ingenuitą lo
portava a credere di essere osservato dall‚alto
e vagliato per il suo operato in terra. Niente
di piĚ tapino di quanto era stato gią fatto in
epoca medievale dalla curia romana. Si congedė
mentendogli, accennando ad un doveroso obbligo
che doveva assolvere. Nel refettorio si sedette
di fronte a Sofia per il tempo della
consumazione del pasto e, di tanto in tanto,
cercava il suo sguardo. La ragazza, ancora
frastornata dalle parole dettegli giorni prima,
non esitė ad alzarsi andandogli incontro
spedita. Quando gli fu a tu per tu gli fece:„Ho
capito perché ti mostri saccente, lo fai per
appagare la tua solitudine. Ed io che credevo
di aver trovato un amico in te!š.
Giacinto non tentė neppure di schiudere le
labbra. Fermo, algido come una pietra granitica,
si limitė ad ascoltare.
Sofia continuė:„Ho trovato la pace che cercavo
nell‚amore divino, lo stesso che protegge la mia
famiglia. Nulla ora temo, se non te. Preferisco
non frequentarti piĚ. Se solo ti azzardi ad
avvicinarti a me lo riferirė a frate Giuseppe
cosď sarai espulsoš.
Il suo tono di voce era stato della stessa
intensitą in tutte le frasi sputate. Nel seguire
il suo portamento mentre ritornava al suo posto,
intravide frate Anselmo dietro il pilastro a
destra della mensa. Sicuramente li aveva
osservati per tutto il tempo in cui Sofia aveva
parlato. Quel frate non lo convinceva. Elegante
e cortese al suo arrivo in convento, s‚era
mutato in tutt‚altra persona. Di sicuro Sofia
aveva confabulato con il superiore dopo la
discussione dei giorni precedenti. Avrebbe
voluto tanto chiederle cosa le fosse stato
raccontato, ma non poteva contravvenire alla
minaccia fattagli. L‚altro dubbio era il motivo
per cui ancora non era stato espulso dal
convento, dato che occorreva impegnare un frate
per spiarlo. Varie furono le ragioni
giustificatrici che gli passarono per la testa,
ma la piĚ plausibile considerava la possibilitą
di rabbonirlo tramite un giro di parole. Tornė
in camera per il riposo pomeridiano prima del
rosario, e, stesosi sul letto, si rivolse dalla
parte di Marco. Con voce sommessa gli notificė
che avrebbero dovuto incontrarsi nel bagno
quella stessa notte.

Scese il buio e i due mantennero fede a quanto
deciso nel pomeriggio. Giacinto simulė la sua
presenza in uno scompartimento del bagno
rimanendovi le sue scarpe, dato che le porte
mancavano della parte bassa. Si sedette a gambe
incrociate sulla tazza del vano in cui c‚era
Marco.
Fece all‚amico:„Caronte deve essere vendicatoš.
L‚altro non aspettava che uno come il
contadinotto per sfogare la sua rabbia contro i
frati. Il tempo serba perniciosi presenti a chi
li merita, e a volte anche a chi non se li
guadagna affatto. I due ragazzi non si
aspettavano quanto sarebbe apparso di fronte ai
loro occhi e giunto alle loro orecchie di lď a
poco. Pianificarono di raggiungere l‚ufficio del
superiore non appena si fossero accertati della
sicurezza di percorrere il corridoio, il
cortile, il refettorio e il tratto fino alla
porta. Avrebbero a turno per una settimana
verificato se i frati sorvegliavano quel
tragitto nelle ore notturne. Cosď decisero e
ritornarono nei rispettivi letti a distanza di
un minuto l‚uno dall‚altro.
Il mattino dopo i due non diedero nell‚occhio e
in silenzio eseguirono gli stessi atti di tutti
gli altri ragazzi. Lo stesso nell‚arco
dell‚intero giorno, e cosď nei giorni a seguire.
Le uniche sillabe se le compitavano nel bagno la
notte per notificarsi quanto avevano visto e
udito. Giacinto continuė a scrutarsi attorno
alla ricerca di frate Anselmo e talvolta
incrociava la sua sagoma. Segno che era tenuto
ancora sotto controllo, ma dopo quattro giorni
non avvertď piĚ il suo sguardo ficcanaso. Il suo
ripetuto silenzio aveva fatto ben sperare frate
Giuseppe, il quale gli aveva tolto il suo bravo
di torno. I giorni si susseguirono e nessuno dei
due ragazzi riferiva all‚altro presenze lungo il
tragitto che avrebbero percorso. Nella notte di
sabato si accordarono che la notte della
domenica successiva avrebbero attuato quanto
progettato. La sicurezza serve ad ingannarsi. Ci
si puė crogiolare di averla fino a che non la si
compromette. Che i frati non avessero guardie
nel convento era sintomo che nessuno mai avesse
inficiato quelle trame spinate di obblighi
tessuti dagli uomini col saio. Si rischia la
medesima fustigazione a sottovalutare il
prossimo senza conoscerlo a fondo. Per questi
frati i ragazzi che ospitavano erano dei poveri
esseri animati, incapaci a vivere e pensare
senza il loro appoggio. Cadde la notte e
tesaurizzė i sogni dei dormienti, decantando le
loro oniriche visioni con un epicedio. Giacinto
e Marco, con la massima accortezza, si levarono
dal letto e a passo felpato si diressero verso
il bagno. Risoluti nel loro intento, con audacia
e raziocinio scesero le scale che li separavano
dal pianterreno. Disposti ciascuno dietro un
pilastro allungarono lo sguardo oltre la porta
d‚uscita, in fondo fino al cortile. La luce
della luna, sommessa, dava loro la possibilitą
di procedere. Fossero stati credenti, avrebbero
ritenuto di origine divina quel fioco bagliore.
Si curarono di uscire dall‚edificio senza far
sbattere la porta, e attraversarono il cortile
rasenti il muro del refettorio. Trovarono la
porta chiusa, ma lo avevano messo in preventivo.
Lo stesso per la porta dell‚ufficio di frate
Giuseppe. Marco estrasse dalla tasca destra del
pantalone un fermaglio per capelli e aprď la
porta in un batter d‚occhio. Era stato tra gli
adolescenti che formano la microcriminalitą,
luminari delle estorsioni ai coetanei ed eruditi
in furti con scasso. La qualificazione
subiettiva di un atto fraudolente non dovrebbe
riguardare la gravitą del medesimo, ma i motivi
propellenti che inducono a tali gesti, con sommo
gaudio di chi non ha dato loro manieri di gioie
e soldi perché fossero educati. Le imputazioni
di misfatti sono sempre dei salvagente, mai
degli inceneritori di spazzatura umana che
infesta ambienti salubri.
Una volta nel refettorio andarono dritti verso
la porta in fondo alla sala. La sola che li
separava dal corridoio ornato di effigi
agiografiche culminante con la porta
dell‚ufficio del caritatevole frate Giuseppe.
Marco permise all‚amico di accedervi, restando
sull‚uscio a guisa di sentinella nel caso a
qualcuno fosse venuto in mente di varcare la
porta del refettorio. Data la cecitą della
stanza, Giacinto fu costretto ad accendere la
luce, e intimė all‚amico di chiudere la porta
per non far insospettire alcuno. Il contadinotto
ricordava vagamente cosa occupava il volume di
quell‚ufficio, poiché la prima ed unica volta
che vi era entrato aveva calamitato la sua
attenzione sull‚anziano frate, disinteressandosi
dello spazio contermine. Dietro la poltrona una
piccola libreria lo attirė, ergo frugė tra i
libri nel tentativo di reperirvi qualche
documento interessante. Lapalissiano fu lo
scartabellare dei testi, ma non lasciė che il
nervosismo la vincesse su di lui. Spostė di
qualche centimetro la libreria in avanti,
casomai ci fosse stata una cassaforte dietro. Di
nuovo il tutto risultė velleitario. Ripostala al
suo posto, adiacente alla parete, tirė in avanti
l‚unico cassetto della scrivania, ma era chiuso
a chiave. Spense la luce e chiese a Marco di
aprirglielo. Richiusa la porta, dopo l‚uscita
dalla stanza dell‚amico, riaccese la luce e pose
sulla scrivania il contenuto del cassetto
profanato. Iniziė a sfogliare i documenti con
minuzia, e stavolta trovė il corpo del reato.
Con fare concitato lo lesse una seconda volta e
una terza ancora. La rubrica titolava:„CRISI DI
VOCAZIONEš, attestante l‚anno precedente a
quello in corso. Sotto v‚erano il numero dei
ragazzi nel convento e quello di chi si sperava
avrebbe intrapreso il sacerdozio. Di seguito gli
ottantadue nomi e cognomi di questi elencati in
ordine alfabetico. C‚era tra questi il suo,
quello di Sofia e di Marco. Stava per leggere la
postilla in calce al documento, quando udď dei
colpi alla porta che lo costrinsero a riporre
tutto nel cassetto. Marco,dopo averlo richiuso,
gli disse che s‚era accesa una luce nel cortile.
Richiuse la porta e di fretta, in punta di
piedi, percorsero a ritroso il corridoio fino
alla porta che li separava dal refettorio. Si
nascosero sotto i tavoli appena in tempo perché
non fossero avvistati da un frate che era appena
entrato. Dietro di lui v‚era un bambino. Si
spense la luce nel cortile,cosď la luna impedď
che l‚oscuritą s‚impadronisse del mondo ad essa
sottostante. Il frate afferrė il bambino per il
polso e lo collocė alla sua sinistra dietro la
parete attigua all‚ingresso. Intanto un‚altra
sagoma avanzava a piccoli passi dal cortile,
quindi raggiunse i due. Marco e Giacinto non
potettero riconoscere chi fossero, ma non appena
aprirono bocca le loro identitą si rilevarono.
Si trattava di frate Anselmo e frate Daniele. Il
bambino invece stette immobile e non pronunciė
alcunché.
Frate Anselmo disse:„Piccolo pargolo, tu sai
bene come la tua vita sia cambiata dal momento
che fosti accolto in questo convento. Abbiamo
rintracciato i tuoi genitori il mese scorso per
rassicurarli sulle tue condizioni di salute, e
non sai con che gioia tua madre ha ringraziato
il superioreš.
Il bambino silente ascoltava queste frasi.
Quindi frate Daniele sibilė:„Il Signore Nostro
Dio volle che tutti fossimo riconoscenti nei
Suoi confronti. Tu ora ti abbandonerai alle
nostre carezze perché cosď Ź scritto nelle sacre
scritture. Mancare di rispetto ai comandamenti
da Lui impartiti significherebbe peccareš.
Poi gli spiegė la valenza dei gesti che lui e
l‚altro frate avrebbero compiuto al suo
corpicino innocente. Un raggiro di parole per
turlupinarlo artatamente, prendendo in prestito
le abluzioni di una filosofia religiosa
concorrente e adulterandole.
Frate Anselmo esclamė:„Lascia che prepariamo le
tue membra per il Signore Nostro Dio, cosď come
Ź stato fatto con tutti i ragazzi qui presenti.
Non opporre il tuo timoreš.
Nascosti dietro le panche carponi, Marco e
Giacinto ascoltavano quanto era detto. Le voci
dei frati erano sommesse, ma non cosď basse da
rendere impossibile ai due di origliare.
Giacinto aveva rivolto lo sguardo all‚amico,
dopo l‚ultima frase di frate Anselmo con le
pupille fisse e le sopracciglia elevate.
Sgomento gli aveva creato quella mefistofelica
situazione. Marco con il palmo della mano gli
intimė di non farsi venire alcuna idea e gli
impetrė di restare in quella posizione finché i
tre non se ne fossero andati, qualunque cosa
avessero fatto. Giacinto lo rassicurė che non si
sarebbe mosso. Sebbene fosse stato esiguo il
periodo che aveva trascorso in quel convento era
stato bastevole per accorgersi che non erano
lesinate le punizioni a chi non avesse
rispettato le regole. Caronte era stato solo una
delle vittime, chissą quante prima di lui erano
state sodomizzate e relegate nel sentiero delle
smarrite vie. ť sconcertante acclarare come i
fatti mutino le cause ad essi connesse per
volontą di pochi. Il corso di quel tempo era
stato esteso per pura contingenza dei due
ragazzi, ed ora i dubbi sul da farsi li
assillavano. I frati intanto s‚erano disposti
l‚uno di fronte al ragazzo, l‚altro dietro. Gli
si tolse la maglietta, mentre frate Daniele alle
spalle sbottonė il pantalone per poi abbassarlo
fino all‚altezza delle ginocchia. Il bambino
accondiscendeva ai gesti dei frati per la paura
di peccare. Nell‚immaginazione febbrile
adolescenziale le cose si ingigantiscono a
dismisura per poi ridursi alla loro reale
grandezza con la maturitą che gli anni a venire
concedono di solito. Persino un‚apostata abiura
il suo credo in etą adulta, mai prima del
raggiungimento della consapevolezza
dell‚arbitrio umano. ť la legge naturale delle
generazioni antropologiche, le quali si
susseguono come firmamenti di versi vergati da
un poeta riflessivo e sfuggente. Questo scinde
i molti da chi le gesta le racconta, non per il
gusto di narrarle, ma perché Ź l‚unica cosa che
Ź capace di fare. Il bambino fu privato anche
delle sue mutandine. I due frati iniziarono a
centellinarlo con aviditą, a trastullargli le
parti intime,ad abusare di quell‚essere
innocente come uno stelo d‚erba pestato da un
gregge di pecore. La sagoma alle sue spalle
carezzava i canditi glutei con il palmo della
mano destra, sfogliando la chioma bruna con
l‚altro palmo. Frate Anselmo sviscerava
ripetutamente il piccolo glande, mentre il pene
stentava ad ergersi. Dietro le panche i due
ragazzi mirarono i caritatevoli gesti dei due
ecclesiastici e la sconcertante immobilitą del
bambino. Non potevano intervenire. Erano ormai
passati due lustri da quando quel convento aveva
iniziato a profondere amore nei confronti dei
diseredati, e nessuno aveva minimamente
sospettato di quel che realmente accadeva. I
frati, stolti nelle loro intenzioni,erano
succubi di voluttuositą a cui il loro corpo li
conduceva. Osservare quella scena comportava
riempire la gerla di nuove veritą, facendo
tracimare le preesistenti credenze. Il valore
divino del messaggio biblico fu alienato quella
notte agli occhi dei due ragazzi da chi si era
vestito col saio, promettendo fedeltą e castitą
al Trino.
Marco tastė il fianco destro di Giacinto per
convincersi di nuovo che non avrebbe preso
alcuna iniziativa. Era connivenza la loro, la
piĚ meschina partecipazione ad un atto illecito,
ma dovevano essere rei per prudenza. Le
motivazioni scagionano solo chi le partorisce, e
non anche chi le ascolta. Quando sembrava che la
scena si sarebbe protratta allo stesso modo in
cui era iniziata, si sentď il ragazzo ansimare
con la sua vocina acuta. I frati gli
rinfacciarono l‚ipotesi di peccato e lo misero a
tacere. La potenza del carismatico plagio
dell‚istituzione cristiana per secoli aveva
mietuto vittime. E avrebbe proseguito sulla
falsariga degli anni precedenti per altrettanto
tempo.
Frate Daniele prese la sinistra del bambino e,
divaricatosi le gambe, la fece salire lentamente
fino all‚altezza del pube. Il saio si sollevava
man mano che il braccio puerile saliva le cosce.
Si fece toccare e lo toccė, ma non ci fu mutuo
piacere. Il sopruso durava da una decina di
minuti, i frati non davano segno di appagamento
totale. Lo si capiva dai diversi movimenti degli
arti che costringevano a tenere al bambino.
Intanto frate Daniele aveva appoggiato il suo
prepuzio sull‚orifizio anale altrui e
masturbandosi gli inumidď i glutei. La
penetrazione sarebbe stata difficile ed anche i
gemiti di dolore non gli avrebbe potuto sedare
con la minaccia della pena celeste. Immaginarsi
un fanciullo privato del candore, della libertą
di giocare senza ripensare alle angherie subite,
non puė far porgere l‚altra guancia a chi lo
denudė e mutė il corso dei suoi anni a venire.
Quando anche frate Anselmo eiaculė tra le
braccia infantili, il gioco fu archiviato e gli
abissali richiami sopiti. Il bambino utilizzė il
fazzoletto per pulirsi e se lo ripose in tasca,
ergo i tre uscirono dal refettorio e sparirono
oltre il cortile. Marco ed il contadinotto
emersero da dietro le panche e con abile
destrezza ritornarono nei loro letti in
camerata. Le ore che li separavano dall‚alba le
avrebbero impegnate a rimuginare quanto appreso
quella notte. Giacinto non ebbe il tempo di
informare l‚amico del contenuto del documento
rinvenuto nell‚ufficio di frate Giuseppe, gliene
avrebbe parlato in mattinata in cortile, prima
di pranzo. Marco era stato fedele al piano
progettato, non aveva mai esitato a
parteciparvi. Il contadinotto non aveva osato
chiedergli il motivo di tanto odio nei confronti
dei frati,ma non dubitė mai delle sue
intenzioni. Di sicuro gli era stato fatto
qualcosa o qualche suo amico aveva fatto da
cavia per le esemplari punizioni. Frate Giuseppe
riusciva ad accaparrarsi le simpatie dei
ragazzi, prima o poi, e godeva di un‚ottima
stima in tutto il territorio nazionale, ignaro
che le carte fossero state scoperte. Era
presente in convento tre giorni a settimana, di
solito nei giorni dispari, delegando il comando
a frate Anselmo in sua assenza. Le veci possono
compromettere il rappresentato se chi le fa Ź di
indole diversa da chi gliele concede. Costui
aveva accolto Giacinto ed il suo cane con grazia
ed eleganza, ma un attimo dopo aveva svelato il
suo carattere imperioso. Il suo unico referente
era il superiore, ergo trattava gli altri frati
come sottoposti. Solo frate Giovanni non gli
rinfacciava ghigni quando gli si mancava di
riverenza. Giacinto si era convinto della sua
buona fede dal primo momento che l‚aveva
incrociato. Era oltre i trentacinque anni, con
pochi capelli, zigomi sporgenti e barba
semicanuta, un perticone che superava i
centottantacinque centimetri. L‚unico frate
amichevole. Numerevoli volte si era associato ai
ragazzi in cortile ed aveva intavolato
discussioni con loro, sempre che non fossero
emersi tabĚ. Il suo era il punto di vista di uno
schietto giovanotto aperto, ma limitato nella
landa dell‚esperienza umana. Aveva frequentato i
luoghi sacri sin da ragazzo e aveva studiato
presso i frati benedettini, per poi
intraprendere il seminario e vestire il saio. La
vocazione ti restringe il raggio di azione aduso
ai movimenti pratici, ma ti spalanca le finestre
soleggiate dall‚amore divino, quasi gli veniva
voglia di compatirlo. Dopo questi baluginii
temporanei, il rampollo si perse nel sonno
profondo.

CAPITOLO QUINTO

Il lunedď mattina, alla solita ora, rintoccė la
campana. Si alzarono i due senza menzionare i
fatti della notte. Dopo il lavaggio corporale si
diressero verso il refettorio per la prima
colazione. Il tragitto non era piĚ lo stesso ai
loro occhi, quasi avanzavano scuotendo il capo
a destra e sinistra per accertarsi che non vi
fosse alcuna sgradita presenza. Non erano
diventati pazzi. La stanchezza li abbatteva, i
riflessi li avevano appannati e serbavano ancora
il timore di stare in procinto di essere colti
in fallo. Non potevano concedersi il lusso di
mostrarsi stanchi, avrebbero insospettito i
frati e i ragazzi in combutta con loro. Tra la
marmaglia, Giacinto intravide la schiena di
Sofia procedere in testa al gruppo. La
tentazione di accostarla l‚aveva, ma il
raziocinio gli raccomandė di esimersi dal farlo.
La settimana precedente aveva fatto mutare
l‚opinione dei frati sulla sua persona, e non
intendeva rimettersi addosso lo sguardo di frate
Anselmo. Si chiedeva se l‚iscrizione del suo
nome nella lista fosse avvenuta nel corso di
quella settimana o se era gią stata fatta al suo
arrivo. Fu la morte di Caronte a farlo
parteggiare per la seconda delle due possibili
ipotesi; il suo cane ostacolava la sua
attenzione dall‚unico essere a cui doveva
prestarla, il Signore Nostro Dio. Era erudito in
campo teologico per un‚ora al giorno prima della
cena. Costretto a memorizzare passi di bibbia e
inni di lode, formalmente era divenuto un buon
soldato cristiano. L‚addestramento dą i suoi
frutti se a seminare vi provvedono fertili
agricoltori, ma i frati del luogo poca fede
dovevano avere. I loro meccanismi di crescita
intellettuale dei ragazzi avrebbero dovuto
fungere da tampone ad una mancanza di fedeli
casti. Giacinto maturė l‚idea che la crisi di
vocazione fosse coeva alla consapevolezza, da
parte degli uomini, di poter predicare senza
abdicare alla propria virile indole. Da
rimpiangere era solo il tempo occorso per
capirlo, nient‚altro. S‚era persuaso che la
castitą fosse contro madre natura, la quale ci
fornď organi genitali. Avrebbe volentieri posto
un quesito ai frati e suore su un alternativo
utilizzo degli stessi, ma era certo che risposte
non avrebbe avuto. ť paradossale l‚idea che
qualcuno possa ammettere di disobbedire alla
prescrizione biblica, la quale ammonisce di
occupare il globo terrestre tramite la
moltiplicazione degli esseri umani. L‚uomo
pagano propose l‚uso dei genitali per fare
incetta di piacere, avulso da qualsiasi intento
procreativo, eppure i pargoli non stentarono a
nascere. Per il derviscio rustico i pagani
operavano per convenienza, allo stesso modo di
chi genera per non estinguersi, entrambi
accomunati dalla reitą di perpetrare la certezza
di morti sicure ad ogni nascituro. La faccia
oscura del genitore∑∑.
Varcarono la soglia per accedere nella mensa e
contemporaneamente i loro sguardi si
concentrarono sulla parete a destra, lo stesso
luogo in cui nella notte s‚era riesumata
l‚oscura voluttuositą di frati indemoniati.
Marco gli era dietro, ma non si accorse neppure
di Giacinto. Era rimasto sgomento dopo
l‚accaduto e sfoggiava rabbia per non aver
potuto osteggiare la malattia dei frati. Tra i
bambini che sciamavano nel refettorio non ve
n‚era alcuno che avesse potuto far capir loro di
essere stato la vittima nelle ore piccole della
domenica precedente. I frati erano stati scaltri
a fargli credere che il silenzio e la passivitą
erano elogiati dal Redentore.
Il trambusto non lo coinvolse, con apatia andė a
sedersi alla stessa panca dietro cui s‚erano
trincerati poche ore prima, mentre Marco occupė
una panca al centro del refettorio. Frate
Daniele se ne stava impalato vicino alla porta
d‚ingresso a mani congiunte. Consumata la
colazione, dovettero recitare il santissimo
rosario. Conclusa la pratica, finalmente si
ritrovarono in cortile. Marco doveva essere
informato assolutamente della scoperta avvenuta
nell‚ufficio del superiore. Giacinto lo vide
all‚ombra sotto l‚albero e mosse i passi nella
sua direzione.
Avvicinatolo gli disse:„Stai calmo e facciamo
finta di cianciare. Nessuno deve insospettirsiš.
L‚amico annuď e si sedette a gambe incrociate
invitando l‚altro a fare lo stesso, poi
chiese:„Cosa hai intenzione di fare ora?š.
„Quello che abbiamo visto nel refettorio non Ź
tuttoš gli rispose.
„A cosa ti riferisci?š.
„Ricordi che ho sfogliato il contenuto dei
documenti del cassetto della scrivania del
superiore? Ho trovato un foglio su cui erano
annotati vari nomi, tra i quali figurava il tuoš
fece Giacinto.
Al che l‚altro disse:„Di che si tratta?š.
„Il convento Ź stato aperto per uno scopo ben
preciso. Si cerca di plagiare i ragazzi ospitati
per far fronte alla crisi di vocazione degli
ultimi anni. I nostri nomi erano tra i possibili
seminaristiš.
Marco, con stupore, non riusciva a credere alle
sue orecchie. Le novitą esacerbavano gli animi
distolti dalla repentina sagacia
nell‚afferrarle. Quel martirio da anni andava
avanti, e solo adesso i sai erano stati smessi a
falsi cristiani per opera dei due giovani
ragazzi, mossisi per commemorare con la vendetta
il ricordo del pastore tedesco. Inoltre erano
venuti a conoscenza dell‚esistenza di pedofili
tra coloro che avrebbero dovuto proteggere gli
infanti inermi, di per sé gią stremati in quanto
privi dell‚usbergo materno. Che addolora quando
manca.
Il vento leggermente sfiorava le cime
dell‚albero che li sovrastava, le ombre dei rami
disegnate a terra ondeggiavano in sincronia con
questi ultimi, i due ragazzi accovacciati sul
prato del cortile, l‚uno speculare all‚altro, si
ponevano domande a vicenda. I sospiri dei loro
corpi si mescolavano al leggero venticello,
senza stuccare. Un sinolo ineffabile con madre
natura che trascendeva le mura del convento, al
di sopra della cima dell‚albero, quindi si
librava nell‚atmosfera circostante il ceruleo
soffitto.
Marco spezzė il silenzio:„E‚ ignobile il modo di
comportarsi di questi frati. Ed io che ritenevo
la loro severitą solo uno strumento teleologico
per ammansirci! Sono stato davvero ingenuoš.
L‚amico lo rassicurė che erano stati troppo
furbi perché si potesse scoprire la loro meta.
L‚accoglimento caloroso, la cordiale faccia del
superiore connessa al suo profondo benvenuto,
erano tresche in cui chiunque sarebbe caduto,
allo stesso modo in cui era successo a loro.
Poi aggiunse:„ Di sicuro non dobbiamo parlarne
con alcun frate. Avessimo visto solo frate
Anselmo e Daniele avrei anche optato per un
colloquio con il superiore, ma il documento
ritrovato ci induce ad agire come ho appena
detto. Lo ritengo a conoscenza anche della
pedofilia, se lo vuoi proprio sapereš.
Allora Marco:„E perché mai non fa cessare gli
abusi?š.
„Non lo so, forse perché teme che potrebbe
perdere l‚appoggio dei frati nel raggiungimento
dello scopo che ha edificato l‚intera baraccaš
ipotizzė il derviscio.
„Io dico che qui c‚Ź qualcosa che investe
autoritą superiori a frate Giuseppe. Un uomo
solo non puė lanciarsi a capofitto in questo
raggiro per rimediare alla carenza di
seminaristi. Se riusciamo a farlo sapere
scoppierą uno scandalo enorme, che coinvolgerą
le fondamenta dell‚istituzioneš affermė Marco.
Giacinto con una smorfia di sorriso fissė le
pupille del suo interlocutore e lo invitė a
decampare dalle sue bramosie. Anch‚egli si era
convinto che qualcuno avesse impartito al
superiore il compito di addestrare giovani, ma
che avrebbe potuto provocare scosse telluriche
alla curia romana era un sogno. Che per secoli
singoli individui, definiti eretici, apostati,
miscredenti, avevano tentato di realizzare senza
riuscire neppure a salvare la propria pelle.
Quante le tribolazioni inferte, quante le prove
addotte per sciorinare al mondo la purezza della
Chiesa, quanti i martiri immolatisi sul patibolo
della scienza, che capitola di fronte all‚immane
potenza vicaria di Dio in terra.
Giacinto non avrebbe mai aggiunto il suo nome
alla sequela di sobillatori del passato. Era
solo un ragazzo, ma le lezioni le apprendeva con
la stessa velocitą con cui coglieva le novitą
dal vissuto. Il padre Vittorio negli anni aveva
cresciuto un uomo, piĚ che un adolescente, e non
lo avrebbe condiviso per come aveva deciso di
consumarsi l‚esistenza. La fulgida apparizione
del samana laziale era stata la baionetta da cui
era scappato; mai sarebbe ritornato sui suoi
passi se non ce ne fosse stata necessitą. Le
circoscritte vie dei paesi sono abitabili fino a
quando non ti viene a mancare l‚aria. Capiva
l‚inutilitą di quel posto ogniqualvolta
allungasse il suo sguardo oltre le mura
monastiche.
„Lasciami qualche giorno per riflettere, e
troverė una soluzioneš fece al lentigginoso
volto di fronte.
Quindi si alzarono e cambiarono discorso,
aumentando il tono della voce di quel tanto che
bastava a che fossero ascoltati.
Intanto frate Giovanni poco distante scherzava
con tre ragazzi; Giacinto congedė Marco e si unď
al gruppetto. Aveva intenzione di stuzzicare
l‚ecclesiastico su alcuni punti. Il frate aveva
l‚abitudine di accentuare le parole che
pronunciava sulla penultima sillaba, quasi a
sottolinearne l‚importanza e renderle piĚ
misteriose circa l‚accezione che ad esse si
poteva connettere. Alle volte la sua precisione
suscitava ilaritą, ma ormai nessuno ci faceva
piĚ caso. La sua simpatia lo aveva fatto entrare
nelle grazie dei ragazzi, e ci sarebbe rimasto
se non fosse cambiato.
Quando si accorse della presenza di Giacinto lo
invitė a partecipare attivamente. Si
chiacchierava sui progetti futuri di ognuno di
loro, delle aspirazioni, ma non un cenno era
fatto agli impedimenti che avevano tarpato loro
le ali. Il convento, pur nella sua monotonia e
ristrettezza, era stato lo scoglio a cui si
erano ancorati quanti naufragavano nella societą
civile. Il contadinotto associava le figure dei
coetanei agli animali, che si lambiccano il
cervello per trovare il modo di rifocillarsi.
Poi se ne pentiva e se la prendeva con se stesso
per non aver saputo comprendere gli affanni
altrui. Le interminabili ore dedite alle
riflessioni si sommavano ai lunghi monologhi che
soleva imbastire. Lo faceva sin da quando gli
era morto il padre. Gli era mancata la persona
con cui interloquiva durante il giorno, ma non
poteva sostituirla con un alter ego.
„Anche voi giocavate alla nostra stessa maniera
alla nostra etą?š chiese Giacinto al frate,
avendo gią bene in mente quali domande avrebbero
seguito quella appena posta.
Il frate non gli negė di non essere stato in
passato un compagnone a causa della sua
timidezza, ma che le volte in cui partecipava ai
ludi con i suoi amici praticava gli stessi
passatempi.
„Pensate se qualcuno vi avesse rovinato il
divertimento, la vostra infanzia non sarebbe
stata la stessa. Non credete?š lo fustigė
Giacinto.
Il frate mutė l‚espressione facciale
togliendosi il sorriso stampato sul volto. Gli
altri ragazzi smisero di rumoreggiare e tacquero
in attesa di una risposta del frate che non
tardė.
Rivoltosi al ragazzo, con tono secco e senza
rinunciare al suo tic logopatico, gli
disse:„Nessuno puė rubare l‚infanzia altrui. Mi
sono prodigato a che ognuno di voi avesse una
vita normale e non permetterei mai che alcuno si
azzardasse a farlo. Almeno fino a che starete
nel conventoš. Il suo viso accentuė le sporgenze
degli zigomi, mentre le sue braccia cessarono di
dimenarsi come tentacoli di un arconte.
Giacinto era riuscito a scoprire la natura
dell‚interlocutore. Prima aveva affermato che
mai avrebbe permesso soprusi a scapito dei
ragazzi, poi aveva posto come condizione della
sua protezione la presenza nel convento. Di
sicuro era coinvolto come gli altri frati, anche
se non sembrava essere un pedofilo. Avrebbe
voluto chiedergli se fosse a conoscenza della
perversione dei suoi colleghi, ma non poteva.
Questo era l‚ennesimo filo spinato che demarcava
il volere dal potere.
Fece per andarsene, quando il frate chiese:„C‚Ź
qualcosa che non va?š.
E lui:„No, Ź che mi mancano i miei cariš.
Pronunciė la frase molto lentamente, suscitando
compassione. Il frate allora lo rassicurė che
non avrebbe dovuto temere alcunché.
Frastornato dal clamore ed estenuato per non
aver dormito,si diresse nuovamente sotto l‚ombra
dell‚albero,a pochi metri.Marco s‚era appoggiato
al fusto con la schiena,avendo le gambe stese in
avanti.Giacinto lo affianco‚ accasciandosi al
suolo.Non una parola fuoriusci‚ da entrambe le
bocche.Si scambiavano sguardi alternati a
chiusure di palpebre talvolta
sincrone.Meditavano come santoni pensando che
occorresse fare una mossa successiva.Consci di
aver scardinato gli intrecci di vimini dei
frati,erano assaliti dalla fretta di liberarsi
da quelle conoscenze grevi.
Frate Giovanni si stava inoltrando nel
refettorio nell‚attimo in cui stava uscendo
Frate Daniele.Tutto sotto l‚occhio acuto di
Giacinto,che presunse di essersi fatto
scoprire,ma i due si limitarono ad una scambio
di saluto con un mero cenno del capo.La domanda
rivolta a frate Giovanni sembrava che l‚avesse
lasciato passivo o quantomeno era riuscito a
giustificarla accennando alla nostalgia dei
genitori.D‚ora in avanti non avrebbe piu‚
tentato mosse azzardate,non gli conveniva.


I giorni seguenti videro il contadinotto e il
suo amico avere lo stesso comportamento della
settimana appena trascorsa.Rispettosi delle
regole interne del convento,vellicavano frate
Giuseppe a fare affidamento su di loro per la
realizzazione del suo scopo.Il teatro s‚era
implementato,le parti dei buoni le recitavano
anche i due ragazzi calatisi nella scena
inaspettatamente,ma che gli era divenuta
familiare in poco tempo.Le agnizioni dei
colleghi non erano piu‚ dovute a controlli sul
posto,i loro simulacri costituivano parte
integrante dell‚allestimento scenografico.Dopo
tanti ripensamenti,finalmente aveva deciso cosa
fare.Gli ci erano voluti quattro giorni di
lunghe riflessioni.Aveva sfruttato le ore
notturne per valutare i pro e i contro delle
possibili soluzioni,ma non aveva mai esitato ad
abbandonare il convento per divulgare i segreti
che serbava,insieme all‚amico Marco.Dopo averlo
riferito a costui, attendeva impaziente che
arrivasse la domenica, le cui ore notturne
l‚avrebbero visto protagonista della sua fuga
dal posto. Aveva raccomandato all‚amico di
tenere la bocca chiusa fino al suo ritorno o
quanto meno fino a che non fosse riuscito a
riverberare il dolo dei frati. Dopotutto non gli
conveniva prendere singole iniziative, rischiava
di essere severamente punito. Marco convenne con
l‚amico su quanto aveva stabilito e promise di
tenere gli occhi ben aperti. Scegliere un altro
giorno per fuggire richiedeva la certezza
dell‚assenza dei frati, come nelle tenebre
domenicali. Perdere altro tempo a sindacare i
loro movimenti gli sembrava rischioso e non
poteva permettersi il lusso di farlo. Cosď aveva
deciso e non ritornė sull‚argomento per un
ulteriore emendamento. Quando giunse la notte
tanto attesa, aveva gią preparato il sacco in
cui aveva riposto le sue parve cose e con crasso
entusiasmo scese le scale fino all‚atrio
sottostante. Una volta fuori si diresse verso il
muro e con abile destrezza lo superė.
Diversamente dal modo in cui aveva raggiunto il
posto, ritenne l‚autostop smodatamente
aleatorio. Non poteva permettersi passi falsi,
tutto doveva filare liscio come l‚olio. Inoltre
l‚assenza di Caronte gli dava maggiore libertą.
Raggiunse a piedi la piĚ vicina fermata dei
mezzi pubblici e pose le suole sul predellino
del primo autobus che si fermė. Si munď di
biglietto a bordo e percorse via De Pretis, per
poi scendere alla stazione centrale. Ivi si
diresse all‚ufficio informazioni per chiedere
gli orari dei bus diretti al suo paese. La
stazione era vuota, eccezion fatta per gli
impiegati che vi lavoravano. L‚aria che si
respirava gli arrivava giĚ nei polmoni dopo aver
fatto degustare alle sue narici i gas esalanti
del gasolio. Fu l‚unico motivo per cui il
contadinotto sarebbe stato disposto a ritornare
in convento. Si sedette su una panca della sala
d‚ aspetto, alla vista degli impiegati. Gli
conveniva restarsene al sicuro fino alla
partenza del bus e non addentrarsi nella fitta
oscuritą del piazzale in cui sostavano i mezzi.
Uno era appena arrivato, l‚autista si accingeva
a compiere le manovre necessarie per metterlo
nelle apposite strisce. Sbirciė nel sacco con la
punta dell‚occhio e tirė fuori con la destra una
punta con cui si coprď la schiena. L‚aria era
gelida e si avvertiva il freddo sulla pelle. Le
mani avevano assunto un colorito cremiso e i
piedi li scuoteva per far circolare il sangue.
Un termosifone alquanto danneggiato tossiva a
pochi metri alla sua sinistra, dietro lo
sportello ove era seduto l‚impiegato. Due
persone, una coppia di quarantenni, celermente
stavano raggiungendo la biglietteria. Avrebbe
voluto che il sonno lo avvolgesse,che la fatica
lo manomettesse, che fosse solo un incubo quello
che gli stava accadendo. Era partito dalla casa
natale con progetti diversi, il mondo era pronto
ad accoglierlo. Ora si trovava in una squallida
e deserta sala d‚ attesa, pronto a far ritorno
al paese di origine con una reproba veritą.
Attese quaranta minuti l‚arrivo del suo bus,
quando lo vide fermo nel piazzale si alzė e,
ripreso il sacco, vi salď a bordo. Altre quattro
persone sarebbero state suoi compagni di
viaggio, ma con nessuno si perse in chiacchiere.
Ne approfittė per riposarsi. Scese appena fuori
dal casello autostradale e s‚incamminė verso il
paese a piedi. Erano ormai le quattro e nel giro
di una mezz‚ora sarebbe stato ancora nella sua
vecchia casa. Abbreviė il tragitto inerpicandosi
per scoscese valli, infangandosi. Tanta era la
voglia di rimettere piede al sicuro, lontano dal
posto frequentato, che non badava al logorio a
cui stava sottoponendo i suoi cenci e le sue
membra. Intravide il campanile della chiesa
dalla cima di una collina ed intorno le case dei
suoi compaesani. Accelerė il passo,
trascinandosi il sacco sulle spalle. Giunse
nelle vie comunali silenziose che erano quasi le
cinque del mattino; solo qualche cane, tenuto
alla gogna, lo avvistė e gli abbaiė contro.
Proseguď fino alla casa e prese la chiave al
solito posto. Una volta dentro, si sbarazzė del
sacco e filė dritto nel letto.


CAPITOLO
SESTO

Aprď gli occhi in pieno pomeriggio,s‚era
concesso un lungo riposo.Erano le sedici
pomeridiane.Preferi‚ poltrire qualche istante,ma
lo infastidivano i dardi solari che penetravano
nella stanza oltre la persiana.La foto della
madre Sofia s‚era impolverita lungo la
cornice,le lenzuola infangate dai suoi vestiti
s‚erano raggrinzite in alcune parti e gli
creavano prurito.Resto‚ a fissare la madre
prospiciente il suo volto,gli pareva Monna
Lisa.Il suo sorriso sembrava ostentare un sommo
rammarico;il figlio se ne dispiacque e trattenne
le lacrime.Non si capacitava che la madre
potesse disapprovare l‚interessamento che aveva
dedicato alla faccenda dei frati.
Balzo‚ dal letto e si reco‚ dritto verso il
lavabo per ripulirsi.La barba non gli era ancora
cresciuta,nonostante mancassero solo pochi mesi
al compimento del diciottesimo anno di
eta‚,ragion per cui si godeva le gioie di un
glabro.Scese al pianterreno e apri‚ le persiane
per far uscire l‚aria viziata.Ergo usci‚ dalla
casa riponendo la chiave sul davanzale della
finestra dietro la pianta e s‚incammino‚ verso
la chiesa,da don Nicola.Avrebbe raccontato a lui
ogni cosa,la sua saggezza lo rassicurava.Il
prete lo conosceva si da quando la madre Sofia
lo portava in chiesa ancora in grembo.Con il
passare degli anni era diventata sempre piu‚
rara la sua partecipazione ai riti liturgici,ma
mai aveva mancato di rispetto al parroco.La fede
che nutriva traspariva dalle omelie tenute nel
corso delle messe e dall‚enfatico tono con cui
decantava gli osanna.Aveva battezzato tre
generazioni nella sua lunga missione,gran parte
degli adulti ancora gli porgevano i loro omaggi
per aver saputo educare un intero paese a che la
cupidigia non distruggesse i valori sacri della
famiglia.
La prima compaesana in cui s‚imbatte‚ fu donna
Giovanna,la moglie del fabbro.Le diede la
buonasera e prosegui‚.Allo stesso modo liquido‚
chiunque lo saluto‚.Le sue credenziali non erano
delle migliori secondo il giudizio del paese,e
la fabbrica paterna non lo avrebbe piu‚ tutelato
dalle grinfie di quanti per anni vi avevano
lavorato,talvolta in condizioni
disumane.Raggiunto il portone della sacrestia a
destra della chiesa,vide Michele che piegava gli
abiti liturgici,curandosi di non farli
stropicciare.
Era sacrestano da sette anni,da quando le
condizioni precarie dell‚anziana madre gli
avevano aperto le porte della fede.Non che fosse
un miscredente,ma prima della convalescenza di
donna Laura bazzicava il pavimento ecclesiastico
nei soli giorni delle festivita‚.Don Nicola era
stato piu‚ di un padre per lui,e lo aveva
aiutato a superare il trauma della morte della
madre.Che aveva raggiunto il marito dopo tre
anni dalla sua scomparsa.
Con educazione batte‚ tre piccoli colpi sul
marcito legno e Michele si volto‚.
„Giacinto,sei tornato?š gli chiese con
meraviglia.
„Si.Ti ho visto intento ad occuparti di quegli
abiti e ho pensato di salutartiš gli rispose.
„Sono anni che lo faccio,ma e‚ sempre come la
prima volta.La noia subentra alla prolissita‚
opprimente.E questo non e‚ il mio casoš.
„Volevo sapere se don Nicola e‚ in chiesa.Ho
urgente necessita‚ di vederloš.Lo affermo‚ con
tono secco e deciso,al punto che il sacrestano
s‚incuriosi‚.
„Si tratta di una faccenda importante suppongoš
fece Michele.
Giacinto,smorzando il tono:„No,e‚ solo una
preoccupazione mia.Niente di particolarmente
interessanteš.
„Purtroppo non e‚ in chiesa.E‚ andato a Frugino
per officiare una messa funebre.Sara‚ di ritorno
per ora di cena.Ti conviene ripassare domaniš.
Il contadinotto lo ringrazio‚
dell‚informazione,ascoltando il suo monito.Don
Nicola esercitava il sacerdozio anche nella
parrocchia di Frugino,un paese limitrofo di
tremila abitanti.Raccontava spesso in paese di
come venti kilometri di distanza separavano due
cittadine totalmente diverse.Suscitava riso in
chi lo ascoltava lamentarsi di come,nei primi
tempi,avesse trovato difficolta‚ a comprendere
il dialetto locale,provvisto di termini radicati
nella tradizione di quella gente e dei rimedi a
cui aveva dovuto ricorrere per afferrare il
significato di quanto gli dicevano.Talvolta
chiedeva se gli potevano dare la traduzione in
italiano,altre volte non interrompeva i suoi
interlocutori riservandosi l‚onere di farsi
svelare i significati dal sacrestano del
luogo.Ma in quest‚ultimo caso peccava,fingendo
di comprendere.Un‚eccezione che il buon Dio gli
avrebbe concesso,era solito ripetere.
Al ritorno alla casa trovo‚ lo zio ad
aspettarlo,con la moglie Flora,la quale gli
aveva portato un cesto ricco di leccornie
caserecce e aveva spolverato le varie stanze
durante la sua assenza.Dopo essersi scambiati i
convenevoli,la coppia chiese a Giacinto dove era
stato,mostrandosi gai del suo ritorno.Il ragazzo
non accenno‚ al convento e si invento‚ una
storia nel momento in cui la raccontava.Accenno‚
alla citta‚ di Roma e agli interinali lavori che
aveva svolto per pagarsi vitto e alloggio in una
pensione con vista sul Tevere.Addirittura,per
rendere la sua novella credibile,mostro‚ alcune
macchie sulla sua schiena,procuratesi quando
aveva salito alcune collinette per raggiungere
il paese,additando che fossero state causate
dalle punture delle zanzare.Era capace di
mentire con facilita‚,di raggirare senza
scrupoli chi decideva lui.I due lo
compatirono,assicurandosi che si sarebbero tolte
in pochi giorni con i miracoli di un infuso
preparato secondo i crismi di una vecchia
ricetta.La saggezza degli anziani s‚era
sostituita sovente ai dottorati in
medicina,senza lasciare amarezza in quanti ne
erano stati beneficiati.
Lo zio Lucio aveva qualcosa di importante da
dirgli,ma non sapeva come iniziare.L‚argomento
avrebbe toccato il nipote profondamente,e forse
avrebbe fomentato odio nei suoi confronti.Quindi
rivoltosi alla moglie Flora le chiese se poteva
discutere in privato con Giacinto.Lei non esito‚
a togliere il disturbo,gia‚ sapeva di cosa il
marito avrebbe parlato.Si rispiarmo‚ il suo
piagnisteo e il biasimo del derviscio.
„Voglio che tu sappia quanto dispiacere ho
provato,e tutt‚ora provo,per cio‚ che e‚
successoš inizio‚.
„A cosa ti riferisci?š di colpo
Giacinto,facendosi passare per la mente
innumerevoli presunzioni di eventi tragici.
„Tu mi desti in gestione la fabbrica che tuo
padre per anni aveva portato avanti,dilapidando
sudore.Ebbene,e‚ andato tutto perduto!š.
„Cosa diavolo stai dicendo zio?š domando‚
Giacinto,inasprendo il tono gutturale.
Al che l‚altro proruppe:„E‚ fallitaš.
„Cosa? Come e‚ successo?š alzo‚ la voce,che
risuono‚ per le stanze della casa.
„Sono stato un incosciente a ritenere possibile
un arricchimento in tempi brevi.Ascoltami
attentamenteš.
„Ascoltarti! Dovrei pure ascoltarti! E no caro
zio. Hai gią asserito la tua colpevolezza.
Questo basta a farmi pentire di averti assegnato
quel ruološ lo interruppe Giacinto, con i nervi
tesi e le vene gonfie lungo il collo.
La discussione sembrava essersi interrotta,
quando lo zio non accettė la irriverenza del
ragazzo. Con forza lo afferrė per le spalle e lo
incollė alla sedia di vimini dietro di lui,
obbligandolo ad ascoltarlo. Voleva che sapesse i
reali motivi per cui era caduto in errore, da
amministratore aziendale. Non aveva ragioni
lucrose personali per compiere l‚operazione che
aveva posto in essere, non essendo titolare
della proprietą della fabbrica.
Si sedette di fronte al nipote, che non si
oppose, e calmė la sua ira. Quindi riprese a
parlare:„All‚indomani della tua partenza vennero
in ufficio due tizi impettiti e impeccabili
nella dizione a propormi una fusione con la
Ruini-Figi, l‚azienda di polistirolo che
fornisce materiale pari al 70% in tutto il basso
Lazio. Avevano problemi finanziari e gli serviva
un appoggio. Mi mostrarono le previsioni di
ripresa attestate da enti statali riconosciuti e
a titolo di contropartita a noi sarebbe spettato
il 60% dell‚attivoš.
„Ma le previsioni non si sono realizzate e
conseguenza della fusione Ź stato il fallimento
di entrambe le aziendeš sentenziė Giacinto,
anticipando quelle che sarebbero state le
parole dello zio.
„E‚ andata proprio cosď, purtroppoš gli
confermė.
„E tutta la povera gente che lavorava? Hai
pensato quali perniciosi danni ha fatto il tuo
spirito imprenditoriale?š gli rinfacciė,
stemperando un sorriso denigratorio.
L‚operatore economico in erba si ammutolď, ma
questa volta non ebbe la forza per tacere il
nipote. Era solo un ragazzo e agiva d‚istinto,
con la presunzione di aver capito come ruota il
mondo. La sua risolutezza era fucina di
superbia, la quale attecchisce odio.
Avrebbe voluto tanto che stimasse l‚alea che
accompagna un investimento, ma non sarebbe
servito impegnare altro fiato e sprecare ancora
del tempo perché se ne capacitasse.
Lo lasciė su quella sedia di vimini, uscendo
lentamente. Immaginava il nipote imputarsi la
colpa del fallimento per averlo nominato
amministratore e muto di fronte al ricordo del
padre. Mai avrebbe barattato il rispetto verso
l‚ascendente con la sua scaltra falsitą.
Donna Flora era rimasta a poche decine di metri
di distanza dalla casa, seduta su uno sgabello
costruito con vecchie tavole assemblate tramite
chiodi. Non appena vide il marito varcare
l‚uscio a piccoli passi, la testa china e le
braccia pendolanti lungo il tronco del corpo,
intuď la costernazione del consorte e si
preoccupė di Giacinto. Corse verso l‚interno
della stanza e, senza proferire parola, se lo
strinse al grembo come un figlio. Scoppiė a
piangere d‚improvviso, sfogando il suo
smarrimento. Provato sin dalla perdita del
padre, gli episodi dei singoli accadimenti
giornalieri s‚erano concatenati in una sequela
di tristi acini, piluccati da ricordi divoranti.
La zia non potette resistere e deflagrė
anch‚ella in lacrime.

Il mattino seguente si alzė di buon‚ora con due
compiti da svolgere. Avrebbe dovuto incontrare
don Nicola e necessitava di un lavoro. Sarebbe
stato disposto a fare di tutto, purché lo
retribuissero quel tanto che bastava per
sbarcare il lunario. Il suo gruzzolo di monete
lo aveva sperperato per pagarsi il bus di
ritorno dal convento di Latina. Era sempre stato
un privilegiato, un fortunato dissipatore di
pecunia di origine altrui. Per la prima volta si
ritrovava povero in canna e mai avrebbe preso a
calci la sua dignitą chiedendo prestiti. Gią la
sera prima la zia Flora, senza che avesse fatto
alcuna richiesta, gli voleva regalare qualcosa
in denaro, ma si era opposto strenuamente. Le
difficoltą se le sarebbe sobbarcate per intero,
da uomo quale si riteneva. Cosď sarebbe stata la
sua esistenza, tra cittą ospiti e datori di
lavoro precari. Voleva conoscere e sulla propria
pelle. Rocco Canfora lo aveva ammonito di quanti
muri gli si sarebbero erti in faccia, quindi
accettava la sua situazione come un momento
destinato a passare. L‚uomo laziale era stato un
fratello, non un imbonitore. Verso i suoi
genitore non aveva mai edificato contumelie, ma
criticava loro di avergli privato la gioia di
avere un fratello. Ripetute volte s‚era
immaginata una figura consanguinea al suo
fianco, ma i barbaglii duravano il tempo che la
sua fervida fantasia concedeva loro. Placava le
sue critiche ignorando i motivi che lo vollero
figlio unico. Tra i banchi di scuola non aveva
mai stretto una solida amicizia, perché partiva
dall‚idea che avrebbe potuto anche dividersi il
sonno con un coetaneo, ma mai sarebbe stato un
fratello, figlio della stessa madre. Era stato
il padre Vittorio il suo migliore amico per
tanti anni, e anche l‚unico. Dalla sua scomparsa
non aveva neppure cercato un altro confidente,
il paese non gli offriva alternative. Era stato
lui ad essere trovato per pura contingenza dal
samana quel dď accanto alla fontana della
chiesa. Il giorno precedente s‚era fermato pochi
metri prima della fontana e aveva rivangato
quell‚incontro, ma la impellente necessitą di
discutere con il prete lo aveva fatto proseguire
fino alla sacrestia.
Lasciė la casa verso le otto e mezza mattutine.
La porta della chiesa era aperta, cosď entrė.Don
Nicola e Michele stavano sistemando i fiori
dietro l‚altare,sotto la statua della Vergine
Maria,quando avvertirono il rumore di passi e
contemporaneamente si voltarono verso la porta
d‚ingresso,convergendo i loro occhi sulla sua
figura.Giacinto si fece il segno della croce e
lungo il corridoio laterale raggiunse i
due,naturalmente dopo essersi inchinato prima
dell‚altare.I gesti di riverenza verso il
Signore li ricordava a menadito.Li aveva appresi
in tenera eta‚ e perfezionati quando prese a
frequentare la parrocchia per il catechismo,una
sorta di rito di iniziazione alla prima
comunione.Sebbene fosse piu‚ di un triennio che
non li ripeteva,da automa aveva saputo compierli
con eccelsa bravura.
„Don Nicola,buongiorno.Ciao Micheleš spezzo‚ il
silenzio Giacinto.
„Ho saputo che mi cercaviš gli fece il prete.
„Ho da dirvi qualcosa,a tu per tuš.
„C‚e‚ tempo per discutere.Perche‚ non ci aiuti a
sistemare questi fiori?Tu che sei giovane puoi
salire con maggiore facilita‚ sulla scalaš gli
propose il prete.
Giacinto non potette rifiutarsi,ne‚ voleva che
Michele capisse i suoi propositi.Lo si doveva
convincere che il colloquio con don Nicola non
fosse importante quanto l‚allestimento della
chiesa.Ne ebbero per una ventina di minuti.Solo
quando anche la scala a pioli era stata riposta
nella sacrestia,il prete lo invito‚ a parlare
seduto alla seconda fila di panche,alla destra
dell‚altare.Il ragazzo si volse indietro per
sincerarsi che Michele se ne fosse andato,e
rivolto lo sguardo sul volto emaciato
dell‚anziano disse:„Vorrei confessarmi con
urgenzaš.
Il prete lo invito‚ a seguirlo nel
confessionale,cosi‚ avrebbe potuto farlo.La sua
richiesta aveva insospettito don Nicola,che
pensava ad un semplice colloquio,mentre la
confessione lo avrebbe obbligato a tenersi per
se‚ quanto gli sarebbe stato riferito dal
giovane fedele.
„Dimmi pure figliološ lo esorto‚.
Al che il derviscio gli narro‚ con puntigliosa
precisione gli accadimenti verificatisi dal
giorno della sua partenza dal paese.Mostro‚
reticenza solo sull‚amico Rocco e il cane
Caronte.Accenno‚ al convento di Latina di frate
Giuseppe e ai tanti ragazzi che v‚erano in quel
posto.Si fermo‚ quando giunse il momento di
svelare cio‚ che lo aveva condotto a confidarsi
con lui.
„Perche‚ ti sei arrestato? Continua pure
figliološproruppe don Nicola.
„ Ho scoperto i motivi dell‚accoglimento di quei
ragazzi.Sono ben lungi dallo spirito cristiano
filantropico.La prego non dubiti di quello che
le dirėš biascico‚ Giacinto,con tono sommesso e
gli occhi lucidi.
Don Nicola comprese in modo subitaneo che era
turbato,ma non poteva neppure lontanamente
immaginarsi cosa fosse ad addolorarlo.
Quando la confessione ebbe fine,i due stettero
in silenzio senza battere ciglio.Quindi
l‚anziano,ripresosi dallo sgomento,domando‚ al
ragazzo perche‚ lo aveva scelto per liberarsi
dalle improbe verita‚.
„Ho ritenuto di seria gravita‚ quanto avevo
scoperto.L‚unica persona a cui potevo rivolgermi
siete voi.Non ho mai dubitato della vostra fede
in Dio.Vi ritengo savio da poter trovare una
soluzione e porre fine a quel laido bordelloš si
giustifico‚ il derviscio.
Don Nicola non aveva mostrato per un solo
istante scetticismo.Il ragazzo non mentiva,lo
capiva dalla sua espressione e dal modo in cui
sillabava i sostantivi perche‚ lui non
fraintendesse alcunche‚.
Fuoriuscirono dal confessionale e si accordarono
per un incontro la mattina
seguente.Approfittando della situazione,Giacinto
fece presente al prete i suoi problemi
economici,profilatisi a seguito del fallimento
dell‚azienda paterna,chiedendogli se poteva
trovargli un impiego al piu‚ presto
possibile.L‚altro lo rassicuro‚ che si sarebbe
dato da fare e che un lavoro per lui glielo
avrebbe procurato.Prima di lasciarlo,gli
rammento‚ che sarebbe dovuto ritornare
l‚indomani.Giacinto gli rimprovero‚ di non aver
fiducia nella sua memoria,cosi‚ don Nicola
accenno‚ un mesto sorriso.
Usci‚ dalla chiesa e si abbevero‚ alla
fontana.Si bagno‚ il collo e il volto,quindi si
sedette sulla pietra marmorea posta li‚
accanto.Respiro‚ profondamente per piu‚ di una
volta,mentre osservava i campi di fronte tutti
coltivati.Riflette‚ sulla obbedienza umana alle
direttive impartite da madre natura,la quale
tramite l‚alternarsi delle stagioni stabilisce a
quali prodotti gli agricoltori devono dedicare
il loro faticoso lavoro.L‚ultima volta che aveva
prestato attenzione ai campi era stato il giorno
dell‚incontro con Rocco;allora il grano
inverdiva gli ettari che si estendevano ai piedi
delle colline.Questi pensieri lo tennero
prigioniero fino a che non iniziarono a cadere
le prime gocce di pioggia.Il cielo s‚era vestito
di una cromatura plumbea che lo dissuadeva dal
trattenersi all‚aperto.Rintrono‚ il primo tuono
e poi un altro ancora,mentre la pioggia
s‚infitti‚ costringendolo ad una corsa affannosa
fino alla casa.Trafelato arrivo‚ di fronte
l‚uscio e,prima di entrare,prese fiato sotto la
tettoia.Quest‚ultima era costituita da un
intreccio di foglie d‚edera,i cui arbusti si
arrampicavano lungo il muro d‚appoggio.Fu il
padre a piantarla volendo dare alla casa un
tocco di eleganza unito all‚utilita‚ che ne
sarebbe derivata.
Il pomeriggio lo dedico‚ alla ricerca di un
lavoro,rivolgendosi a quanti svolgevano
un‚attivita‚ autonoma,ma nessuno aveva bisogno
di manodopera.Era paradossale la situazione in
cui versava.Proprio lui,figlio di chi aveva dato
per anni il lavoro,ora si trovava ad
elemosinarlo come un mendicante.Aveva fatto
visita a quattro mastri,e tutti avevano espresso
il medesimo diniego,ancorato a diverse
motivazioni che vertevano dalle situazioni
economiche agli esigui metri cubici delle
officine.Rimase deluso non solo per essere stato
rifiutato,ma soprattutto per la maniera in cui
era stato trattato.Il rancore,che per anni aveva
serbato il paese,si dipanava a suo discapito nel
momento di maggiore difficolta‚.Era maturato
abbastanza per criticare quelle persone,dunque
accetto‚ con filosofia il loro momento di
sfogo.Aveva la faretra vacante,non avrebbe
scagliato piu‚ alcuna frecciata irrisoria.Il suo
solo protettore era don Nicola.
Il sole era calato da un pezzo quando
rincaso‚.Sistemo‚ la legna nel camino e vi
accese un fuoco.Lo avrebbe tenuto compagnia
mentre leggeva∑∑.

CAPITOLO
SETTIMO

Quella fu la notte piu‚ lunga della sua
esistenza.Dopo cena s‚era curato di sbarrare il
portone d‚ingresso e le finestre che ariavano la
casa,quindi aveva posto il braciere ardente ai
piedi del letto.La stanza si sarebbe riscaldata
man mano che i carboni si consumavano.Il vento
aveva ripreso ad ululare,facendo avvertire la
sua presenza con forti colpi sui lignei
infissi.I quali erano sopportati da travi
disposte orizzontalmente dall‚interno.Don Nicola
ripeteva la premurosa operazione da piu‚ di
quarant‚anni,da quando aveva iniziato il
sacerdozio e aveva lasciato la casa
paterna.Anche la pioggia,che dal tardo imbrunire
aveva minacciato di cadere,picchiava forte sulle
tegole del tetto.
Aveva pregato quella sera con solenne speranza
affinche‚ gli fosse consigliata la strada piu‚
scorrevole.Mai pensava che le parole del ragazzo
avessero potuto essere la narrazione di peccati
veniali perpetrati da ecclesiastici,ma la
realta‚ era ben lungi da come l‚aveva sempre
creduta che fosse.Riusciva a portare alla mente
le singole immagini,i cruenti gesti inferti,la
repellente alternativa alla penuria di
seminaristi.Provava vergogna per atti che non
aveva mai commesso,riprovazione per appartenere
al genere dei colpevoli.Disteso supino sul letto
a due piazze fissava incessantemente il
soffitto,quasi aspettasse che una spiegazione
gli fosse data,ma solo il silenzio pareva fargli
eco.Non era mai stato di persona in quel
convento,eppure era come se conoscesse ogni
singolo mattone dell‚edificio,in virtu‚ delle
tante descrizioni che aveva letto sui quotidiani
nell‚anno di apertura.Frate Giuseppe era cosi‚
venerato dalla gente,ancor piu‚ negli ordini
religiosi;lo aveva stimato una miriade di volte
nelle omelie,presentandolo come esempio da
emulare,ora se ne dispiaceva.Si rammaricava di
stare in quel letto inerte,pensando a cosa
stavano facendo ad indifesi fanciulli,nella
piena consapevolezza che il superiore non
avrebbe vanificato i loro perversi
vezzi.All‚indomani avrebbe dovuto riferire a
Giacinto cosa avesse deciso di fare,non poteva
procrastinare quel momento,data la gravita‚
della situazione.Sollevo‚ la coperta e scese dal
letto per allontanare il braciere piu‚ in
lą,accanto alla porta.Il carbone si sarebbe
consumato nel giro di un‚ora.L‚aria nella stanza
non era piu‚ gelida.Ritorno‚ a letto,questa
volta con l‚intenzione di prendere sonno.Si
volto‚ dalla parte opposta rispetto al
braciere,in cui il rossore dei carboni
illuminava parte della stanza,impedendogli di
chiudere gli occhi per il fastidio che gli
procurava.
L‚eta‚ anziana gli aveva consunto i due
alluci,ma camminava normalmente.I dolori alle
volte li avvertiva nelle ore
notturne,costringendolo a bruschi
risvegli.Medicava le parti in questione due
volte al giorno,bagnando i piedi per un‚ora
nell‚acqua salata di una bacinella e poi li
ungeva con un‚apposita pomata. Il medico gli
aveva proposto una libera scelta,mancando un
rimedio scientifico in quel campo.Tra
l‚amputazione e gli oneri dei dolori e
medicazioni,aveva arbitrariamente deliberato per
la seconda.Fino a quel momento i piedi non gli
avevano dato fastidio,ma la regolare cadenza con
cui gli spasimi si presentavano lo rendevano
ansioso,essendo la notte in cui avrebbero dovuto
albergare sue due alluci.Gli era difficile
perdersi nel sonno,con tutti quei
grattacapi,cosi‚ ridiscese dal letto e accese la
luce.Sotto il talamo v‚era la tanica contenente
acqua salata e di fianco il contenitore
plastico.La pomata era ben in vista sul comodino
alla sinistra dello schienale.Nel caso avesse
dovuto utilizzarli non si sarebbe dovuto
scomodare piu‚ di tanto.Apri‚ il cassetto
sottostante la pomata ed estrasse la sacra
bibbia.Ne conosceva la maggior parte dei versi a
memoria.Mai s‚era stancato di
rileggerli,nonostante erano piu‚ di quattro
decadi che teneva quel libro tra le mani.La cosa
buffa era che non s‚era mai preoccupato di
sostituirlo con una nuova edizione.Le pagine
s‚erano ingiallite ormai ed emanavano quel
leggero sgradevole odore che ne conseguiva.Era
la bibbia regalatagli il giorno in cui era
entrato in seminario.Sulla prima pagina recava
ancora la dedica del donante,il vescovo Angelo
Maria Gisano.Quella sera decise di leggere il
vangelo secondo Matteo,l‚apostolo che preferiva
con occhio particolare tra i quattro
narratori.La bizzarria che si trascinava dietro
da anni era simile a quella di un fanciullo che
fa disperare la madre per le sue inutili
prediche.Lui stesso derideva quella sua
preferenza,che non aveva mai potuto nascondersi.
Intanto il vento fuori aveva cessato di
lamentarsi e le persiane non emettevano piu‚
alcun suono stridulo.Solo la pioggia spezzava il
silenzio della notte,continuando a bagnare la
casa dell‚anziano prete.
Ripose la bibbia nel cassetto dopo quaranta
minuti.Gli occhi erano stanchi e non gli
permettevano di continuare a leggere.Accese la
luce nel corridoio e giunse in cucina,dove
bagno‚ le labbra con un bicchiere di acqua
fresca.Fu in quell‚istante che avverti‚ un
dolore lancinante all‚alluce destro.Ritorno‚
nella stanza da letto quanto piu‚ in fretta
possibile,trascinandosi la gamba destra sul
pavimento gelido.
Sedutosi ai piedi del letto,riempi‚ la bacinella
del contenuto della tanica e vi pose i piedi
all‚interno.Dopo pochi minuti i dolori erano
stati leniti,ma non del tutto.Diede loro il
colpo di grazia con la pomata,miracolosa per
lui.Stette dieci minuti in quella posizione,il
tempo che penetrasse completamente sotto il
derma e scomparisse l‚unguente sostanza.Spense
la luce che erano le due del mattino.I carboni
nel braciere non davano piu‚ il loro vivo color
rosso,ragion per cui potette scegliersi il lato
sul quale dormire.La stanchezza lo
abbatteva,l‚indomani lo aspettava un lungo
giorno.Prese sonno in una manciata di minuti.

Il contadinotto era di fronte la sacrestia di
buon‚ora quella mattina.Michele,che si recava in
chiesa per svolgere i propri lavori,lo avvisto‚
da lontano.Quando fu vicino alla fontana gli
fece un cenno di saluto alzando l‚arto superiore
destro.Raggiuntolo esclamo‚:„Giacinto,vedo che
sei mattiniero!š.
„Sto aspettando don Nicola,ci siamo lasciati
ieri che ci saremmo dovuti incontrare alle otto
in puntoš asseri‚,destando la curiosita‚ del
sacrestano.Che per la seconda volta si trovava
spiazzato dalla divorante ansia che lo
assaliva.Quindi con tono sarcastico gli fece
notare che erano ancora le sette e venti.
L‚altro si giustifico‚ affermando di essersi
alzato presto perche‚ aveva dovuto occuparsi di
alcune faccende domestiche,ma aveva finito prima
del previsto,cosi‚ si era deciso ad anticipare
la visita.L‚abitudine degli anziani a svegliarsi
presto,addirittura nelle ore antelucane,gli
aveva fatto ritenere che avrebbe trovato il
parroco gia‚ in chiesa.
„E le tue previsioni fino a ieri sarebbero state
inconfutabili,ma a quanto vedo la porta della
chiesa e‚ ancora chiusa.Segno che non e‚ ancora
arrivatošdisse Michele.
Erano state quelle affannate riflessioni,a cui
erano seguiti i dolori ai piedi,a rattardare la
comparsa di don Nicola.
„Vieni dentro,ti mostro cosa mi tocchera‚ fare
oggiš lo invito‚ l‚uomo.
Giacinto aveva i pensieri rivolti a tutt‚altro
argomento,ma finse di essere interessato alla
proposta dell‚interlocutore.
„Ti ringrazio.Dato che dovro‚ aspettare posso
darti una mano,se non ti crea
dispiacerešformulo‚.
„Ti sarei grato se ti limitassi ad attenerti di
pari passo a quanto ti ordinero‚ di fareš.
„Non temereš lo rassicuro‚ il
derviscio,concedendogli un momentaneo potere
regale.
A quattro mani portarono la scala in chiesa e la
fissarono ai piedi della statua di Maria
Santissima.Mentre Michele si curava che la base
non si muovesse,l‚altro svito‚ quattro lampadine
fulminate da un candelabro alla destra della
Vergine,surrogandole con altre nuove.
„Succede spesso che si fulminino?š chiese con
ingenua ignoranza.
„Dipende dalle contingenze.Le quattro che hai
sostituito hanno smesso di funzionare a causa
della violenta pioggia caduta ieri mattina sul
tardiš rispose Michele.
Stava scendendo dalla scala quando senti‚ il suo
nome essere pronunciato alle sue spalle.Don
Nicola gli era dietro,appena giunto.
Saluto‚ solo di sfuggita il sacrestano,quindi
scomparve con il ragazzo nel
confessionale.Sfruttarono abusivamente quella
costruzione in legno,rispetto al giorno
precedente in cui si era consumata,al suo
interno,una formale redenzione,con pieno
rispetto delle formule apposite.
Sedutisi nei rispettivi posti,si arresero
all‚evidenza e non nascosero il timore per
l‚argomento che sarebbe stato oggetto della
discussione.Ciascuno dei due leggeva lo spavento
negli occhi dell‚altro.Mancava la grata in quel
confessionale;l‚aveva fatta togliere lui stesso
perche‚ riteneva l‚espressione del viso piu‚
sincera delle parole.Le persone del paese
neppure sapevano della mancanza di
quell‚elemento,mai avevano confidato i loro
peccati ad un prete che non fosse don Nicola e
in un altro confessionale.Per quanto sacra fosse
ritenuta questa pratica di
espiazione,paventavano che un altro parroco
avrebbe potuto diffondere quanto di blasfemo
avevano combinato al di fuori del paese.Che lo
si sapesse solo nel comune di residenza leniva
la vergogna.Le reputazioni soggiogano i
pigri,quelli che non anelano di cambiare terra,e
lo gratificano con il rispetto che gli riservano
i suoi simili.
„Ho preso una risoluzioneš spezzo‚ il silenzio
il prete.
„Rendetemene partecipeš lo esorto‚ il ragazzo.
Cautamente don Nicola gli svelo‚ come avrebbe
agito:„Scrivero‚ una lettera al
vescovo,informandolo di ogni cosa.Credimi,e‚ la
migliore soluzioneš.
„Quando lo farete?š gli domando‚ Giacinto.
„Alla fine di questo nostro incontroš gli fu
risposto.Poi aggiunse:„Ieri pomeriggio ho
parlato con un po‚ di gente per quel favore che
mi avevi chiesto.Lo zio di Mario Scetu ha
un‚edicola a Luriso.Il ragazzo che ogni mattina
consegnava i giornali alle porte dei lettori e‚
partito la settimana scorsa per Roma.Il suo
trasferimento e‚ definitivo per motivi di studio
universitario.Se ti va lo potrai sostituire da
domani mattinaš.
Il derviscio lo ringrazio‚ di cuore e gli
garanti‚ che si sarebbe sdebitato per l‚aiuto
che gli aveva dato.
Il parroco condivise il suo entusiasmo e gli
consiglio‚ di recarsi nel pomeriggio a Luriso
con la bicicletta per accordarsi con
l‚edicolante circa l‚orario e il
corrispettivo.Per quanto concerneva il
vescovo,invece,avrebbero ripreso l‚argomento
quando l‚autorita‚ avesse risposto alla loro
missiva.
Quando uscirono dal confessionale,Michele
versava il vino nel vitreo recipiente poggiato
alla destra dell‚altare.Li osservo‚ mentre si
scambiavano i saluti,quindi l‚uno prese la
direzione opposta a quella dell‚altro.La
curiosita‚ non riusci‚ ad impedirgli di essere
discreto,cosi‚ rivoltosi al prete,che lo aveva
appena raggiunto,chiese:„Non per mancarle di
rispetto, ma mi domandavo quali ragioni abbiano
mai potuto fare di Giacinto un assiduo
frequentatore di questo luogo sacroš.
Don Nicola, con sottile ironia, gli indicė il
confessionale, rammentandogli la segretezza di
quello che era detto dal fedele lą dentro. Al
che l‚altro si rese conto di aver posto una
domanda sbagliata e convenne con il suo
sarcasmo. Quindi gli fece presente che si
sarebbe assentato per qualche ora, e che nel
caso ce ne fosse stato bisogno lo avrebbe potuto
rintracciare alla casa.
Contemplė i tasti della macchina da scrivere per
qualche minuto, prima che pigiasse il suo indice
destro su uno di essi. Sapeva quale stile
bisognasse utilizzare, ma gli risultava di
estrema arduitą pensare a come raccontare quanto
era di sua conoscenza. Appena il tempo di porre
la data in alto a destra, che gią le sue dita
s‚erano di nuovo fermate. Si alzė dalla sedia e
andė verso il bagno a darsi una rinfrescata.
L‚acqua gelida lo ravvivė. Osservė le algide
gocce cadere lungo il volto, attraversato da una
dovizia di rughe, allo specchio che lo ritraeva
stanco. Ritornė a sedere senza essersi asciugato
il viso. Seguď un‚ispirazione inconscia nel
vergare la lettera, gli occorsero in tutto una
decina di minuti. La tirė con lieve forza verso
l‚alto e la rilesse tenendola distesa con le
mani per i due estremi. La piegė e la infilė
nella tasca interna della sua giacca, andando
all‚ufficio postale per le ultime operazioni.
S‚era limitato ad esporre i fatti con la
massima chiarezza, avendo la rara accortezza di
aggiungere l‚aggettivo presunti. La sua saggezza
prescindeva dai copiosi volumi studiati in
giovane etą. Due distinte mani parevano averla
scritta. La prima parte della missiva l‚aveva
battuta a macchina alacremente ricordando le
precedenti inviate all‚autoritą in questione,
mentre la parte centrale, contenente i motivi
per cui aveva scritto, gli aveva richiesto un
maggiore impegno. Differiva anche il lessico
utilizzato, forbito e cesellato in cima,
semplice ed immediato nel mezzo. Voleva che non
vi fossero fraintendimenti.
Dal momento in cui la infilė nell‚apposita
cassetta non si diede pace per come avrebbe
scosso il vescovo quando se la fosse ritrovata
tra le mani. L‚intera istituzione vaticana
sarebbe rimasta esterrefatta, l‚indagine che
sarebbe seguita avrebbe acclarato quanto
Giacinto aveva rilevato. Il parroco prevedeva
che questo sarebbe successo.

Riprese la bicicletta in cantina. Dovette oliare
la catena perché i pedali girassero. Dopo
essersi accertato della pressione delle gomme,
si mise in sella e pedalė fino a Luriso, che era
distante quattro kilometri. Tale paese era
rinomato in tutto il comprensorio contermine,
comprendente sette piccoli centri abitati, per
la produzione di mozzarella di bufala. Le volte
che aveva avuto la fortuna di degustarla si
contavano sulle dita di una sola mano, a causa
dell‚alto prezzo del prodotto. Contava solo
novecento anime ed era situato a valle rispetto
alla collina su cui poggiava il suo paese di
origine.
Scese con pletorica premura e consumė buona
parte dei freni posteriori. Ricordava dove
stesse l‚edicola, ma non conosceva di persona il
suo proprietario. La prima cosa che fece, quando
fu prossimo al chiosco, fu quella di appoggiare
il velocipede al tronco di un albero piantato lď
vicino. Quindi si rivolse all‚uomo dietro i
giornali precisando la sua identitą e la sua
disponibilitą a svolgere il lavoro di cui gli
aveva parlato don Nicola.
Egidio, l‚edicolante, era nel mezzo dell‚etą
compresa tra la gioventĚ e la vecchiaia.
Spiccavano i suoi rettangolari occhiali da
vista, dal cui spessore non si dubitava della
presenza di difetti alquanto gravi. Sarebbe
stato disposto a pagarlo quattro euro al giorno,
ma solo se si fosse sobbarcato il rischio di
consegnare i giornali anche nelle mattine di
pioggia. Poi gli disse del tragitto che avrebbe
dovuto compiere e del tempo medio necessario,
all‚incirca due ore.
Il ragazzo accettė appena che l‚altro avesse
finito di dargli tutte le informazioni. Lo
avrebbe fatto anche per molto meno, curandosi
perė di trovare un altro impiego. Egidio gli
consigliė di rivolgersi all‚impiegato comunale
Franco Cima, che l‚avrebbe fatto assumere come
bibliotecario per le ore pomeridiane dalle
sedici alle diciotto. Il precedente addetto era
venuto a mancare il mese scorso dopo una penosa
infezione al pancreas, che aveva generato il
cancro con ramificazione al fegato. Da allora la
biblioteca era rimasta chiusa. Nonostante gli
sforzi dell‚amministrazione comunale di trovare
un suo sostituto, gią prima che morisse per
evitare che la si chiudesse, nessuno si era
proposto. Giacinto ringraziė Egidio e gli
assicurė che all‚indomani alle sette e mezzo
avrebbe iniziato a lavorare per lui. Quindi
riprese la bicicletta e, con lo stesso
entusiasmo con cui aveva accolto l‚offerta di
lavoro dell‚edicolante, si diresse all‚ufficio
comunale dell‚impiegato indicatogli. Colloquiė
con costui il tempo sufficiente ad accordarsi su
quello che avrebbe dovuto fare, per trecento
euro al mese. La sua proposta sarebbe stata
fatta presente al sindaco e discussa nella
giunta comunale. Il suo impiego sarebbe
consistito nell‚aprire e chiudere la biblioteca
secondo le ore prefisse, non avendo la medesima
cultura del suo predecessore per assumersi la
responsabilitą di indirizzare gli utenti su
precisi volumi cartacei. PiĚ che un
bibliotecario sarebbe stato un portiere se lo
avessero assunto, ma in contropartita avrebbe
avuto la possibilitą di leggere gratuitamente i
libri che avesse voluto. Il costo di questi era
aumentato a dismisura rispetto a quello indicato
sui testi che gli aveva passato il padre,
recanti la cifra in vecchie lire. Il suo paese
era sprovvisto di questa struttura pubblica,
quindi non aveva spulciato altro al di fuori dei
volumi ammassati in uno scompartimento della
casa.
Uscď dal comune che erano le sei e mezzo. Tre
giorni dopo si sarebbe riunita la giunta
comunale.

CAPITOLO
SETTIMO

Quella fu la notte piu‚ lunga della sua
esistenza.Dopo cena s‚era curato di sbarrare il
portone d‚ingresso e le finestre che ariavano la
casa,quindi aveva posto il braciere ardente ai
piedi del letto.La stanza si sarebbe riscaldata
man mano che i carboni si consumavano.Il vento
aveva ripreso ad ululare,facendo avvertire la
sua presenza con forti colpi sui lignei
infissi.I quali erano sopportati da travi
disposte orizzontalmente dall‚interno.Don Nicola
ripeteva la premurosa operazione da piu‚ di
quarant‚anni,da quando aveva iniziato il
sacerdozio e aveva lasciato la casa
paterna.Anche la pioggia,che dal tardo imbrunire
aveva minacciato di cadere,picchiava forte sulle
tegole del tetto.
Aveva pregato quella sera con solenne speranza
affinche‚ gli fosse consigliata la strada piu‚
scorrevole.Mai pensava che le parole del ragazzo
avessero potuto essere la narrazione di peccati
veniali perpetrati da ecclesiastici,ma la
realta‚ era ben lungi da come l‚aveva sempre
creduta che fosse.Riusciva a portare alla mente
le singole immagini,i cruenti gesti inferti,la
repellente alternativa alla penuria di
seminaristi.Provava vergogna per atti che non
aveva mai commesso,riprovazione per appartenere
al genere dei colpevoli.Disteso supino sul letto
a due piazze fissava incessantemente il
soffitto,quasi aspettasse che una spiegazione
gli fosse data,ma solo il silenzio pareva fargli
eco.Non era mai stato di persona in quel
convento,eppure era come se conoscesse ogni
singolo mattone dell‚edificio,in virtu‚ delle
tante descrizioni che aveva letto sui quotidiani
nell‚anno di apertura.Frate Giuseppe era cosi‚
venerato dalla gente,ancor piu‚ negli ordini
religiosi;lo aveva stimato una miriade di volte
nelle omelie,presentandolo come esempio da
emulare,ora se ne dispiaceva.Si rammaricava di
stare in quel letto inerte,pensando a cosa
stavano facendo ad indifesi fanciulli,nella
piena consapevolezza che il superiore non
avrebbe vanificato i loro perversi
vezzi.All‚indomani avrebbe dovuto riferire a
Giacinto cosa avesse deciso di fare,non poteva
procrastinare quel momento,data la gravita‚
della situazione.Sollevo‚ la coperta e scese dal
letto per allontanare il braciere piu‚ in
lą,accanto alla porta.Il carbone si sarebbe
consumato nel giro di un‚ora.L‚aria nella stanza
non era piu‚ gelida.Ritorno‚ a letto,questa
volta con l‚intenzione di prendere sonno.Si
volto‚ dalla parte opposta rispetto al
braciere,in cui il rossore dei carboni
illuminava parte della stanza,impedendogli di
chiudere gli occhi per il fastidio che gli
procurava.
L‚eta‚ anziana gli aveva consunto i due
alluci,ma camminava normalmente.I dolori alle
volte li avvertiva nelle ore
notturne,costringendolo a bruschi
risvegli.Medicava le parti in questione due
volte al giorno,bagnando i piedi per un‚ora
nell‚acqua salata di una bacinella e poi li
ungeva con un‚apposita pomata. Il medico gli
aveva proposto una libera scelta,mancando un
rimedio scientifico in quel campo.Tra
l‚amputazione e gli oneri dei dolori e
medicazioni,aveva arbitrariamente deliberato per
la seconda.Fino a quel momento i piedi non gli
avevano dato fastidio,ma la regolare cadenza con
cui gli spasimi si presentavano lo rendevano
ansioso,essendo la notte in cui avrebbero dovuto
albergare sue due alluci.Gli era difficile
perdersi nel sonno,con tutti quei
grattacapi,cosi‚ ridiscese dal letto e accese la
luce.Sotto il talamo v‚era la tanica contenente
acqua salata e di fianco il contenitore
plastico.La pomata era ben in vista sul comodino
alla sinistra dello schienale.Nel caso avesse
dovuto utilizzarli non si sarebbe dovuto
scomodare piu‚ di tanto.Apri‚ il cassetto
sottostante la pomata ed estrasse la sacra
bibbia.Ne conosceva la maggior parte dei versi a
memoria.Mai s‚era stancato di
rileggerli,nonostante erano piu‚ di quattro
decadi che teneva quel libro tra le mani.La cosa
buffa era che non s‚era mai preoccupato di
sostituirlo con una nuova edizione.Le pagine
s‚erano ingiallite ormai ed emanavano quel
leggero sgradevole odore che ne conseguiva.Era
la bibbia regalatagli il giorno in cui era
entrato in seminario.Sulla prima pagina recava
ancora la dedica del donante,il vescovo Angelo
Maria Gisano.Quella sera decise di leggere il
vangelo secondo Matteo,l‚apostolo che preferiva
con occhio particolare tra i quattro
narratori.La bizzarria che si trascinava dietro
da anni era simile a quella di un fanciullo che
fa disperare la madre per le sue inutili
prediche.Lui stesso derideva quella sua
preferenza,che non aveva mai potuto nascondersi.
Intanto il vento fuori aveva cessato di
lamentarsi e le persiane non emettevano piu‚
alcun suono stridulo.Solo la pioggia spezzava il
silenzio della notte,continuando a bagnare la
casa dell‚anziano prete.
Ripose la bibbia nel cassetto dopo quaranta
minuti.Gli occhi erano stanchi e non gli
permettevano di continuare a leggere.Accese la
luce nel corridoio e giunse in cucina,dove
bagno‚ le labbra con un bicchiere di acqua
fresca.Fu in quell‚istante che avverti‚ un
dolore lancinante all‚alluce destro.Ritorno‚
nella stanza da letto quanto piu‚ in fretta
possibile,trascinandosi la gamba destra sul
pavimento gelido.
Sedutosi ai piedi del letto,riempi‚ la bacinella
del contenuto della tanica e vi pose i piedi
all‚interno.Dopo pochi minuti i dolori erano
stati leniti,ma non del tutto.Diede loro il
colpo di grazia con la pomata,miracolosa per
lui.Stette dieci minuti in quella posizione,il
tempo che penetrasse completamente sotto il
derma e scomparisse l‚unguente sostanza.Spense
la luce che erano le due del mattino.I carboni
nel braciere non davano piu‚ il loro vivo color
rosso,ragion per cui potette scegliersi il lato
sul quale dormire.La stanchezza lo
abbatteva,l‚indomani lo aspettava un lungo
giorno.Prese sonno in una manciata di minuti.

Il contadinotto era di fronte la sacrestia di
buon‚ora quella mattina.Michele,che si recava in
chiesa per svolgere i propri lavori,lo avvisto‚
da lontano.Quando fu vicino alla fontana gli
fece un cenno di saluto alzando l‚arto superiore
destro.Raggiuntolo esclamo‚:„Giacinto,vedo che
sei mattiniero!š.
„Sto aspettando don Nicola,ci siamo lasciati
ieri che ci saremmo dovuti incontrare alle otto
in puntoš asseri‚,destando la curiosita‚ del
sacrestano.Che per la seconda volta si trovava
spiazzato dalla divorante ansia che lo
assaliva.Quindi con tono sarcastico gli fece
notare che erano ancora le sette e venti.
L‚altro si giustifico‚ affermando di essersi
alzato presto perche‚ aveva dovuto occuparsi di
alcune faccende domestiche,ma aveva finito prima
del previsto,cosi‚ si era deciso ad anticipare
la visita.L‚abitudine degli anziani a svegliarsi
presto,addirittura nelle ore antelucane,gli
aveva fatto ritenere che avrebbe trovato il
parroco gia‚ in chiesa.
„E le tue previsioni fino a ieri sarebbero state
inconfutabili,ma a quanto vedo la porta della
chiesa e‚ ancora chiusa.Segno che non e‚ ancora
arrivatošdisse Michele.
Erano state quelle affannate riflessioni,a cui
erano seguiti i dolori ai piedi,a rattardare la
comparsa di don Nicola.
„Vieni dentro,ti mostro cosa mi tocchera‚ fare
oggiš lo invito‚ l‚uomo.
Giacinto aveva i pensieri rivolti a tutt‚altro
argomento,ma finse di essere interessato alla
proposta dell‚interlocutore.
„Ti ringrazio.Dato che dovro‚ aspettare posso
darti una mano,se non ti crea
dispiacerešformulo‚.
„Ti sarei grato se ti limitassi ad attenerti di
pari passo a quanto ti ordinero‚ di fareš.
„Non temereš lo rassicuro‚ il
derviscio,concedendogli un momentaneo potere
regale.
A quattro mani portarono la scala in chiesa e la
fissarono ai piedi della statua di Maria
Santissima.Mentre Michele si curava che la base
non si muovesse,l‚altro svito‚ quattro lampadine
fulminate da un candelabro alla destra della
Vergine,surrogandole con altre nuove.
„Succede spesso che si fulminino?š chiese con
ingenua ignoranza.
„Dipende dalle contingenze.Le quattro che hai
sostituito hanno smesso di funzionare a causa
della violenta pioggia caduta ieri mattina sul
tardiš rispose Michele.
Stava scendendo dalla scala quando senti‚ il suo
nome essere pronunciato alle sue spalle.Don
Nicola gli era dietro,appena giunto.
Saluto‚ solo di sfuggita il sacrestano,quindi
scomparve con il ragazzo nel
confessionale.Sfruttarono abusivamente quella
costruzione in legno,rispetto al giorno
precedente in cui si era consumata,al suo
interno,una formale redenzione,con pieno
rispetto delle formule apposite.
Sedutisi nei rispettivi posti,si arresero
all‚evidenza e non nascosero il timore per
l‚argomento che sarebbe stato oggetto della
discussione.Ciascuno dei due leggeva lo spavento
negli occhi dell‚altro.Mancava la grata in quel
confessionale;l‚aveva fatta togliere lui stesso
perche‚ riteneva l‚espressione del viso piu‚
sincera delle parole.Le persone del paese
neppure sapevano della mancanza di
quell‚elemento,mai avevano confidato i loro
peccati ad un prete che non fosse don Nicola e
in un altro confessionale.Per quanto sacra fosse
ritenuta questa pratica di
espiazione,paventavano che un altro parroco
avrebbe potuto diffondere quanto di blasfemo
avevano combinato al di fuori del paese.Che lo
si sapesse solo nel comune di residenza leniva
la vergogna.Le reputazioni soggiogano i
pigri,quelli che non anelano di cambiare terra,e
lo gratificano con il rispetto che gli riservano
i suoi simili.
„Ho preso una risoluzioneš spezzo‚ il silenzio
il prete.
„Rendetemene partecipeš lo esorto‚ il ragazzo.
Cautamente don Nicola gli svelo‚ come avrebbe
agito:„Scrivero‚ una lettera al
vescovo,informandolo di ogni cosa.Credimi,e‚ la
migliore soluzioneš.
„Quando lo farete?š gli domando‚ Giacinto.
„Alla fine di questo nostro incontroš gli fu
risposto.Poi aggiunse:„Ieri pomeriggio ho
parlato con un po‚ di gente per quel favore che
mi avevi chiesto.Lo zio di Mario Scetu ha
un‚edicola a Luriso.Il ragazzo che ogni mattina
consegnava i giornali alle porte dei lettori e‚
partito la settimana scorsa per Roma.Il suo
trasferimento e‚ definitivo per motivi di studio
universitario.Se ti va lo potrai sostituire da
domani mattinaš.
Il derviscio lo ringrazio‚ di cuore e gli
garanti‚ che si sarebbe sdebitato per l‚aiuto
che gli aveva dato.
Il parroco condivise il suo entusiasmo e gli
consiglio‚ di recarsi nel pomeriggio a Luriso
con la bicicletta per accordarsi con
l‚edicolante circa l‚orario e il
corrispettivo.Per quanto concerneva il
vescovo,invece,avrebbero ripreso l‚argomento
quando l‚autorita‚ avesse risposto alla loro
missiva.
Quando uscirono dal confessionale,Michele
versava il vino nel vitreo recipiente poggiato
alla destra dell‚altare.Li osservo‚ mentre si
scambiavano i saluti,quindi l‚uno prese la
direzione opposta a quella dell‚altro.La
curiosita‚ non riusci‚ ad impedirgli di essere
discreto,cosi‚ rivoltosi al prete,che lo aveva
appena raggiunto,chiese:„Non per mancarle di
rispetto, ma mi domandavo quali ragioni abbiano
mai potuto fare di Giacinto un assiduo
frequentatore di questo luogo sacroš.
Don Nicola, con sottile ironia, gli indicė il
confessionale, rammentandogli la segretezza di
quello che era detto dal fedele lą dentro. Al
che l‚altro si rese conto di aver posto una
domanda sbagliata e convenne con il suo
sarcasmo. Quindi gli fece presente che si
sarebbe assentato per qualche ora, e che nel
caso ce ne fosse stato bisogno lo avrebbe potuto
rintracciare alla casa.
Contemplė i tasti della macchina da scrivere per
qualche minuto, prima che pigiasse il suo indice
destro su uno di essi. Sapeva quale stile
bisognasse utilizzare, ma gli risultava di
estrema arduitą pensare a come raccontare quanto
era di sua conoscenza. Appena il tempo di porre
la data in alto a destra, che gią le sue dita
s‚erano di nuovo fermate. Si alzė dalla sedia e
andė verso il bagno a darsi una rinfrescata.
L‚acqua gelida lo ravvivė. Osservė le algide
gocce cadere lungo il volto, attraversato da una
dovizia di rughe, allo specchio che lo ritraeva
stanco. Ritornė a sedere senza essersi asciugato
il viso. Seguď un‚ispirazione inconscia nel
vergare la lettera, gli occorsero in tutto una
decina di minuti. La tirė con lieve forza verso
l‚alto e la rilesse tenendola distesa con le
mani per i due estremi. La piegė e la infilė
nella tasca interna della sua giacca, andando
all‚ufficio postale per le ultime operazioni.
S‚era limitato ad esporre i fatti con la
massima chiarezza, avendo la rara accortezza di
aggiungere l‚aggettivo presunti. La sua saggezza
prescindeva dai copiosi volumi studiati in
giovane etą. Due distinte mani parevano averla
scritta. La prima parte della missiva l‚aveva
battuta a macchina alacremente ricordando le
precedenti inviate all‚autoritą in questione,
mentre la parte centrale, contenente i motivi
per cui aveva scritto, gli aveva richiesto un
maggiore impegno. Differiva anche il lessico
utilizzato, forbito e cesellato in cima,
semplice ed immediato nel mezzo. Voleva che non
vi fossero fraintendimenti.
Dal momento in cui la infilė nell‚apposita
cassetta non si diede pace per come avrebbe
scosso il vescovo quando se la fosse ritrovata
tra le mani. L‚intera istituzione vaticana
sarebbe rimasta esterrefatta, l‚indagine che
sarebbe seguita avrebbe acclarato quanto
Giacinto aveva rilevato. Il parroco prevedeva
che questo sarebbe successo.

Riprese la bicicletta in cantina. Dovette oliare
la catena perché i pedali girassero. Dopo
essersi accertato della pressione delle gomme,
si mise in sella e pedalė fino a Luriso, che era
distante quattro kilometri. Tale paese era
rinomato in tutto il comprensorio contermine,
comprendente sette piccoli centri abitati, per
la produzione di mozzarella di bufala. Le volte
che aveva avuto la fortuna di degustarla si
contavano sulle dita di una sola mano, a causa
dell‚alto prezzo del prodotto. Contava solo
novecento anime ed era situato a valle rispetto
alla collina su cui poggiava il suo paese di
origine.
Scese con pletorica premura e consumė buona
parte dei freni posteriori. Ricordava dove
stesse l‚edicola, ma non conosceva di persona il
suo proprietario. La prima cosa che fece, quando
fu prossimo al chiosco, fu quella di appoggiare
il velocipede al tronco di un albero piantato lď
vicino. Quindi si rivolse all‚uomo dietro i
giornali precisando la sua identitą e la sua
disponibilitą a svolgere il lavoro di cui gli
aveva parlato don Nicola.
Egidio, l‚edicolante, era nel mezzo dell‚etą
compresa tra la gioventĚ e la vecchiaia.
Spiccavano i suoi rettangolari occhiali da
vista, dal cui spessore non si dubitava della
presenza di difetti alquanto gravi. Sarebbe
stato disposto a pagarlo quattro euro al giorno,
ma solo se si fosse sobbarcato il rischio di
consegnare i giornali anche nelle mattine di
pioggia. Poi gli disse del tragitto che avrebbe
dovuto compiere e del tempo medio necessario,
all‚incirca due ore.
Il ragazzo accettė appena che l‚altro avesse
finito di dargli tutte le informazioni. Lo
avrebbe fatto anche per molto meno, curandosi
perė di trovare un altro impiego. Egidio gli
consigliė di rivolgersi all‚impiegato comunale
Franco Cima, che l‚avrebbe fatto assumere come
bibliotecario per le ore pomeridiane dalle
sedici alle diciotto. Il precedente addetto era
venuto a mancare il mese scorso dopo una penosa
infezione al pancreas, che aveva generato il
cancro con ramificazione al fegato. Da allora la
biblioteca era rimasta chiusa. Nonostante gli
sforzi dell‚amministrazione comunale di trovare
un suo sostituto, gią prima che morisse per
evitare che la si chiudesse, nessuno si era
proposto. Giacinto ringraziė Egidio e gli
assicurė che all‚indomani alle sette e mezzo
avrebbe iniziato a lavorare per lui. Quindi
riprese la bicicletta e, con lo stesso
entusiasmo con cui aveva accolto l‚offerta di
lavoro dell‚edicolante, si diresse all‚ufficio
comunale dell‚impiegato indicatogli. Colloquiė
con costui il tempo sufficiente ad accordarsi su
quello che avrebbe dovuto fare, per trecento
euro al mese. La sua proposta sarebbe stata
fatta presente al sindaco e discussa nella
giunta comunale. Il suo impiego sarebbe
consistito nell‚aprire e chiudere la biblioteca
secondo le ore prefisse, non avendo la medesima
cultura del suo predecessore per assumersi la
responsabilitą di indirizzare gli utenti su
precisi volumi cartacei. PiĚ che un
bibliotecario sarebbe stato un portiere se lo
avessero assunto, ma in contropartita avrebbe
avuto la possibilitą di leggere gratuitamente i
libri che avesse voluto. Il costo di questi era
aumentato a dismisura rispetto a quello indicato
sui testi che gli aveva passato il padre,
recanti la cifra in vecchie lire. Il suo paese
era sprovvisto di questa struttura pubblica,
quindi non aveva spulciato altro al di fuori dei
volumi ammassati in uno scompartimento della
casa.
Uscď dal comune che erano le sei e mezzo. Tre
giorni dopo si sarebbe riunita la giunta
comunale.


CAPITOLO OTTAVO

I giorni di lavoro si susseguivano con
rapidita‚,da una settimana aveva iniziato ad
occuparsi anche della biblioteca,dato che era
stato assunto.Tranne le poche volte in cui aveva
dovuto rischiare di rovinarsi la salute per gli
improvvisi temporali,apprezzava cio‚ che lo dava
da mangiare.Aveva assemblato della tavole per
costruirsi un cassonetto e lo aveva ricoperto
con il cellophane affinche‚ non penetrassero le
gocce di pioggia al suo interno.Lo utilizzava
per porvi i giornali.Egidio glielo teneva dentro
al chiosco e non appena lo vedeva arrivare lo
aiutava a fissarlo nella parte posteriore della
bicicletta.Consegnava i quotidiani a trentadue
case.Alle volte trovava i rispettivi proprietari
ad aspettarlo,di buon‚ora,cosi‚ gli davano una
mancia anche.Lui ringraziava quanti gli
mostravano generosita‚,quando invece avrebbe
tanto voluto imprecare per l‚infinitesimo numero
di monete che gli regalavano.Tante volte aveva
tentato di spiegarsi cosa legasse l‚uomo ai suoi
averi,e l‚unica risposta che deduceva concerneva
il lavoro per accaparrarseli.Eppure le persone a
cui lui consegnava il giornale avevano belle
case,che li facevano capaci di poter concedere
mance piu‚ laute.
Il pomeriggio in biblioteca,da dietro un piccolo
tavolino su cui sfogliava qualche testo,si
arrendeva all‚evidenza.I ragazzi che la
frequentavano erano figli ai proprietari delle
case cui faceva visita la mattina nello
svolgimento dell‚altro impiego.Il resto del
paese costituiva i servi della gleba,i quali non
avrebbero mai pensato di elevare la loro
condizione sociale.Era stato il timore che i
primi potessero gettare il loro tempo in inutili
passatempi ad indurre la giunta comunale a
deliberare la sua assunzione.Che era
provvisoria,fino a che non fosse stato nominato
un vero bibliotecario,con gli stessi requisiti
di cui era provvisto il defunto suo
predecessore,simile ad una guida spirituale piu‚
che semplice consigliere.
Le pile di libri che occupavano il volume della
struttura pubblica erano disposte lungo le
pareti laterali delle due stanze.In tutto
sarebbero stati millecinquecento.In un
pomeriggio senza visitatori aveva ipotizzato un
cleptomane piano per fare della casa un
laboratorio da intellettuale.La stoltezza
dell‚intento gli aveva suscitato ilarita‚,fino a
che non si scherni‚ da solo per averci solo
pensato.Avrebbe utilizzato il cassonetto che
s‚era costruito per rubare pochi testi alla
volta,ma la fatica che avrebbe dovuto compiere
per trasportarlo su per la collina e la logica
conseguenza del finale svuotamento delle
comunicanti stanze lo avevano fatto desistere.Il
silenzio assoluto regnava nella biblioteca,anche
quando il numero dei presenti non era esiguo.I
tavolini posti al centro della pavimentazione
erano due per ogni stanza,ad essi si aggiungeva
quello di Giacinto.Mai nessuno gli aveva rivolto
la parola,chi entrava si limitava ad un sommesso
saluto di cortesia di circostanza.Nei primi
giorni,non avendo mai frequentato una
biblioteca,suppose che fosse per colpa della sua
estrazione sociale,poi si convinse che lo
richiedeva il luogo.Ciascuno dei giovani era
presente almeno tre giorni a settimana.I libri
li sceglievano e li ponevano sui tavoli per
spulciarli,raramente li portavano via.Giacinto
si rallegrava del fatto che non fosse oberato
dalle registrazioni dei volumi presi in
comodato,e dopo tanti pomeriggi passati ad
osservare quei ragazzi capi‚ che erano lettori
guerrafondai.Tra loro si contendevano il numero
delle pagine lette,la stima dei cafoni paesani
che li vedevano entrare e uscire da li‚
dentro,ma non l‚amore per la cultura.Da questo
apprese che era impossibile per un autore
proteggersi dagli abusi,dalle indebiti
appropriazioni delle sue tante
riflessioni,correzioni,visioni.


Dal giorno in cui aveva scritto al vescovo,don
Nicola era cambiato.Gia‚ provato dalla
confessione del derviscio,era divenuto
depresso.Michele aveva taciuto con il diretto
interessato il fatto che lo vedesse sempre
affranto.Proprio lui che per molti in paese era
stato un‚ancora di salvezza con le sue parole di
conforto,ammalianti come la grazia divina.Per
chi la avverte.
Nelle sante messe celebrate negli ultimi dieci
giorni,le omelie avevano palesato alla folta
schiera di fedeli lo stato d‚animo in cui
versava.Esulava dal commento del passo biblico
letto,quasi stesse facendo un monologo,e si
perdeva tra le frasi che accavallava l‚una
all‚altra.Bastava osservare le facce di quanti
ascoltavano la sua predica per sincerarsi
dell‚incredulita‚ della faccenda.Sporadicamente
balbettava le parole,dando segno di incertezza
su come avrebbe dovuto concludere la
frase.Ciascuno si voltava a destra e a manca per
trovare negli sguardi degli altri la stessa
esterrefatta espressione che
avvertiva.Michele,seduto sotto la campanella con
il paniere per raccogliere le offerte tra le
mani,avrebbe voluto varie volte interrompere la
funzione;don Nicola delirante lo lasciava
sbigottito.Il solo a non accorgersi dello
stupore che infestava la chiesa fu solo chi lo
procurava,con la convinzione di quanto
sermoneggiava.Le notti dormiva poche ore,i
dolori ai piedi sarebbero persistiti per sua
scelta,il dramma del convento di Latina s‚era
impadronito dei suoi pensieri.Solo in casa
durante le ore buie aveva le allucinazioni,dava
loro credito fino a che le figure non sbiadivano
e scomparivano.Era un nomo ridotto all‚osso
ormai.
In paese si blaterava delle sue condizioni,ma
nessuno immaginava una causa diversa dall‚eta‚
avanzata.Un muro di compassione lo cingeva,senza
che se ne fosse accorto.Quanti non riuscivano a
credere a queste voci ebbero la possibilita‚ di
constatarlo di persona,assistendo ad una
qualsiasi messa che celebrava.Il numero dei
fedeli in chiesa era aumentato,le loro perizie
appuravano tutte gli stessi difetti.Eppure non
ce ne fu uno che lo accosto‚ per parlargli in
via diretta e dargli aiuto,neanche il
sacrestano,per via della moglie che temeva una
potenziale esiziale reazione da parte sua.
In tale situazione collimavano le sensazioni dei
due paesi in cui don Nicola operava il
sacerdozio e annesse le loro prese di posizione
di fronte a quel disumano ecclesiastico.

„Allora come ti va il lavoro?š esclamo‚ la zia
Flora.
„Bene.Anzi non ti nascondo che mi diverto a
farloš la rassicuro‚ Giacinto.
„Veramente so che ne svolgi due,al mattino di
buon‚ora e nel primo pomeriggioš
domandė,aspettando che il nipote le desse
maggiori chiarimenti.
„Avrei fatto a meno delle ore pomeridiane in
biblioteca se l‚altro impiego mi fosse stato
pagato bene,ma non mi causa stanchezza.Anzi ne
approfitto per riposarmi dopo la lunga pedalata
mattutinaš asseri‚ con molto entusiasmo.
La donna glielo suffrago‚,esternandogli tutta la
sua approvazione per come aveva saputo far
fronte agli avvenimenti della sua vita.Avrebbe
desiderato aggiungervi il rammarico per la
gestione aziendale tenuta dal marito,ma non ce
la fece a trattare quell‚argomento,sebbene
avesse gia‚ pronte le motivazioni che avrebbe
dovuto sciorinare per discolparlo.
Dopo avergli fatto sapere che anche lo zio Lucio
si complimentava per la sua maturita‚,gli diede
un bacio e lo lascio‚.
Giacinto la segui‚ mentre usciva,e,quando senti‚
che la porta era stata richiusa,si precipito‚
sul cesto di vimini che gli aveva portato.
Tolto il panno con cui era stata coperta la roba
sottostante,estrasse le singole delizie con
avidita‚ ed ingorda soddisfazione per come aveva
saputo trattare lo zio Lucio,nonostante avesse
distrutto in sole due settimane di gestione il
lavoro di una vita del padre Vittorio.
La zia Flora,la maggiore tra due sorelle,si era
sposata quando ormai s‚era conquistata la fama
di zitella;lui aveva cinque anni quando gli
divenne affine.Lo avevano amato come un
figlio,lo stesso che avrebbero tanto voluto
concepire,ma la natura non aveva giustificato la
sua eta‚ avanzata.Data la incompatibilita‚ di
caratteri,si borbottava che il connubio con
Lucio fosse stato sospinto dalla paura di essere
incapaci a tirare avanti per gli anni che li
avrebbero visti entrare nella terza
eta‚.Giacinto parzialmente condivideva quella
convinzione del paese,ma non reputava la
zia,tanto fragile,un tipo da avere il coraggio
di dormire con un estraneo male accetto sotto lo
stesso lenzuolo.Le foto che la immortalavano
ventenne la ritraevano coma una bella
ragazza,con tutti gli attributi che tanto l‚uomo
agogna,eppure la sua indole conservatrice aveva
fatto di lei una seconda madre,anziche‚ una
sorella,per la sua consanguinea.
Mangio‚ la frittata di peperoni quella
sera,conservando un pezzo per il giorno seguente
a pranzo.Lo consumava a Luriso per evitare la
fatica della salita fino alla casa,sotto
l‚albero a cui era solito appoggiare la sua
bicicletta.Aveva avuto modo di conoscere la
famiglia di Egidio in quelle poche volte che
aveva accettato i suoi inviti a pranzo.Era padre
di due ragazzi,l‚uno quindicenne,l‚altro di tre
anni piu‚ piccolo.Lo adoravano cosi tanto da
ripetere che avrebbero fatto il suo stesso
mestiere da grande a chi gli domandasse i loro
progetti per il futuro.La moglie Teresa stava
tutto il giorno in casa a curarsi che i pargoli
venissero su educati e sani.La sua premura e
infinita pazienza gli ricordavano la madre
Sofia,due esempi di donna che purtroppo andava
esaurendosi.
I lavori gli lasciavano poco tempo per oziare,ma
non se ne rammaricava.S‚era risollevato di umore
da quando le giornate le impegnava a
faticare,era tempo sottratto alla estenuante
attesa che il vescovo inviasse una lettera di
risposta.I rapporti sociali con i terzi non
erano aumentati di numero,dato che non soffriva
la mancanza di un amico.Era troppo convinto di
bastarsi.

Era appena rincasato di ritorno da Luriso,quando
senti‚ bussare alla porta.Ando‚ ad aprire e si
trovo‚ di fronte Michele.
„Giacinto,don Nicola ha chiesto espressamente
di teš esclamo‚.Poi aggiunse:„Sono passato
un‚ora fa,ma non eri presente in casaš.
E l‚altro:„Mi sono rattardato per essermi
intrattenuto a lungo in una discussione con un
impiegato comunaleš.
Aveva chiacchierato con Franco Cima delle sue
prime giornate in biblioteca,solo quando gli
aveva assicurato che avrebbe continuato il
lavoro l‚altro aveva preso congedo.
„Si‚,si‚ va bene,ma vuole che tu lo raggiunga in
chiesa adessoš insistette.
„Va bene,il tempo di mettermi le scarpeš.
Fecero la stessa strada fino a che Michele non
arrivo‚ alla porta della casa,poi prosegui‚ da
solo.Il sacrestano gli aveva domandato se
sapesse il motivo di tanta fretta da parte del
prete,ma non ebbe risposta.In verita‚ Giacinto
presunse quale fosse,cosi‚ quando parlė col
parroco,riusci‚ ad ammortizzare l‚impatto
essendoselo prefigurato.
Lo trovė seduto all‚estremitą della panca vicina
al confessionale con una busta in mano. Gli
appoggiė il palmo della mano sinistra sulla
spalla per farlo voltare.
„Sei qui! ť da stamane che ti cercoš proruppe il
vecchio. Quindi si oscurarono nel confessionale,
lontano da occhi indiscreti.
„Il vescovo mi ha dato la sua rispostaš.
Estrasse la lettera dalla busta e, stiratala,
iniziė a leggerla. Il suo volto si imbronciė e
gli occhi si infuocarono. Il contenuto recitava:
„Sono profondamente stupito delle sue
insinuazioni circa la condotta del superiore e
degli altri frati del convento di Latina.
Sarebbe poco definirle melense. Le fonti che le
hanno comunicato i presunti illeciti sono
inattendibili, si tratta di indemoniati che
cercano di infangare il buon nome dei cristiani.
Dalla fermezza delle sue affermazioni deduco che
ha dato loro credito, sbagliando come
ecclesiastico.
Le preconizzo, con sicura risolutezza,
conseguenze prodromiche per il suo abito se
oserą divulgare queste accuse infamantiš.
Poche erano le parole, ma pregnanti. Don Nicola
era stato calunniato da un‚ autoritą che non
avrebbe potuto farlo. Il finale minaccioso
costituiva l‚epilogo di un dramma che non
sarebbe mai cessato.
„Capisci come mi ha trattato?š chiese incredulo
al ragazzo.
„Non puė farci nulla, e lo sa. Non sto qui a
consolarla, tutta la mia solidarietą va a quegli
indifesi bambiniš.
„Non mi avrebbero mai dato una simile risposta
se non per chiudermi la bocca. Io dico che
quanto sta accadendo in quel luogo Ź
l‚attuazione di obblighi ottriati dai vertici
vaticaniš.
„Cosa ve lo fa supporre?š domandė ingenuamente
Giacinto.
Don Nicola rilesse la prima parte, traspariva
nervosismo dalle parole e aggettivi usati. Le
loro programmazioni erano state compromesse per
opera di un prete. Questo li includeva tra i
colpevoli. Ripetette l‚ultima parola tre volte,
graduando il tono in discesa.
„Parliamone domani, verrė da voi nel pomeriggioš
propose Giacinto e filė via. S‚era impaurito per
l‚espressione assunta dal parroco.
Restė nel confessionale ancora per molto con lo
sguardo fisso nel vuoto e i pugni che
stringevano la missiva, ridotta ormai a carta
straccia. Quando decise di uscire lo fece con
legnosi movimenti e, diretto verso l‚altare, la
scagliė contro il volto della Vergine.

CAPITOLO NONO

„Ah ah ah ah!š gridė Michele appena aperta la
porta della sacrestia.
Attirė l‚attenzione dei contadini che stavano
nei campi, i quali abbandonarono il lavoro e
corsero verso la chiesa.
„Correte, prestoš continuava a gridare. Quando
gli furono accanto, allungarono lo sguardo verso
l‚interno della stanza. Don Nicola pendeva da
una fune attaccata alla trave di sostegno del
tetto. Sotto di lui la sedia capovolta, di cui
s‚era servito per suicidarsi. I tre uomini lo
liberarono dal cappio e lo posero a terra
disteso. Era vistoso il segno della fune che gli
aveva stretto il collo, bloccandogli il respiro.
Michele non ebbe il coraggio di entrare, rimase
sull‚uscio ad osservare quei contadini poggiarlo
sul freddo pavimento.
La notizia in paese si seppe in men che non si
dica,cosi‚ una folta schiera si raduno‚ che
erano le otto e mezzo.Il prete non ebbe il
silenzio degli astanti,bensi‚ il loro garrulo
vociare procacciato da meraviglia e sconcerto.Le
forze dell‚ordine avevano posto una striscia
bianco-rossa per delimitare la zona in cui s‚era
spenta quella anziana vita umana.Di sicuro le
indagini non avrebbero comportato problemi
relativamente all‚accertamento della causa del
decesso.Piu‚ complicato sarebbe stato
comprendere i motivi che avevano indotto il
prete a quel nefasto gesto.Il comportamento di
don Nicola nelle due ultime settimane in un
certo senso legittimava la sua morte,ma non
tutti la pensavano cosi‚.Tra questi il
sacrestano.
Avvolto il cadavere in un sacco,lo condussero
alla casa dopo aver allestito l‚interno con
tutti gli orpelli richiesti perche‚ gli fosse
fatta la veglia.Lui che ci teneva cosi‚
tanto,non aveva ricevuto neppure l‚estrema
unzione.Le donne circondarono il letto e lo
piansero.Per decenni era stato la loro guida
carismatica,ora la sua assenza lasciava un vuoto
non indifferente.Giacinto,che come ogni giorno
s‚era recato a Luriso per lavoro,non seppe
dell‚accaduto fino a quando non ritorno‚ e
trovo‚ di fronte alla porta i carabinieri ad
attenderlo.Fu informato del fatto dal brigadiere
Impamo,quindi fu condotto in caserma per un
ufficioso colloquio.Era scosso da capo a piedi
per come si era conclusa la faccenda.Capiva il
gesto del prete,ma non poteva renderne edotti i
carabinieri.Troppo pericoloso sarebbe potuto
diventare il prosieguo della sua permanenza in
paese.Penso‚ all‚amico Marco,rimasto in
convento,a cui aveva ordinato di aspettare che
lui fosse ritornato o che qualcosa fosse
comunque successa,ragion per cui non lo
impensieriva piu‚ di tanto.Non avrebbe preso
singole e avventate iniziative.
„Abbiamo saputo che lei dal giorno del ritorno
ha avuto ripetuti incontri con il defuntoš
affermo‚ il brigadiere.
E poi.„Inoltre pare che con frenetica ed ansiosa
insistenza l‚aveva cercato.Conferma quanto e‚ in
nostra conoscenza?š.
Giacinto si limito‚ ad annuire.Lo stesso alle
altre domande.
Era stato il sacrestano a recarsi in caserma
quella stessa mattina,dopo la scoperta del
suicidio,facendo partecipe l‚Arma delle sue
impressioni.Aveva spiegato il repentino
mutamento del prete da quando il ragazzo era
tornato in paese e lo aveva sollecitato a dare
ascolto a quanto aveva da dire.Delle sue crisi
isteriche gia‚ era a conoscenza la caserma,parte
del civettuolo centro abitato.
A tradire il derviscio furono le due
confessioni,svoltesi in due giorni
consecutivi.Michele ne era a corrente,avendoli
visti entrare nell‚apposita struttura lignea,e
si era insospettito circa i peccati che avesse
potuto commettere in meno di ventiquattro ore
dal suo primo accesso al confessionale.
In poco tempo in paese si sparse anche la
notizia dell‚informale discussione a cui il
brigadiere aveva sottoposto Giacinto.La moglie
di Michele s‚era data da fare perche‚ le
insinuazioni del marito e le cause che le
avevano fatte sorgere si riverberassero fino
alle orecchie della gente.
Da delatore si ritrovo‚ ad essere imputato.Le
domande senza risposte dei compaesani
necessitavano di un colpevole che soddisfacesse
quanti se le ponevano.Il brigadiere,da vecchio
leone,s‚era persuaso che Giacinto fosse
coinvolto.Furono ispezionate la sacrestia e la
chiesa da cima a fondo,ma non fu ritrovato nulla
che potesse provare la sua colpevolezza.Don
Nicola lo aveva messo al sicuro raccogliendo la
lettera,dopo averla lanciata verso la statua che
si ergeva imponente dietro l‚altare,e
bruciandola.
Mai fu possibile attivare un procedimento
giudiziario a suo discapito,di questo se ne
rammaricava il brigadiere e non anche il
paese,che lo aveva riconosciuto colpevole
trascendendo le normative della procedura penale.
Tra i suoi sicofanti configuravano lo zio Lucio
e la zia Flora.Lo avevano eluso da quando i
sospetti sulla sua influenza alla decisione di
don Nicola si erano infittiti;non potevano
correre il rischio di rovinarsi la reputazione
dovendo rimanere per il resto dei loro uniformi
anni in quel paese.Cosi‚ si ritrovo‚,non ancora
titolare della capacita‚ di agire,ad aver
appreso la potenza dell‚istituzione cattolica e
dell‚ignoranza umana,che le permetteva di
resistere al lento rincorrersi dei secoli.Da
quel momento avrebbe avuto l‚odio dei compaesani
a fargli da sprone per l‚abbandono del
paese,sebbene fosse inutile considerato che vi
era ritornato solo perche‚ si facesse
giustizia.Avrebbe prorogato la sua permanenza in
quel luogo fino a che non avesse compiuto la
maggiore eta‚,utile per porre in essere negozi
per alienare tutti i beni ereditati dal
padre.Dopo di che una nuova vita avrebbe
intrapreso,ma senza scordare gli anni
passati.Che erano stati atroci.

L‚unico mio ringraziamento va al mio migliore
amico,Andrea Galante,per aver reso possibile la
stesura di questo manoscritto.Che e‚
l‚incunabolo della mia futura vita da
coltivatore di frasi.
La sua costante collaborazione e i suoi
confortevoli incoraggiamenti non li potro‚ mai
ricambiare con una moneta dello stesso valore.


Rocco Iorillo








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