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l'uomo del contrabbasso


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Inviato da: Knavek il May 31, 2002 at 10:45:02:

Lâuomo del contrabbasso fece scivolare dalla
barba rossiccia un assolo che spacc˜ a metˆ il
bel blues. Ed ebbe il pregio di riportarmi nel
mondo degli umani.
Giˆ, perchŽ nel ristorantino di Salisburgo, padre
adottivo da quando il business mi aveva spinto a
vivere in Austria, tra regolarissimi crauti e
wuerstel e birre, qualcosa di speciale câera: il
blues dal vivo. Tutte le sere. Ed io tutte le
sere stavo l“ e intristivo. Era il sei di
dicembre, lâinverno mitteleuropeo si faceva
sentire, dopo pochi giorni sarei tornato a casa -
intendiamoci, solo per due settimane.
Dicevo che ebbe il pregio. Si, perchŽ mi ero
distratto.
Il locale in legno aveva una sua onesta
volgaritˆ, garantita dai muri cosparsi di teste
di cervo e dalle effigi di Mozart svendute su
ogni tipo di superficie. Ma garantiva un discreto
rancio ad un prezzo ragionevole, nellâottica di
una frequenza quotidiana. E poi câera il plus del
blues ö che non ho mai capito cosa câentrasse
con Salisburgo. Il piatto dâordinanza permetteva
la distrazione dal cibo e lâingresso nelle mie
fantasie, agguantate appena scavalcato il vetro
del boccale di weissbier al limone. E non perdevo
lâoccasione per inseguirle.
Ero abituato a vivere lontano da casa. E
sublimavo la saudade con lo scrivere. Ma non mi
aveva mai pesato tanto come in quel fottuto
freddissimo inizio dicembre. PerchŽ da qualche
tempo câera qualcosa di diverso. Câera Simona.
Che porcogiuda non mi stava fisicamente vicino.
Ed io, pi che intristire e arricchire i gestori
della telefonia mobile austriaca, non potevo fare.

Lâuomo del contrabbasso arricch“ la performance
con rapide pizzicate attorno alla tonica della
scala. Ed io, vecchio bassista da balera, mi
entusiasmai. Applaudii solitario, guardato strano
dallo stuolo di presenti indigeni troppo crucchi
per gioire della virt artistica e per non essere
sbronzi alle dieci di sera.
Il gesto dovette rendermi abbastanza unico in
quel contesto di anime spente. Forse mi
guardarono tutti. Certo me ne fregai. Almeno fino
a quando non sentii pronunciare il mio nome da un
accento italico.
ăGiovanniˇä
Mi voltai.
ăCiao Giovanniˇä
La voce fuoriusciva da una bocca di donna. Mi
resi conto in un attimo sia di non conoscere la
proprietaria, sia che avrei fatto finta di
conoscerla: non guastava una compagnia, per
giunta femminile, in quel posto
fantastico per turisti e palloso per lungodegenti.
ăCiaoˇä feci sforzando di non mostrare un dire
troppo interrogativo. Non potei fare a meno di
notare che comunicava una carina presenza anonima.
ăCome stai? Quanto tempoˇä
㡠s“,  proprio tantoˇä
ăCosa fai da queste partiˇ?ä
ăLavoroˇ e tu?ä
ăAnchâio.ä
E fui ancora richiamato dallâuomo del
contrabbasso. Che stavolta, per farmi sobbalzare,
aveva deciso di piazzare un cambio di tempo da
brivido: da un quattro quarti appena swingato ad
un terzinato veloce.
ăBravoˇ bravoˇ!ä urlai.
La voce di proprietaria ignota, non so se per
imitazione o per competenza, conferm˜
lâentusiasmo. E divenne la seconda claque
dellâuomo del contrabbasso.
Il pezzo fu allungato ad libitum, ma doveva pur
avere un termine. Ed infatti fin“. Quindi era il
caso di parlare. Ero lâuomo, e presi lâiniziativa.
ăE dove lavoriˇ?ä sarebbe stato il caso, per
cortesia e per tecnica comunicativa, di
concludere la domanda con il nome della
destinataria - al limite con unâapocope del nome,
lâavessero permesso confidenza e accentazione. Il
problema  che io, quel nome, non lo conoscevo.
ăPer una societˆ di servizi ambientali. Con la
nostra laurea non si trova granchŽ: per fortuna
parlo bene il tedesco, e sono finita a fare
lâaccount quassˇä
Primo punto: avevamo studiato insieme
allâuniversitˆ ˇ ma brutto rincoglionito, non
riesci a ricordare quel voltoˇ? Buio completo.
Il destino prov˜ a darmi una mano. Suon˜ il suo
cellulare.
ăMonicaä fece lei rispondendo.
ˇ si chiama Monica, pensai, o lei o la persona
che ha chiamato ö e ha riconosciuto il numeroˇ
ăCiao Monica, come stai?ä
ˇ merdaˇ  lâamica a chiamarsi Monicaˇ o forse si
chiamano Monica entrambeˇ?
Chiusero la telefonata. Rischiai.
ăAllora Monica, sei venuta fino a Salisburgoˇä
ăS“ ˇ e tu?ä
Era andata, il pi era fatto: si chiamava Monica,
e per iniziare bastava. E poi, dato che da buona
markettara appariva estroversa, lâavrei fatta
parlare: sarebbe stata lei a condurmi al nostro
passato comune.
ăIo lavoro per una multinazionale del largo
consumo. Faccio risorse umane. Prima stavo a
Roma. Adesso mi hanno trasferito quassˇä
ăAh, che bel mestiereˇ! Lâavevo immaginato, da
come parli ö male - dei direttori del personale:
ho letto il tuo primo libro, Il sinistro di
Sinisa, saiˇ?ä
ăAh, sono contento! Che te ne pare ?ä
ăMi  piaciuto, ho ritrovato molto di noi:
formazione, riti generazionali. Cosa stai
scrivendo adesso ?ä
Non seppi cosa rispondere. Il fatto  che, non so
il motivo, ma quando si sta scrivendo non se ne
vuole parlare finchŽ non si ritiene, salva la
probabile sopravvalutazione di sŽ, di aver creato
qualcosa che sia a posto. Perfetto secondo le
proprie capacitˆ, quelle che siano. Ed io in
effetti avevo appena finito di buttare gi un
libro. Sulla mitica storia dâamore del vecchio
Ettore Sabatini. Era solo da editare. Nel
frattempo, il mio problema era rispondere a
Monica. E mentii.
ăNullaˇ penso che non scriver˜ pi, almeno per
ora. Non ho nulla da dire.ă
㡠ma no, non essere falso. Me lo ricordo, non
eri affatto modesto, avevi un alto concetto di
te. Qualcosa devi scrivere: perchŽ non scrivi una
bella storia di amori?ä
ăMacch storia dâamore,  roba da donne!ä feci
fingendo il duro che non sono ö in realtˆ avevo
scritto una storia dâamore.
ăNon ti ho detto storia dâamore, ma dâamoriˇä
㡠e cosa cambia?ä
ăNon si scrive dâamore - almeno di quello con la
a maiuscola. Ma dâamori s“ˇ ecco cosa cambia.
Pensaciˇ!ä
ăMaˇ scusaˇ di amore con la a maiuscola secondo
te non si pu˜ dire nullaˇ?ä feci incuriosito.
ăNon ho detto proprio cos“ˇ ne riparliamo, daiˇä
ăVa bene.ä
ăOra  tardi, devo rientrare. Tieni il mio
bigliettoˇ sentiamociˇä
ăOkˇ ecco anche il mioä feci allungandole a mia
volta il biglietto da visita ăti riaccompagno?ä
ăNo, grazie, ho la macchina qui fuoriˇ ci
sentiamoˇ buonanotte Giovanni!ä
ăBuonanotte Monicaˇä
Sulla mia guancia destra un poâ troppo smagrita
atterr˜ il casto bacio di una sconosciuta dal
nome Monica. Che a pochi millimetri dal mio viso
sembr˜ cambiare luce negli occhi e accendere
bello spirito, e sussurr˜:
ăNon mi riconosci, vero?ä
ăNoä finsi io ănon  veroˇ !ä
Ruot˜ gli occhi a perlustrare il perimetro delle
proprie cavitˆ oculari e fece svenevole: ăE
invece s“ˇ  normaleˇ mi piace cos“ e ci lavoro
suˇ conoscere pi volte la stessa personaˇ e
confrontare sul suo volto tutte le ripetute prime
impressioni.ä
ăNormale cosa?ä incalzai.
Si era giˆ girata per andare. E non mi rispose.
Restai pensieroso a guardare il suo piumino
danzante, lungo fino ai polpacci, confondersi
nella notte salisburghese. Mâera sembrata
anonima, ma conosciuto il nome avevo
spontaneamente iniziato a darle unâanima. Anche
se ancora indecifrabile:ˇ le piaceva cos“ˇ
conoscere pi volte le stesse personeˇ non si pu˜
scrivere dâamore con la a maiuscolaˇ. Non sapevo
con quali fantasmi stesse giocando, ma certo la
connotavano a tinte forti.

Decisi di andare a casa anchâio. Stavo
raggiungendo lâauto quando mi chiam˜ Orso
Corradi. Mi disse che sarebbe venuto in Austria
per lavoro e mi chiese se potevo fargli avere il
draft del libro su Ettore Sabatini qualche giorno
prima, via e-mail.
Chiusi con Corradi. Capii che avrei aggiunto
qualcosa. Lâincontro con Monica mi dava
inquietudine, che presto si sarebbe sedimentata
sul libro. Sulla porta del garage mi colse un
messaggio per telefonino. Era lei.
ăNon sono Monica, ma se vuoi per te posso anche
esserlo. A presto. Înotte Giovanni.ä
Spensi il telefono quasi arrabbiato. Entrai in
casa. Scrissi lâepisodio. Mandai il testo ad
Orso, e gli anticipai che non era quello che si
aspettava. Forse queste righe avevano stravolto
il libro. Mi stesi a letto. Non eravamo a posto,
nŽ il libro nŽ io. Passi per me. Ma lâartefatto
non era ancora stato mio eppure era giˆ degli
ermeneuti. Prima o poi mi addormentai.

Ci incontrammo la notte del dieci. Corradi arriv˜
con Mastro, che da qualche tempo collaborava con
la sua societˆ. Lo trovai stanco ed evidentemente
glielo comunicai con gli occhi. Mastro invece
sprizzava vigore.
ăTi trovo un poâ gi, Giovanni!ä mi disse,
accusandomi forse per celare la propria
condizione.
ăMahˇ penso sia una falsa impressione.ä
In realtˆ mi giravano. Stavo a Salisburgo. Mi
mancava Simona. Ero stato colpito da Monica. Non
ero soddisfatto della storia di Ettore. Avevo
scritto un libro diverso da quello che avrei
voluto scrivere.

Le energie si dissolvono e gli uomini si
spengono. Lo dissi ad Orso e Mastro, nel mio
ristorantino.
E Mastro dovette incaricare quel fottuto
cervello, in dotazione alla nostra leva, di
dedurre un ennesimo canone. Declam˜ il secondo
principio della termodinamica, facendosi
sopportare per ben nove minuti cronometrati nel
ricordarci come Lord Kelvin avesse posto il
fondamento teorico della questione
ambientalista.
ăMâhai rotto il cazzoä gli dissi calmo.
Sembr˜ non prendersela pi di tanto.
Lo detestai, e questo non glielo dissi. PerchŽ
non sapeva vivere in presa diretta. S“, anche
lui, come tanti nostri amici comuni, aveva
preferito il comando della gabbia alla seconda
linea in battaglia. Spaventata dalla piena della
vita, la sua anima troppo arata doveva sempre
frapporle qualche artefatto cognitivo. E preferiva
governare i quattro bottoni del proprio software
cerebrale, piuttosto che ruspare nella terra dei
sensi. Godeva di una donna solo se pensava di
stare con lei, non se ci stava e basta.
Altro era il mio problema. Dovevo chiudere il
libro. E gli eventi interposti me lâavevano
stuprato. PerchŽ di Ettore avevo tante parole
scritte da altri, e quello che non mi aveva detto
in quel breve viaggio da Salisburgo a
Monaco. Mi mancava la chiusura.

Corradi, che aveva letto il libro fino a qualche
riga fa, mi fece: ăBahˇ c⏠dentro di tuttoˇ
tutto sommato hai anche parlato dâamori, come
chiedeva la tua amica finta Monica ˇ e manca
lâamoreˇ lâhai seguita a puntino! Eppure quella
di Sabatini  stata una storia con la maiuscola.ä
Sentii che pi che ad Ettore, pensava al suo, di
amore. Quello tra lui e Giulia.
Ed io avevo riflettuto a lungo sul messaggio di
Monica ö continuavo a chiamarla cos“. E avevo una
risposta.
In effetti, Monica non lo aveva letto, ma nel
libro avevo scritto di tanti amori. E di tutte le
altre cose che tassellano le esistenze degli
umani. E nulla del Grande Amore ö che era stata
lâidea di partenza.
Ma Corradi sbagliava lo stesso. S“, sbagliava
Orso.

PerchŽ, come un macellaio, avevo reciso tutta la
carne cruda posizionata attorno al motore primo.
Lâavevo messa sul fuoco. Ed era rimasto, non
toccato e non detto, solo il midollo.
Ma in controluce brilla sempre quello che non 
detto. E qui c⏠qualcosa di grande, preservato
dallâattento suono del silenzio. PerchŽ, grazie a
Dio, di certe cose  ancora permesso non parlare.
Di alcune cose  bello non parlare. E,
semplicemente, testimoniare. E lasciarsi
scoppiare il cuore al solo pensare a Simona.
S“, il Grande Amore  bene non aver modo di
raccontarlo. PerchŽ quando si racconta  segno
ch⏠morto. E anche in quel caso vige il silenzio
sulle sue profonditˆ. Chi osa ricostruirlo pu˜
solo immaginare. é questo che mi ha detto Ettore -
con il suo solo parlare della fertilitˆ degli
orti, durante la nostra strada.
Ed io immaginavo i sapori dei loro giorni. Ettore
fare di Maria il centro del mondo. Costruire una
casa e darle il suo rispetto. Coltivare rosmarino
e basilico nellâorto, e tutti i suoi amici
davanti al camino. Estirpare la gramigna dai muri
e il buio dal suo umore. Riscrivere lâequazione
dei moti siderali, e lo scopo esistenziale
previgente al suo avvento. Ascoltare il piacere
provocato dalle sue percussioni, e i gridi di
paura dei tuoni - per unâintera notte di pioggia.
Incarcerarla nella loro cella senza muri nŽ
sbarre. Mangiare pane e sputo, per permettersi di
regalare il tesoro del Tower Bridge alla sua
regina. Congelare lo sguardo che gli aveva
regalato, la prima volta che era entrato nella
sua terra. Governare il timone della famiglia -
issare lo spinnaker nel grasso, stringere la
bolina nelle magre. Fare tutto ci˜. Forever. E
poco a poco, con la cauta cura di stimolare il
suo sospetto, e non la noia della certezza ö
Maria aveva unito tutte le tessere dei gesti solo
in retrospettiva, sulla soglia degli ottantâanni.

Almeno cos“ mi pare. Non so se Monica intendesse
questo, presa comâera a lottare con i suoi
malcelati fantasmi. Ma Ettore forse s“. Dai
tavoli del ristorantino di Salisburgo era uscita
la storia di un Grande Amore. On my way.
O avevo sognato tutto, Monica compresa. E
rischiato poco con le parole - e troppo con i
segni dei silenzi. Forse, perso nel deserto
dellâanima, avevo creduto di avvistare unâoasi.
Invece erano i boccaloni di weissbier.
E intorno solo sabbia, a perdita dâocchio.
Dâaltra parte il mondo  pieno di gente che osa
troppo.
Le vesciche gonfie di birra presero coraggio -
che fossero state contagiate dal mio entusiasmo
latino? - ed applaudirono a mano piena il
bellâassolo arpeggiato.
Cos“, il delirio da inatteso successo travolse
lâuomo del contrabbasso. Si lanci˜ in una scala
pi ripida della sua maestria. Si appoggi˜ su un
sol, laddove il pentagramma avrebbe invece
gradito il la bemolle. Continu˜ facendo finta di
niente. E i pi, forse, non se ne accorsero.


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