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GOOD MORNING SUN


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Inviato da: Mike Rˆyery il June 20, 2002 at 22:55:50:

Il blues  qualcosa che travalica molti limiti.
sta l“ non soltanto a inquadrare uno specifico
genere musicale. il blues va oltre. io dico che
il blues non  uno stile di vita. gli stili di
vita si possono imitare, nella maggioranza dei
casi per trend, cos“ come allo stesso modo
potresti imitare lo stile di uno scrittore o di
un musicista. io dico che il blues non  neanche
un modo di essere. non puoi sceglierti un modo di
essere come se fosse una tra le alternative
possibili. si  e basta. il blues non lo erediti.
non te lo insegna nessuno. a tuttâoggi non ho
ancora incontrato un uomo di blues che avesse
frequentato un accellerato per diventare tale.
lâessere bluesman  qualcosa che  dentro di te
fin da quando vieni al mondo, forse da prima, e
che tiri fuori poco a poco, crescendo, quando ti
accorgi che certi luoghi e certe situazioni non
possono che essere lâhabitat di tua competenza.
come quando ti senti a tuo agio nelle stazioni
ferroviarie a contatto coi mille volti di chi ti
sta intorno. o come quando ti fermi a parlare coi
vagabondi e i barboni agli angoli della strada.
come quando ti lasci andare ad unâimprovvisazione
dâarmonica in mezzo a una piazza, di notte, e le
note che fluiscono tragiche da quello strumento
spazzano via il silenzio circostante mentre te ne
stai l“, e continui, e non ti frega un cazzo che
qualcuno possa osservarti e di conseguenza vedere
in te uno dei tanti completamente fuori. ti
accorgi di essere un bluesman quando percorri
solitario, nelle notti dâestate, i vicoli bui di
una cittˆ che ha appena cominciato a sognare e ti
siedi a gambe incrociate - s“, l“, proprio l“ -
di fronte a questâinsegna cadente di un hotel 2
stelle che ti ricorda le copertine dei libri di
Kerouac, e rimani a osservarla per ore, pensando
alle miriadi di insegne di hotels simili a questo
sparse negli anfratti pi sperduti di Seattle di
San Francisco di Boston di Atlanta e di tutte le
immense megalopoli pulsanti in America. io credo
che il blues meriti un posto nellâinsieme delle
filosofie che da Aristotele a Sartre hanno
tentato di spiegare la vita e di insegnare a
viverla. e dico che forse, fra tutte,  quella da
cui ciascuno dovrebbe lasciarsi guidare. ma
andrei contro quanto giˆ detto che o ci sei o non
puoi farci. il blues  una parola: ISTINTO. dire
blues  dire ăFAI TUTTO CIń CHE TI PASSA IN TESTA
E FALLO NELLO STESSO FOTTUTISSIMO FUGGEVOLE
ISTANTE IN CUI STA ATTRAVERSANDOTI IL CRANIOä.
per cui non puoi far altro che alzarti da quel
letto e smetterla di provare ad addormentarti
perchŽ tanto stasera nâchai sonno e poi adesso la
tua testa e a lavorare a questâidea che solo da
un bluesman potevi aspettarti, e non c⏠motivo
per cui tu debba sopprimerla, perchŽ tanto non ci
sono cartellini da timbrare n marmocchi da
accompagnare a scuola n una donna a cui
preparare la colazione da porgerle a letto.
cos“ impieghi un attimo a metterti in piedi e
lâorologio segna ANCORA le 4.20 - o GIAâ le 4.20 -
( se stimi la vita come qualcosa davvero da
vivere, il tempo ti appare in prospettiva
diversa, quasi fosse un rettile viscido che
invano tenti di stringere mentre continua a
sfuggirti di mano ), e non devi preoccuparti di
non fare rumore perchŽ tanto nel 2 vani + bagno
di questo modesto stabile ci state nessuno e tu,
coi tuoi sogni e i tuoi deliri e le tue paranoie
e i tuoi blues e le montagne di pagine scritte e
le mille bevute e le donne che ti sei portato e
ancora tu e i silenzi da cui ti sei lasciato
avvolgere per goderti le solitudini, perchŽ tu
hai sempre amato startene da solo sebbene ci˜ ti
faccia alle volte star male -  solo una delle
tue tante contraddizioni - ed anche per questo
hai deciso di uscire da casa che ancora non avevi
compiuto i 18 per venire a vivere qui e vivere di
solitudine, e poi anche perchŽ quel paesino di
provincia ti andava stretto, diciamola tutta,
maledettamente stretto per te che avevi in mente
almeno Parigi se proprio dallo Zio Sam un salto
non ce lâavresti proprio potuto fare. cos“ metti
indosso quei jeans sdruciti che ti hanno
accompagnato in ognuno dei tuoi peregrinaggi ed
elimini nel frattempo lâalito pesante che ti 
venuto su nelle tre ore scarse in cui hai
dormito, con un sorso di Smirnoff, residuo ultimo
di una serata in cui bere era stata unâattivitˆ
sufficiente a farti star bene con te stesso, col
mondo, con Dio. pensi che potresti mettere
qualcosa nello stomaco. sâinizia cos“ una
giornata in genere. ma fuori sarˆ buio ancora per
poco e il momento che attendi  qualcosa di
troppo speciale perchŽ tu lo possa mancare
fermandoti a mangiare adesso. finisci di
vestirti. lâarmonica  sullo scrittoio, protetta
nel suo cofanetto di palissandro che hai comprato
da un tizio dai lineamenti vagamente asiatici tra
le bancarelle di Porta Portese. la prendi con te.
lei  sempre con te, ovunque tu vada, qualsiasi
cosa tu faccia, lei non  mai stanca di te, non
le stai mai sullo stomaco. e tu la conservi come
se fosse la figa per cui non ci stai pi con la
testa, forse anche meglio di questâipotetica
donna che se lâavessi potresti arrivare a
convincerti di aver finalmente risolto il rebus
che chiamano vita. ci˜ sebbene tu sia cosciente
del fatto che unâarmonica, per quanto presente,
per quanto inevitabilmente fedele, non sarˆ mai
di complemento al tuo essere e le melodie che da
essa estrapolerai avranno spesso il sapore
agrodolce della malinconia. prendi con te anche
le tre carte da 5 che ti sono rimaste. tutto ci˜
ti  sufficiente. se hai lâarmonica e qualche
lira a contatto col culo non tâimporta che
dallâaltra parte dellâoceano Bill Gates stia
decidendo le sorti del mondo nella sua sala
bottoni da qualche migliaio di milioni di
dollari, o che la Campbell stia sfregando da ore
le sue natiche brune su lenzuola di seta nella
suite imperiale del Waldorf Astoria. hai giˆ
tutto ci˜ per cui ogni qualvolta alzi gli occhi
al cielo rivolgendoti allâOnnipotente, quegli
stessi occhi  come se ti chiedessero hei,
riportaci gi, provando quasi vergogna, perchŽ
forse lâAmico ti ha dato giˆ tanto e tu senti
comunque il bisogno di ringraziarLo. credo si
chiami gioia di vivere. ne potresti elargire a
vagoni. ne avanzerebbe anche per quei due tizi
che adesso bevono il loro caff al banco del bar.
le loro figure non hanno nulla di ci˜ che
nellâimmaginario collettivo identifica la specie
del camionista. eppure lo sono. altezza media,
stempiato lâuno, faccia da ragazzino ( ma non
avrˆ meno di trentâanni ) magrissimo, lâaltro.
portano entrambi ciabatte logore. lâaccento che
storpia i termini con cui si esprimono rivela
allâistante che  Palermo da dove provengono.

-ăminghia ssu caff ci voleiva proprio,
u soinnu mi stava futteinnuä
-ăpigghiatinni un ailtro
a ccuss“ stai sveglio fino a quannu arriviaimoä
-ăsi, a ccuss“ quannu tunnamu a Paleimmo,
Robbeitta mi trova tutto paizzo di coilpoä.

li osservi distrattamente mentre anche il tuo
caff  ormai finito. ti fermi sul ponte di prua
perchŽ la brezza leggera che soffia sullo Stretto
faccia il resto e ti liberi del tutto da quei
residui di sonno che vorrebbero continuare a
tormentarti. e forse non sarebbero stati
necessari n il caff n la brezza per tenerti
sveglio perchŽ la vista di questo spettacolo
naturale racchiude in sŽ pi di qualsiasi altra
sostanza, pi di qualsiasi altro elemento, il
potere di provocarti degli impeti , dei turbini
emozionali, su cui nessun accumulo di notti non
trascorse dormendo riuscirebbe ad avere la
meglio. e s“ che oramai sono anni che ti si
presenta ogni giorno, uguale, eppure capace di
sorprenderti come in origine, di stupirti, di
confermarti con la sua maestositˆ che qualcosa di
grandioso alla fine deve esserci. chiamatelo Dio.
chiamatelo Buddha o Allah o come meglio vi pare.
non fa differenza. e sei certo che una volta
lass ti permetterˆ senza opporsi di organizzare
una session con Hendrix e Robert Johnson.
quando il traghetto entra in porto ritorni al bar
e compri un pacchetto di Camel. i due palermitani
sono giˆ un ricordo. anche una delle tre carte da
5 che completavano le tue sostanze. ma questo non
 proprio un problema. qualcuno te lo potrebbero
creare gli sbirri che ti osservano sospettosi
mentre ti aggiri come uno spettro sulla banchina,
tra i vagoni merci e le bottiglie infrante di
Ceres. il tanfo proveniente da una friggitoria
non troppo vicina ti penetra le narici. 
soltanto una variante degli infiniti odori
sgradevoli ma a te familiari di cui ti sei
impregnato nelle stazioni e nei bar e negli
hotels di terzordine in cui si  materializzata
la tua presenza in questi anni. ti accosti a una
gru che utilizzano per scaricare containers dai
mercantili. le ruote ti arrivano al petto. decidi
che quello  il posto da cui ti godrai lo
spettacolo. estrai lâarmonica dal cofanetto e ti
metti a sedere poggiandoti a una di quelle gomme.
sei rivolto ad Est. dietro di te c⏠lâAmerica,
la sterminata America dove un negro sta forse
cullando i suoi sogni violentando unâarmonica tra
i vicoli di Harlem. trasporti la scena fino a
questa banchina portuale del Sud europeo dove non
sono ancora le 6 e dove ci state tu e il sole che
ti nasce di fronte e la voce della tua armonica
con cui lo saluti e un unico insistente pensiero
che si appropria immediato del tuo intero essere:
TUTTO CIOâ NON Eâ ALTRO CHE BLUES.



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